La magistrale lezione di stile di Daniele Silvestri ai giovani vecchi della Trap

Il cantautore romano non è Rocky, non si ingentilisce, non si imborghesisce, e sforna un pezzo capolavoro dove prende in giro con un rap elegante la trap dilagante 

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(Agf)
Daniele Silvestri

Ciò che permette a Daniele Silvestri di rientrare comodamente nella lista dei cantautori più importanti della storia della musica italiana è certamente la sua capacità di non abbandonarsi mai alle comodità, tipo quella di essere Daniele Silvestri, per dirne una, di essere autore di alcuni capolavori talmente popolari e immortali che, passati i 50, gli permetterebbero di campare tranquillamente la seconda metà della vita nella serenità dei greatest hits.

Avete presente quei cantanti che non registrano un disco decente chissà da quanto tempo e poi ad un certo punto, giusto per far uscire qualcosa, per far sentire la propria presenza, giusto per non finire evidentemente dallo psicologo avendo dimenticato il proprio ego in quei jeans attillati che non stanno più da un pezzo, si riattorcigliano su vecchie hit come cavalli imbizzarriti tra le lenzuola? Canzoni che vengono scaldate e riscaldate nel microonde fino a mortificarne l’essenza, “Greatest hits” dove ricanti i tuoi pezzi migliori in duetto con una serie di colleghi amici, molti dei quali spesso orbitano nella tua stessa assenza emozionale.

Un po' come succede a Rocky 

All’inizio del terzo capitolo della saga di Rocky, Mickey, il suo allenatore, gli dice che non vuole allenarlo per combattere contro quel bullo di Mr. T, gli dice “Ragazzo, ti è capitata la cosa peggiore che può accadere ad un pugile: ti sei civilizzato. Hai chiuso”; ecco, questo forse vale anche per i cantautori. Forse ad un certo punto finiscono di avere qualcosa da dire, è fisiologico, nulla di male; la vita si fa sempre più frenetica, magari si smette di essere drogherecci raccoglitori di groupie e si mette su famiglia, si fanno figli, i pensieri aumentano, difficile insomma fare i romantici tra mutui e bollette.

Così ci si accascia su ciò che si ha, tentando di tirare a campare: le proprie vecchie canzoni, quelle che hanno funzionato dieci, quindici, vent’anni prima, senza rendersi conto che nel frattempo il pubblico che le ha amate e fatte proprie ha dieci, quindici, vent’anni di più, e che nel recinto del mercato discografico occupa una porzione di spazio sempre minore. La ricetta non riesce più perché i gusti del commensale sono cambiati, peggiorati forse, ma questo non importa. Ecco, avete presente tutto questo? Se no, state attenti al dispiegarsi di certe carriere e vi renderete conto che in linea di massima, prima o poi, quasi tutte sono finite così.

Succede, ma non a Daniele Silvestri 

Non per Daniele Silvestri. Mettendo per un attimo da parte un talento nella scrittura dei testi degno di tutte le più, giustamente, osannate penne del pop italiano (e ci mettiamo dentro tutti tutti eh. Guccini, Battiato, De André, Capossela, Dalla, Fossati, Baglioni….); è questo che forse gli ha permesso di essere ancora così vivo. Silvestri non è mai uguale a se stesso, ad ogni giro di giostra ce lo ritroviamo con una faccia diversa e, nonostante l’età avanzi, mai imbiancata.

Il tre maggio, a due giorni dalla sua ovvia (ma è una supposizione, non una soffiata) partecipazione al Concertone del Primo Maggio a Roma, uscirà il suo nuovo disco, anticipato, finora, da quattro singoli: “Complimenti ignoranti”, “Tempi modesti”, “Argentovivo” (con il quale si è portato a casa il suo terzo premio Mia Martini al Festival di Sanremo) e “Blitz Gerontoiatrico”. Ed è su questa ultima uscita che ci andava di soffermarci.

