Come l'indie ha rivoluzionato l'industria discografica italiana

Un genere che nasce dal basso, dai club di provincia e dai forum. E ora va all'assalto delle classifiche

indie rock italiano

Sono passati pochissimi giorni dal primo dei due eventi live di Calcutta. Lo stadio di Latina è stato sommerso da giovani pervenuti da ogni angolo della penisola per ascoltare il cantautore diventato ormai icona di quello che da denominazione di un certo tipo di produzione, appunto, indipendente, è diventato un vero e proprio genere: il fantomatico “Indie”. Un genere che ha radicalmente rivoluzionato la discografia italiana, che è il risultato di un nuovo modo di approcciarsi all’ascolto della musica.

Internet chiaramente è il nuovo campo da gioco e la possibilità, tramite numerose piattaforme, sulle quali su tutte spicca Spotify​, di poter godere della propria colonna sonora dove, come e quando si desidera. La musica totalmente on demand. Una rivoluzione vera per chi ancora ricorda nostalgicamente la gioia della masterizzazione pirata.

L’Indie è il risultato di tutto questo: la materializzazione della democrazia musicale, con i suoi pro e i suoi contro. Da un lato la possibilità di saltare a piè pari i costi del supporto e della promozione del prodotto, dall’altro la possibilità che tutti, ma proprio tutti, possano diffondere la loro, molto spesso strampalata, idea di musica.

L’Indie italiano moderno quindi nasce e cresce su internet e si nutre di like e condivisioni, si stiracchia sui social dove sono nate vere e proprie comunità; un linguaggio proprio, un sentimento uniforme, amicizie, amori (basta fare un giro su due community come “Disagiowave” e “La stazione Indiependente” su Facebook) e soprattutto, partecipazione attiva, dal vivo, agli eventi musicali, cosa che ha ravvivato un panorama che ormai era diventato desolante e creato un micromercato (che poi tanto micro non è) a sé, un’economia culturale del tutto snobbata dai grandi network devoti ad un mainstream che fatica a star dietro a questa nuova generazione di fenomeni.

Così la Rai inzuppa le nostre domeniche pomeriggio nei volti rassicuranti del bel canto all’italiana, i ragazzi che vengono fuori dai talent vengono masticati e sputati a doppia velocità, i figliocci di sua maestà Maria De Filippi, regina indiscussa del vuoto televisivo, annullano date nei palasport perché non vendono abbastanza biglietti nemmeno per riempire il baretto sotto casa e nel frattempo gli artisti del circuito indie si costruiscono carriere solide e sensate.

Il circuito dei club che ospitano i cantautori indie ha riunito gli amanti della musica di nuovo sotto lo stesso tetto, la generazione nata in provincia dalla seconda metà degli anni ’90 in poi è la prima che non ha bisogno di invidiare i coetanei delle metropoli, la prima che può tranquillamente nel fine settimana vedere materializzarsi nel club del proprio piccolo centro i cantautori ascoltati durante la settimana. Dicesi rivoluzione.

La rivincita della provincia

È partito da quei piccoli club anche Calcutta che tre giorni fa invece ha riempito lo stadio di Latina, si appresta ad esibirsi nel tempio dell’Arena di Verona per un concerto già sold out e annuncia una serie di date, furbescamente poche (perché bruciarsi giocando a fare gli arraffoni come molti suoi colleghi alla fine non paga) ma molto buone, nei palasport di mezza Italia.

Tra il pubblico di Latina c’era anche una troupe di repubblica.it che, con la scusa di quello che era indiscutibilmente l’evento indie dell’estate, ha indagato sulla ragion d’essere di questo genere (che ormai chiamiamo genere per comodità) e le risposte sono tanto esilaranti quanto illuminanti. Secondo alcuni di loro la caratteristica della musica indie è “la provincia”. Si, è vero, il circuito indipendente ha messo in vetrina la provincia, intesa non solo in senso geografico, ma sociale.

Nella musica indie il frontman si spoglia dei panni del rocker duro e puro, dell’icona provocatoriamente erotica, per indossare quelli dello sfigato con il cappellino, l’occhiale da nerd, un’insicurezza per niente extraterrester, anzi, talmente comune da fare il giro e risultare quasi sexy. Le periferie della società che si riuniscono in una sorta di rivalsa culturale dai risvolti quasi intellettuali. Un gruppo di ragazzi risponde che “l’indie rappresenta ciò che noi viviamo ogni giorno: confusione”, una ragazza parla di “un modo di vivere certe situazioni con una sensibilità un po' differente”, e anche lei ha ragione; l’indie rappresenta così tanto per i ragazzi che lo ascoltano da elevarsi da genere musicale a vera e propria modalità di stare al mondo; “ma quanto è indie….?” fare questo o quello, si domandano sui gruppi social,  “Sono così indie…”  cantavano i ragazzi de’ Lo Stato Sociale a inizio carriera (ben prima dello sbarco a Sanremo, per intenderci).

Una questione di "sensibilità"

Altro capitolo a parte è quello, appunto, che riguarda la sensibilità di chi ascolta questo genere (e, attenzione, stiamo parlando della maggior parte dei giovani fruitori di musica. Il mercato vero, quello composto da chi apre il portafoglio per acquistarla la musica, in ogni sua forma possibile). La storia della musica italiana è costellata da cantautori bollati sempre troppo ingiustamente come “tristi”, una cosa che, per esempio, portò non pochi problemi alla carriera di Mia Martini, con tutti i drammatici risvolti che ne conseguirono, e che ha rischiato di affossare Marco Masini, un altro grandissimo del nostro panorama autoriale; la musica indie ha ribaltato la situazione, quella sensibilità così vilipesa negli anni ’80/’90, quella, per esempio, per il quale Vasco Rossi prendeva in giro Claudio Baglioni, torna oggi protagonista indiscussa, simboleggiando questa specie di rivolta degli sfigati, cresciuti schivando il mirino dei bulli e finiti sui palchi osannati dalle folle.

Una generazione cresciuta all’ombra buia della crisi che si ritrova con nient’altro in mano se non i propri sentimenti, che quindi poi idolatra e santifica le icone che li raccontano. Non stupisce quindi la risposta di un altro giovane sorridente che risponde che l’indie è semplicemente “unione”. Né quella di un altro ragazzo che sostiene che “l’indie è una storia complessa che non tutti possono capire”.

Mancano le parole per esprimere una parte di loro che non si può dribblare in eterno, e allora si prendono in prestito dai cantanti simbolo della loro generazione. Ed è inutile tentare di imporre un intellettualismo fine a se stesso, perché ciò che importa loro, al momento, e valli a criticare, è capire quante strade portano “alle tue mutande”. “Tutte” secondo Calcutta, cantore di una generazione che speriamo cresca e vada un po' più a fondo nei fatti della vita, che non si abitui a scalfire solo la superficie delle cose, e che capisca che esistono sentimentalismi più profondi e affascinanti di quelli appena appena poetizzati con metriche da quattro soldi e che trovi poi la chiave giusta per ricercarli con le proprie di parole.

Ma nemmeno troppo in fretta eh, la strada battuta finora porta in posti evidentemente più divertenti, e ci sarà un tempo in cui di indie non vi resterà che una playlist ascoltata mille volte su Spotify. Un tempo ancora lontano evidentemente, fortunatamente, per voi. 



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