Musicalmente parlando, Ligabue sta invecchiando male

Abbiamo ascoltato 'Start', l'ultimo album. Dieci brani che non ci hanno sorpreso per niente, tranne uno ('Vita, morte e miracoli'). Ma tirare la carretta - ci verrebbe da chiedergli, noi che lo amiamo davvero - è una cosa rock?

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Luciano Ligabue
 

Gli si vuol bene a Ligabue, partiamo da questo presupposto. Prima di tutto perché la sua nostalgica presa di coscienza - ormai datata ma ancora evidentemente sanguinante -  di non essere mai diventato la rockstar che sognava di essere, risulta essere perlomeno commovente. Molto di più poi se pensiamo che Ligabue non è che poi sia una meteora volata in alto anni fa e finita poi a cantare alla sagra del maialino nero dei Nebrodi (consigliatissima tra l’altro).

Ligabue ci sta mostrando in questi anni come si fa a resistere (ma, a parte gli scherzi, quanto possa essere doloroso lo può sapere solo lui) facendo un’arte che ti appartiene solo fino ad un certo punto. L’aveva detto in un suo pezzo del 2005, l’album si intitolava “Nome e cognome”, se proprio vogliamo essere obiettivi, l’ultimo album vagamente decente del nostro, e la canzone “Happy Hour”, che nel ritornello diceva: “Quanto costa fare finta di essere una star…”.

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Luciano Ligabue

Eh, appunto, quanto costa? Molto più di quanto noi comuni mortali, non inseguiti a Campovolo da 151.395 paganti, potremmo mai immaginare. Da quel “Nome e cognome” però ne è passato del tempo e ne son passati di dischi, tutti riscontranti un buon successo - attenzione, quindi, le parole di uno scribacchino possono valere quel che valgono - ma mai che si sia fatto rivedere il Ligabue che ci ha fatto sognare, quel primo Ligabue così meravigliosamente ruvido, che sapeva di garage e vino della casa, così “Indie”, molto più indie di quanto siano mai stati indie gli indie attuali, tra l’altro.

Quello che era riuscito ad azzeccare nei primi cinque anni di carriera non uno o due ma ben cinque album praticamente perfetti. Dal primo omonimo “Ligabue” di “Balliamo sul mondo” e “Sogni di R&R” (appunto), al mitico “Buon compleann Elvis”, forse uno dei migliori album italiani della storia del pop/rock melodico. Cinque perle in cui Ligabue snocciola la poesia della sua provincia, un ambiente che disegna con ardore, rabbia, nobiltà e schiettezza.

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Luciano Ligabue

Non scrive semplici canzoni ma interi cortometraggi, con un sound che richiama sempre all’altrove, alla strada, all’epica del niente, all’avventura della piattezza periferica, omaggiando quell’umanità paziente e profonda come una siesta pomeridiana della quale spesso pensando a questo paese ci dimentichiamo l’esistenza.

Ligabue poi suona l’amore vero per il rock, senza ridicole immedesimazioni, con una perenne e instancabile devozione che sottolinea sempre un immenso rispetto, un solco netto con un tempo irraggiungibile, riuscendo regolarmente, almeno per quei cinque album, a coinvolgerci nella sua malinconia. Forse non è un caso che l’esplosione del successo, e trattasi di vera e propria esplosione intergalattica, coincida con l’inizio della sua lenta decadenza artistica, che oggi culmina in “Start”, dieci brani che segnano ancora il passo, che ci restituiscono un Liga fermo ancora ad “Arrivederci, mostro!”, data: 2010.

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 L'esibizione di Ligabue durante la finale di X Factor (credit Sky)

Nessuna sorpresa, già “Le luci d’America” ce l’avevano anticipato che era meglio se non ci aspettavamo niente di che, nessun passo in avanti e nessun passo indietro. Noi, di nuovo, proprio perché gente comune, incapaci di crearci una carriera che sfiora il trentennale (roba da fuoriclasse veri), non possiamo sapere quanta pressione c’è addosso e cosa significa portare a casa lo stipendio con quella famigerata arte che, nella stragrande maggioranza dei casi, non paga nemmeno un tozzo di pane.