La Geriatria, da dizionario, è quel “ramo della gerontologia che studia i mezzi terapeutici, dietetici e igienici atti a ritardare il processo d'invecchiamento fisiologico, o a prevenire e curare i processi patologici propri dell'età senile”. Non a caso Silvestri lo chiama “blitz”, perché per sua natura il blitz è rapido, come quelli che vediamo nei film polizieschi ammmmericani: si entra, si fa quel che si deve e si esce. Silvestri quindi non ha ancora intenzione di restare in reparto per molto tempo, ce lo dice già dal titolo, non è zona sua, non è una posizione che gli piace quella di pistolero con l’indice, quello di chi spiattella in faccia la pochezza di chi ha davanti. Ma stavolta due paroline non riesce proprio a ributtarle giù, è evidente; e nel mirino ci sono i famigerati “trapper”.

La lezione magistrale ai moderni trapper 

L’analisi di Silvestri, paradossalmente, ironicamente, espressa proprio con uno dei suoi famosi parlati dalla matrice rap, un marchio di fabbrica magnificamente unico, smonta in quattro minuti qualsiasi personaggio appartenente alla suddetta categoria: “Mi dici che frequenti molte tipe/Che le cambi come fai/Per la palestra con le tute/Perché tanto sono solo prostitute/Anzi bitches/Che è come dire hot dog/Mangiando le salsicce”, insomma cari trapper, vuole dire il cantautore romano, sta storia delle donnine che vi portate a letto sarà pure vera, ma ritornare regolarmente sullo stesso punto vi mette alla stregua del latin lover del cult con Jeff Bridges “The Amateurs” (“La banda del porno” in Italia), che si vantava delle sue conquiste al bar mentre tutti sapevano fosse omosessuale.

Insomma ‘na robetta ridicola e anche vagamente misogina, se proprio volete costringerci a fare questa parte. Poi Silvestri trova il tempo anche per un’analisi più tecnica: “Sei monotono come il grammofono/Inceppato di mia zia/Come il citofono/Di Gigi e la sua cremeria/O come questo cazzo di telefono/Che sembra avere ovunque/La mia stessa suoneria/Tanto valeva rimanere/Al vecchio drin drin/Sei più ripetitivo tu/Di Ezio Greggio a Drive In/Le rime prevedibili, concetti discutibili/La fantasia che vola e che galoppa/Verso cime irraggiungibili di trash/E poi mi parli del cash”.

Anche musicalmente, passato il quarto d’ora in cui “ehi, qualcosa di nuovo”, poi non resta granché. Si passa dunque al dissing più spinto, quello proprio tanto in voga nell’ambiente Hip Hop, e Silvestri li mette KO in venti secondi netti smontando pezzo per pezzo l’immagine del trapper classico: “Perdona questo blitz gerontoiatrico/Ma il quiz e se il tuo alito è frutto/Dello sprtiz o il latte andato in acido/Lo so che è poco tempo/Che hai lasciato il biberon/Più o meno dal momento in cui/Hai iniziato a usare il phon/Ti guardi nello specchio e cosa vedi?/Il gangsta ingioiellato/Dell'America del rap?/Oppure un guitto fomentato/Che lo insegue con la trap?/Ti credi il figlio di Tupac/Ma sembri un comico di Zelig”.

Niente commenti, solo tanta stima. E in ultimo, senza mai scadere, senza mai nemmeno sfiorare, l’effetto “cazziatone”, si concentra su un altro aspetto della trap che ultimamente, per esempio durante le serate del Festival di Sanremo per quanto riguarda Achille Lauro, ha fatto molto discutere: le droghe. Sono innumerevoli i testi trap dove si esalta il consumo di droghe, anzi potremmo tranquillamente dire che difficilmente si trovano testi di musica trap dove le droghe non vengono citate e il consumo esaltato. Ora, la cosa non sconvolge né noi né tantomeno Silvestri, ma il punto è che si rasenta il ridicolo quando una certa ribellione giovanile, che serve, che servirebbe, che sarebbe necessaria, in questo momento più che mai, si ferma esclusivamente a quello.

