L'anno in cui i ricchi hanno smesso di pagare le tasse

La questione di Amazon (10,8 miliardi di profitti, neanche un centesimo al fisco), non riguarda solo Amazon e nemmeno solo gli Stati Uniti. Riguarda il ruolo dello Stato che in questo modo abdica al suo ruolo di fornitore di servizi al cittadino e di motore dell'innovazione. Dimenticando che le grandi tecnologie che ci hanno cambiato la vita in questo mezzo secolo sono tutte nate in laboratori pubblici

Amazon tasse 2018 stato innovatore

Questa storia delle tasse di Amazon non riguarda solo Amazon. E non riguarda solo gli Stati Uniti. Riguarda il modo in cui si crea benessere in un paese. Risponde alla domanda: chi è, o deve essere, il principale motore dell’innovazione? I privati o lo Stato?

Ricapitoliamo i fatti (qui tutta la storia con i dettagli). Dall’analisi di un blogger finanziario, viene fuori che nel 2018 Amazon ha registrato 10,8 miliardi di dollari di profitti, mai così tanti nella sua storia di ormai un quarto di secolo; e che a fronte di ciò non pagherà al fisco americano neanche un centesimo. Anzi, per un complicato giro di deduzioni e incentivi fiscali, invece di versare due miliardi e rotti, vanta un credito di 129 milioni di dollari.

Ora questa cosa non è una furbata di Amazon, ma è la rigorosa applicazione della riforma fiscale voluta da Trump e approvata dal Congresso alla fine del 2017. Un taglio senza precedenti delle tasse, disse allora il presidente, e stavolta non c’è bisogno del fact-checking. È vero. Il senatore democratico Bernie Sanders ha calcolato che mettendo assieme i profitti di Amazon, Netflix, General Motors e Goodyear si arriva a quasi 25 miliardi di dollari, ma zero tasse per queste quattro aziende. Probabilmente sarà così anche per le altre. In Silicon Valley ma anche fuori. Il 2018 insomma rischia di passare alla storia come l’anno in cui i ricchi hanno smesso di pagare le tasse.

Come è possibile? Per tre ragioni che provo a semplificare al massimo: negli Stati Uniti deduci tutto quello che investi in ricerca e sviluppo, in macchinari e nelle stock option che dai ai dipendenti. Si tratta di tre buone pratiche, ma che in questi termini creano una situazione paradossale.

Lo spiego con una domanda: se i ricchi non pagano più le tasse perché investono tutti i profitti in ricerca e sviluppo delle rispettive aziende, chi paga le scuole e gli ospedali, i poliziotti e i magistrati? Vado oltre. Chi finanzia la ricerca e sviluppo pubblica, non orientata agli interessi di una azienda, ma al benessere comune? Può sembrare una questione marginale ma non lo è.

Qualche anno fa l’economista Mariana Mazzuccato in un celebre saggio dimostrò che la convinzione che tutte le grandi innovazioni del nostro tempo siano figlie del genio imprenditoriale di qualcuno in un garage, è affascinante ma falsa. Lo fece smontando un iPhone e spiegando che tutta la tecnologia che rende un telefono smart (Internet, il Gps, lo schermo touch, le batterie) è stata finanziata da ricerca pubblica. Lo Stato innovatore.

In particolare fu la scelta del presidente Eisenhower di varare due agenzie per la ricerca avanzata, Arpa e la Nasa, ad aver consentito la nascita delle tecnologie che hanno cambiato il nostro mondo. La prima ha creato Internet, la seconda ha portato l’uomo sulla Luna. Senza quegli investimenti pubblici non ci sarebbero stati né Steve Jobs né Bill Gates. E neppure Jeff Bezos. Che oggi farebbe bene a battersi contro la riforma fiscale che lo ha reso l’uomo più ricco del mondo, ma non fa bene al mondo.



Se avete correzioni, suggerimenti o commenti scrivete a dir@agi.it.