Sulla crisi migratoria serve un cambio di prospettiva

Giugno si è chiuso con 564 vite inghiottite dal Mediterraneo, il più alto numero da un anno a questa parte e a luglio si contano già 114 dispersi.

Sulla crisi migratoria serve un cambio di prospettiva

Mentre l’Italia continua a tenere chiusi i porti alle navi delle ong e si consuma lo scontro su quale Paese dovrà aprire le cosiddette “aree di sbarco” per i migranti decise nell’ultimo Consiglio europeo, nel dibattito pubblico si ignora volutamente che in Libia vengono violati sistematicamente i diritti umani di uomini donne e bambini, vittime di torture abusi nei centri detenzione. Non solo: la Libia determina la propria zona Search and Rescue affidandola alla sua Guardia Costiera, senza che nessuno Stato europeo sottolinei che il paese non può essere definito sicuro, non ha ratificato la Convenzione di Ginevra sui diritti umani, e ad oggi non è governata da una autorità capace di esercitare la sovranità sull’intero territorio.

A giugno il più alto numero di morti nel Mediterraneo degli ultimi 12 mesi

Nel frattempo però non si ferma la conta delle vittime in mare e anche le immagini più atroci, come quelle dei tre bimbi morti pochi giorni fa al largo delle coste libiche, che hanno fatto il giro del mondo, non sembrano più scuotere la coscienza di nessuno.

Giugno si è chiuso con 564 vite inghiottite dal Mediterraneo, il più alto numero da un anno a questa parte e a luglio si contano già 114 dispersi. Di fronte a tutto questo orrore, alcuni interrogativi sono quindi in cerca di una risposta urgente sul piano politico e umano. Quando arriverà una ammissione di responsabilità da parte delle leadership europee rispetto all’evidente fallimento delle politiche migratorie perseguite negli ultimi anni? Fino ad oggi ogni politica attuata ha avuto la finalità di impedire l’arrivo o rendere sempre più difficili i movimenti secondari. Come un medievale sistema di fortificazione, con tutto un complesso sistema di barriere esterne ed interne. Gli effetti della linea attuale sono sotto gli occhi di chiunque voglia vedere: in mare con le operazioni Search and Rescue messe sempre più in discussione sulla “pelle” di uomini donne e bambini, alle frontiere di casa nostra, come a Ventimiglia, dove continuano i respingimenti illegali e gli abusi sui minori da parte della polizia francese. Quando questi leader disegneranno una risposta organica, strategica, europea, equa, automatica e soprattutto rispettosa dei diritti umani? Le alternative sono complesse e richiedono una visione di medio, lungo periodo.

Regolare i flussi, non bloccarli: un’altra strada è possibile..

Per imboccare un’altra strada, l'Europa deve avere la volontà di regolare e gestire i flussi, invece di bloccarli, con un sistema che non riguardi solamente le persone in cerca di protezione internazionale, ma che preveda anche altre modalità di accesso sicuro verso l’Europa, per ricerca lavoro, per motivi di studio assieme a meccanismi che facilitino e sveltiscano i ricongiungimenti familiari. Serve cambiare prospettiva, servono leader che decidano di parlare a tutta l’opinione pubblica europea e non solo ai propri elettori o in alcuni casi ai propri ministri.

Da un paio di giorni siamo entrati nella Presidenza austriaca dell'Unione europea. Il premier Kurz ha annunciato che il suo motto per i prossimi sei mesi sarà: "Per un'Europa che protegge".

Proteggere le persone o i confini? Oxfam è per un'Europa che accoglie. Per questo ha aderito alla campagna Welcoming Europe. Vogliamo raccogliere un milione di firme per porre di nuovo al centro della politica il rispetto della vita e dei diritti umani. Fare del Vecchio Continente un luogo più sicuro in cui vivere. Per tutti.   Si può aderire QUI.



Se avete correzioni, suggerimenti o commenti scrivete a dir@agi.it