La trap è lo spot peggiore che possa esistere riguardo il tema, per esempio, serio e delicato, della liberalizzazione delle droghe leggere; da occasione a politici incravattati alla ricerca di due spiccioli di voti da quei quattro gatti conservatori rimasti in questo paese, di aprire la bocca ed essere anche ascoltati. Di potersi permettere, per dire, di far diventare il testo di una canzone argomento politico, cosa che cinquant’anni dopo il ’68 ci sembra perlomeno anacronistica. Silvestri sull’argomento ci mette poco a raderli al suolo: Ci tieni ad informarmi che ti dopi/Che la ganja te la fumi in tutti laghi/In tutti i luoghi e in tutti i modi/Che la sbuffi anche facendo colazione/Lo ripeti in ogni riga, in ogni verso/Di ogni singola canzone/L'ho capito, mi ci hai sfinito/Non penserai che sia colpito/Dal saperti stupefatto?/Il fatto è che puoi fare/Molto meglio di così/Se alzi il livello del discorso/Non del THC”. Insomma, drogarti non fa di te un figo, siamo cresciuti ascoltando il rock dei musicisti più tossici della storia, sai cosa ce ne facciamo del tuo continuo e noioso vantarti di fare utilizzo di droghe?

 

 

Non è roba da bigotti, ma un capolavoro

Dall’altra parte potete metterci chiunque, tanto la musica è quella, i temi sono quelli e probabilmente anche il barbiere; Sfera Ebbasta, la Dark Polo Gang, Capo Plaza, il primo Achille Lauro (sperando che la svolta Rai Punk Sanremese abbia un seguito), fate voi. Siamo d’accordo con Daniele Silvestri? Totalmente. Non per forza perché vecchiardi che vogliono imporre la propria musica come migliore e nemmeno perché ci ostiniamo a voler chiudere le orecchie di fronte a tutto ciò che di innovativo viene proposto dalle nuove generazioni, ma perché, come Silvestri spiega perfettamente in “Blitz Gerontoiatrico”, dietro non ci vediamo nulla che non rispecchi il peggio che ci viene servito sotto il naso, non dal mercato discografico ma proprio dalla società. Una società che vive di apparenza e non di contenuti, dove la rivoluzione si fa con le storie su Instagram con una canna in bocca.

Capiamo benissimo che a scriverlo noi, come abbiamo fatto più volte, si fa semplicemente la parte dei bigotti, che tanto l’argomento si liquida con un commento su Facebook, ma stavolta ad aprire bocca è Daniele Silvestri, uno che durante la sua carriera ha davvero cantato il sogno di una rivoluzione. “Voglia di gridare”, “L’uomo col megafono”, “Cohiba”, “Aria”, “Il mio nemico”, “Manifesto”, “Kunta Kinte”, “Monetine”, “Precario è il mondo”, “L’appello”, “Io non mi sento italiano”, “Quali alibi”…tutte canzoni (stupende), cantate senza bisogno di orpelli, senza bisogno di sottotitoli che spiegassero quanto sei figo e “ribbbbelle”, con la chiara volontà di mettere la propria musica al servizio di una causa sociale vera. Ed è questa la musica ribelle, la musica capace di cambiare il mondo, di smussare gli angoli delle coscienze dei più ottusi.

Queste sono le armi che ci servono per rendere il mondo un posto migliore. La trap, nessuno se la prenda, a confronto, sembra semplicemente un giochino superficiale. Un giochino che potrebbe si, anche essere pericoloso, convincendo le nuove generazioni che il modello da seguire, contenutisticamente parlando, sia quello. Blitz finito, ciò che doveva essere detto è stato detto, ora si ritorna ognuno da dove si è venuti. Ottimo lavoro agente Silvestri. 



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