La diseguaglianza educativa in Italia

Viviamo un macroscopico divario nelle condizioni di partenza dei nostri ragazzi dovuto al drammatico aumento della povertà minorile. Un intervento di Marco Rossi-Doria 

La diseguaglianza educativa in Italia

Il rapporto OXFAM  2019 – Bene pubblico o ricchezza privata? – sottolinea il ruolo decisivo dell’istruzione pubblica come leva per contrastare le povertà e ridurre il gap tra ricchi e poveri e rappresenta un’importante occasione per riflettere sulle disuguaglianze che si manifestano anche nel nostro Paese in ambito educativo.

La storia d’Italia testimonia del fatto che - soprattutto a partire dagli anni sessanta dello scorso secolo - abbiamo sviluppato un sistema d’istruzione e formazione inclusivo e che la nostra capacità di far frequentare la scuola a bambini e ragazzi in condizione di esclusione sociale e fragilità, migliorando le loro conoscenze rispetto ai genitori soprattutto nella scuola di base e fino ai 16 anni, rimane elevata, come viene riconosciuto dall’OECD.

Al tempo stesso, la scuola da sola non riesce a contrastare la crescita delle disuguaglianze nella società italiana. Il tasso di ragazzi che abbandonano la scuola – che è il principale segnale di disuguaglianza in campo educativo – è sì decresciuto, passando dal 20,8% del 2006 al 13,8 del 2016 (anche se rimane alto nel confronto europeo), ma si concentra nelle aree più povere del Paese, anche con tassi doppi della media. È, infatti, in tutte le periferie povere e in gran parte del Mezzogiorno, con uno squilibrio Nord/Sud molto marcato, che crescono gli abbandoni uniti alle ripetenze e all’alto numero di ragazzi con bassi livelli di conoscenze oggi irrinunciabili.

Dunque, viviamo un macroscopico divario nelle condizioni di partenza dei nostri ragazzi dovuto al drammatico aumento della povertà minorile che oggi colpisce 1.300.000 bambini e ragazzi in povertà assoluta e altri 2.300.000 in povertà relativa, con entrambe queste categorie in crescita. Nella vita di bambini e ragazzi, la povertà significa crescere con entrambi o un genitore disoccupato (in grande prevalenza la mamma) e/o che conoscono precarietà del lavoro anche quando c’è; e, perciò, povertà di reddito, basso livello di consumo anche per beni essenziali, per investire in studio e progetti futuri, per nutrire speranze e aspirazioni.

A ciò si aggiunge l’avere genitori con bassi livelli d’istruzione (spesso sono mamme giovanissime e sole). I genitori poveri d’istruzione accedono meno a reti sociali, occasioni di riscatto economico e personale e vivono maggiori fattori di rischio.  A questo va sommato il vivere in aree geografiche con una spesa sociale molto minore della media nazionale (comuni e regioni del Sud) e con limitate occasioni educative compensative tra scuola, casa, quartiere che, quando sviluppate nelle aree povere, favoriscono, per i bambini che vi abitano, l’acquisizione di competenze alfabetiche e per la vita (life skills), lo sviluppo emotivo e cognitivo, la motivazione. Invece, nei territori poveri d’Italia vi è stata anche una pauperizzazione dell’offerta educativa: scarsi servizi culturali e sportivo-ricreativi, pochi asili nido e servizi a sostegno della genitorialità, poche classi della scuola primaria e della scuola “media” a tempo pieno, poche mense scolastiche, infrastrutture inadeguate per l'apprendimento e con aule senza connessione Internet, ecc.

Tutti questi fattori di mancata opportunità all’inizio della vita – che oggi vengono riuniti sotto la categoria di “povertà educativa”, che contiene sia le condizioni di svantaggio socio-culturale di partenza, sia la povertà di offerta compensativa della scuola, sia la mancanza di opportunità educative nel territorio – co-determinano la mancata conclusione di scuola e formazione e/o la loro conclusione con livelli minimi di competenze in matematica di base e in lettura e comprensione di testi secondo i test OCSE-Pisa, confermati da INVALSI.

Tali esiti vengono universalmente riconosciuti come condizionanti, in negativo, di futuro lavoro, reddito, salute, sviluppo personale e esercizio della cittadinanza. Questa condizione riguarda ogni anno centinaia di migliaia di nostri ragazzi.

Insomma, in Italia la scuola oggi non ce la fa a compensare l’aumento di povertà educativa sia a causa della progressiva contrazione del welfare dedicato ai minori, sia per una rigidità iper-standard nell’offerta di istruzione, che non riesce a “dare di più a chi parte con meno”, sia perché il MIUR ha conosciuto – nell’ultimo decennio - un disinvestimento annuo di oltre 7 miliardi di €.

Dunque - in tema di disuguaglianza educativa - la situazione del nostro Paese conferma la severa analisi e la preoccupazione espressa dal Report OXFAM sul gap ricchi/poveri, perché a cadere fuori dal sistema d'istruzione sono i ragazzi poveri e la scuola non riesce a svolgere la sua decisiva funzione equilibratrice e di ascensore sociale come dovrebbe e potrebbe. 

(Marco Rossi-Doria)



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