Non sappiamo cosa voglia dire, per lavoro, doversi alzare la mattina e produrre qualcosa che provenga, oltreché dal nostro cervello o dalle nostre braccia, anche e soprattutto dal nostro cuore. Ma è anche vero che le orecchie ce le abbiamo e in “Start” Ligabue sembra nuovamente accasciarsi su se stesso, come se essere Ligabue ormai bastasse. Canta, Ligabue in “Start”, dieci canzoni, dice qualcosa evidentemente, essendo canzoni cantate, ma è come se le parole volassero e dei pezzi restasse solo quel timbro inconfondibile, che tanto ci ricorda quel giovane Liga di provincia, ma che ormai con lui c’ha in comune solo parte della scaletta dei concerti.

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 Nel 2015 Luciano Ligabue ha festeggiato a Campovolo i 25 anni di carriera

Si invecchia, Ligabue è una persona troppo intelligente per non averlo messo in conto, ma sembra che ancora non abbia trovato la strada giusta per farlo. Perché gli artisti sono anche persone, che ingialliscono esattamente come noi, così, esattamente come noi, se continuano ad imitare se stessi, tentando di tirare il tempo per la coda, diventano ridicoli; e se d’altra parte non crescono e maturano e diventano altro, insieme al proprio pubblico, diventano inutili.

Ecco, ora che la musica vive in rete e nella stessa pagina di Spotify, facendo viaggiare la rondella del mouse, si hanno a disposizione tutti i vecchi dischi di Ligabue, ascoltare “Start” appare come una ingiustificabile perdita di tempo. Non sappiamo cosa aspettarci da Ligabue, è evidente che a ballare sul mondo prima o poi ci si rompe le scatole, che tanto il mondo, anche se ci balli sopra, resta sempre lo stesso; quello che una volta non era “tempo per noi” non solo nel frattempo è arrivato ma è anche andato via, e la sensazione resterà sempre di averlo utilizzato male; i sogni di rock 'n' roll tristemente sostituiti con quelli di trap, e le lacrime solcano il viso solo a pensarlo; il Bar Mario ha chiuso, i ragazzi di “Salviamoci la pelle” hanno lasciato la provincia per andare ad intossicarsi nel traffico della città, oggi lui ha la panza e lei è ipnotizzata davanti a “Uomini e Donne”; la voce per urlare “contro il cielo” è finita, dato che in tutti questi anni non ha mai risposto nessuno; forse il Liga si è dimenticato, ed è comprensibile, anche cosa voglia dire impacchettare la propria vita in una canzone come ha fatto in “Ho messo via”; “Certe notti” sono semplicemente passate e siamo abbastanza grandi da capire che si, invece, si può “restare soli, certe notti qui”, anzi, finisce in ogni caso quasi sempre così, che non si è vivi e non si è morti, si è soltanto X.

Luciano Ligabue non può più essere, dire, pensare, concepire, provare e, certamente, di conseguenza, nemmeno cantare più certe cose, ok, ma deve trovare un modo per raccontarci altro, deve trovare l’ispirazione giusta per cantare questo tempo con la stessa voglia e intensità. Non stiamo qui a puntare il dito, perché siamo così grati a Ligabue per averci accompagnato, e in certi frangenti letteralmente sorretto, con i suoi brani, senza mai impregnarsi di quell’irritante e incomprensibile spocchia tanto cara al cugino Vasco, che non ci permetteremmo mai.

Ma questa imitazione svogliata di se stesso, che va troppo incontro ai gusti dei ragazzini, fisiologicamente meno esigenti, serve solo a tirare avanti la carretta, l’atteggiamento meno rock che possa esistere.

Ce la può fare il nostro Luciano? Assolutamente si, e in “Start” c’è una canzone che lo dimostra, si intitola “Vita, morte e miracoli”, di gran lunga il pezzo migliore dell’album; Ligabue è come se facesse i conti con se stesso, come se si chiedesse ancora un’ultima volta il racconto di quella bella favola della buonanotte che è stato il suo percorso, appunto, tra vita, morte e miracoli, che sono tre cose che lui conosce molto bene. È un Ligabue nuovo, maturo, più incisivo, ma soprattutto, che ritrova quell’onestà disarmante che non solo ne caratterizza il personaggio ma che ci permette di volergli bene, sempre, a prescindere, come un fratello maggiore che, anche se non le azzecca tutte, com’è normale che sia, diamine, resta pur sempre tuo fratello.  



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