Perché è finita l'era dell'antieuropeismo

Sono lontani i tempi in cui Berlusconi definiva la Ue "una delle più grandi delusioni". E anche Di Maio ha invertito la rotta

Perché è finita l'era dell'antieuropeismo

Ieri era una delusione, una nave dei folli, una bandiera da nascondere. L’Europa è stata per qualche anno il parente povero di cui vergognarsi, il nemico da abbattere, l’amico che sbaglia. Ora è diventata la bandiera da sventolare, il faro, il rifugio.

La campagna elettorale verso il 4 marzo ha un vincitore certo ed è Bruxelles. O almeno così sembra di capire leggendo i programmi elettorali e i proclami dei principali partiti. Silvio Berlusconi, Matteo Renzi e anche Luigi Di Maio hanno invertito la rotta o quantomeno derubricato le critiche, scoprendo nella Ue un nuovo compagno di strada.

Sono lontani i tempi in cui il Cavaliere parlava dell’Unione come di “una delle più grandi delusioni". Lunedì, ricevuto dal presidente della Commissione Jean-Claude Juncker e dal presidente del Ppe, ha parlato dell’Europa come “essenziale e imprescindibile", arrivando ad affermare che “la regola del 3% va rispettata” anche se “discutibile”.

Nei mesi più caldi della trattativa sulla manovra e degli sbarchi dei migranti sulle coste italiane, Matteo Renzi aveva attaccato “i tecnocrati di Bruxelles”, ora accoglie la lista +Europa tra gli alleati di centrosinistra e  indica gli Stati uniti d’Europa come il futuro cui mirare.

“L’Europa non ha futuro, è una nave dei folli” strigliava Beppe Grillo un anno fa, ora Luigi Di Maio, pur tra mille critiche, elimina il referendum contro l’euro dal programma e promette di non cercare lo scontro con la Ue. Unico a mantenere invariata di una virgola la critica all’Unione europea è Matteo Salvini.

Come è cambiato il vento

Ma cosa è successo in questo anno per far cambiare idea alla stragrande maggioranza dei partiti? Innanzitutto c’è la sfida di governo. Tutti sanno che chiunque arriverà a palazzo Chigi dovrà trattare saldi e contenuti della manovra economica, la prima della legislatura, con Bruxelles. Alzare ora lo scontro, quindi, vorrebbe dire inimicarsi con troppi mesi di anticipo un avversario che, se malleabile, potrebbe diventare un alleato meno intransigente nella valutazione dei conti pubblici essenziali per qualunque politica economica, dal fisco agli investimenti.

L’aria, poi, è cambiata in tutta Europa: la crisi è alle spalle, il rigore è meno richiesto, il fronte a cui opporsi non è più quello franco-tedesco ma quello dell’Est, che vorrebbe un ritorno ancora più forte agli interessi nazionali mentre si ridiscute di una nuova governance comunitaria. Soprattutto mentre l’asse tra Parigi e Berlino si rafforza con inevitabili ricadute sull’economia e l’Italia non si può permettere di accontentarsi solo delle briciole.

Chi più chi meno, poi, a cominciare da Silvio Berlusconi che cadde nel 2011, hanno tutti sperimentato sulla propria pelle quanto sia pesante l’ostracismo di Bruxelles e dei suoi leader. E infine, nonostante lo scetticismo, quasi la metà degli italiani voterebbe ancora oggi per restare nella Ue, e in tempo di sondaggi questo dato non è certo sfuggito ai leader. Come sottolinea sempre il Presidente Sergio Mattarella, poi, nel 2019, tra un anno esatto, ci saranno le nuove elezioni europee. Un nuovo test, molto probabilmente cruciale anche per gli equilibri politici nazionali, che potrebbero essere ancora assai delicati se dalle urne a marzo non uscirà una maggioranza netta. 



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