Apple, la differenza fra salvare il mondo e comprarselo

Nell'inchiesta Paradise Papers sui ricchi e potenti che hanno trovato il modo di non pagare le tasse dovute c'è anche il colosso di Cupertino. Che fa prodotti bellissimi ed efficienti, e che oggi farebbe bene - lette le carte - a chiudere con una certa retorica buonista 

Apple, la differenza fra salvare il mondo e comprarselo
 Afp
 Tim Cook

Non credo che nessuno dei milioni di clienti Apple nel mondo (e io sono fra questi) abbia mai comprato un prodotto dell’azienda di Cupertino  in base a considerazioni morali. Qui non si tratta di “commercio equo e solidale”, non importa come sono trattati gli operai nella gigantesca fabbrica cinese dove vengono assemblati gli iPhone. Semplicemente in tanti comprano gli iPhone, gli iPad e i MacBook perchè sono fra i migliori prodotti disponibili sul mercato. Punto. Poi certo c’è Steve Jobs, il geniale fondatore, il suo celebre discorso ai giovani di Stanford per spronarli ad essere hungry e foolish, affamati di futuro e folli; c’è il suo garbato erede Tim Cook che rivela di essere gay, facendo fare un grande passo avanti alla considerazione degli omosessuali. C’è insomma tutta la retorica per cui la Apple è lì non per fare telefonini migliori e basta, ma per salvare il mondo.

Tim Cook lo ha ripetuto qualche settimana fa in un cinema di Firenze incontrando qualche centinaia di studenti: “L’obiettivo di Apple è un mondo migliore”. Applausi. Poi arriva questa storia dei cosiddetti Paradise Papers, l’inchiesta realizzata da una rete globale di giornalisti che ha messo in luce come molti ricchi e potenti della terra abbiano trovato il modo di non pagare le tasse dovute. E in quest’elenco c’è la Apple. E noi già sapevamo della residenza fiscale in Irlanda per avere una aliquota più bassa, e della maxi multa comminata dalla Commissione Europea. Ma non sapevamo che la Apple nel frattempo aveva spostato la residenza fiscale di due sue società a Jersey, che molti nemmeno sanno dove sia, eppure sta in Europa, è un’isoletta di 100 mila abitanti che sta nel canale della Manica, che un tempo faceva parte del Ducato di Normandia ed ora è indipendente. E fiscalmente generosa. Al punto che in questi anni Apple ha accumulato 128 miliardi di dollari di profitti non tassati dagli Stati Uniti e neppure da altri, scrive il New York Times.

Ora può darsi che formalmente sia tutto corretto, lo è geograficamente visto che Tim Cook ha giurato di non nascondere soldi in qualche isola dei Caraibi (e infatti Jersey sta nella Manica). Non spetta a noi l’indagine fiscale, ma qualcosa sulla retorica di Apple forse possiamo dirla. Questo tono alla Martin Luther King, alla Nelson Mandela è fuori luogo. Sarebbe meglio dire che Apple è una azienda che fa prodotti dannatamente belli per fare più profitti possibile. E che non cerca di salvare il mondo, al limite di comprarselo.



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