Come la tecnologia 3D italiana fa rinascere i busti di Palmira

Come la tecnologia 3D italiana fa rinascere i busti di Palmira
 Palmira (Afp)

Ha fatto il giro del mondo la notizia dei due busti di Palmira restaurati in Italia grazie alla stampa 3D. È raro che un intervento di restauro riceva questa attenzione sui media e finisca addirittura sulla CNN, ma la follia distruttiva dell'Is che ha preso a martellate il preziosissimo sito archeologico siriano ha assunto una dolorosa valenza simbolica, paradossalmente persino più inedita e assurda da comprendere rispetto ai cruenti video dei tagliagole. Questo restauro è quindi una storia di reazione e di rivincita. Ma a fare notizia è stata anche la modalità innovativa di questo intervento, svoltosi a Roma presso l'Istituto Superiore per la Conservazione e il Restauro grazie ad un team guidato dalla direttrice Gisella Capponi con la collaborazione del restauratore Antonio Iaccarino Idelson di Equilibrarte srl.
Conosco Antonio da qualche anno perché è un restauratore-maker, che ha innestato nella sua lunga esperienza professionale gli strumenti tecnologici e l'ingegno tipici della cultura maker. Decido di andare a trovarlo nel suo laboratorio e di farmi spiegare questa sua ultima avventura.

Ma prima facciamo un passo indietro. L'iniziativa di salvare i resti di Palmira nasce nell'ottobre 2015, quando Francesco Rutelli la annuncia alla stampa presso la Maker Faire di Roma. Pochi mesi prima, con l'avanzare dell'Is, alcuni lavoratori dei musei di Damasco avevano organizzato una rischiosa spedizione per prelevare e mettere in salvo statue e busti del sito archeologico. Dovettero lasciare sul posto le statue e i sarcofagi più grandi, così come i due busti provenienti dalla Valle delle Tombe perché incastonati nelle pareti e ovviamente le strutture architettoniche come l'Arco Trionfale. Con l'arrivo dei miliziani l'arco viene fatto saltare e le statue vengono severamente danneggiate, e il direttore del museo Khaled Al Asaad viene ucciso. Solo nella primavera 2016 i funzionari riescono a recarsi a prelevarne i resti, che trasportano in un furgone attraversando posti di blocco e tutte le difficoltà di un territorio di guerra, fino a portarle oltre confine presso l'ambasciata siriana di Beirut. Lì i due busti, veri e propri feriti di guerra, vengono presi in consegna da funzionari italiani per essere finalmente esposti a Roma in ottobre presso la mostra "Rinascere dalle distruzioni" organizzata dall'associazione di Rutelli "Incontro di civiltà". Finita la mostra, i due busti entrano nei laboratori del San Michele, sede dell'ISCR, per l'intervento di restauro che precederà la loro restituzione a Damasco prevista per lunedì prossimo.

Antonio Iaccarino mi accoglie nel suo laboratorio al termine di una delle tante interviste di questi giorni, commentando divertito che mai aveva avuto tanta attenzione per un suo lavoro e che il settore del restauro offrirebbe in realtà tanti spunti di racconto che spesso non arrivano al grande pubblico.
Mi spiega che in questo caso le martellate subite dai due busti sono state paradossalmente meno dannose rispetto alle normali cause di degrado del materiale archeologico, perché nella loro violenza hanno spezzato gli oggetti in più parti nette che si possono ricomporre precisamente. La prima fase dell'intervento quindi è consistita nella ricomposizione dei frammenti recuperati: un procedimento abituale svolto in poco tempo. La difficoltà si è presentata con il busto maschile che aveva un'importante lacuna che interessava la metà sinistra del volto. L'integrazione delle parti mancanti è un tema delicato nel restauro, su cui si scontrano diverse sensibilità ed approcci: i colleghi siriani spingevano verso una ricostruzione completa e realistica, volta a cancellare le tracce del tragico episodio storico; un sentimento di rivalsa comune anche alle distruzioni naturali che porta al desiderio del "com'era e dov'era". La sensibilità della disciplina del restauro, che in Italia e nell'ISCR trova le sue massime espressioni, ha spinto invece verso una soluzione meno invasiva, più rigorosa, basata su dati oggettivi e che integri l'oggetto nel rispetto dei principi di riconoscibilità e reversibilità dell'intervento. Nasce così l'idea di usare la stampa 3D per completare il volto maschile specchiandone la parte che invece si era conservata; una tecnica di restauro speculare non inedita ma mai applicata per una parte importante come un volto, perché passa comunque per una capacità artigianale che inevitabilmente imprime l'interpretazione soggettiva del restauratore. Ma Antonio Iaccarino è un maker, e procede con una scansione 3D (realizzata da Measure 3D, ditta con cui ha collabora da anni) che gli permette di preparare l'integrazione della guancia e dell'occhio in modo interamente digitale, basandosi sui dati oggettivi già presenti nella scultura. Con la direttrice Capponi concorda l'estensione dell'intervento anche fino alla fronte e ad una porzione della capigliatura, per evitare che ricostruendo il solo occhio si abbia un volto dall'effetto innaturale. La parte stampata viene dotata di alloggiamenti per magneti che serviranno per la connessione con il busto, non intrusiva, e la superficie esterna viene abbassata di un millimetro per consentire ai colleghi Daria Montemaggiori e Flavia Vischetti di lavorare la superficie risultante con una finitura di malta tradizionale, più compatibile con l'originale rispetto al materiale di stampa che è polvere di nylon, eccessivamente bianca.
Tutto questo lavoro è durato solo sei settimane, un tempo record considerando che per verificare la validità di questa tecnica innovativa è stato necessario fare prove in laboratorio e verifiche sulla combinazione di marmo e nylon, che hanno differenti coefficienti di dilatazione termica.

Che la stampa 3D sia entrata a pieno titolo tra gli strumenti del restauro è una novità figlia dei tempi e della maturazione della tecnologia, ma soprattutto un merito di chi ha il coraggio e la curiosità di sperimentare mescolando innovazioni provenienti da altri campi.
Antonio si considera un restauratore-maker da quando, visitando proprio la prima edizione della Maker Faire di Roma (2013), capì che grazie all'aiuto di chi animava il FabLab che avevamo allestito in quella mostra poteva dotarsi di tecnologie fino ad allora inaccessibili e di cui aveva bisogno proprio in quei mesi per un progetto di grandi dimensioni. Scopre Arduino, la comunità RepRap e i nuovi paradigmi dell'autocostruzione che lo portano a rileggere la sua professione di restauratore proprio nel supportare il restauro con le tecnologie necessariamente ad hoc di cui ogni singolo progetto ha bisogno.
"Da sempre i restauratori commissionano lavori ad artigiani, fresatori, fabbri e così via" - mi spiega - "Non sono le tecnologie in sé ad essere nuove, ma è il fatto che una stessa persona possa essere al tempo stesso restauratore ed artigiano, combinando il controllo diretto del processo tecnico con la consapevolezza e la sensibilità di chi conosce gli aspetti teorici". Questo permette di sperimentare disinvoltamente con strumenti meno ortodossi, più economici, magari estranei alla letteratura scientifica della disciplina, ma che possono invece dare risultati superiori. Insieme alle attività più tradizionalmente associate al restauro (trattamento delle superfici, integrazione dei colori, pulizia dei materiali) c'è una grande necessità di attingere anche alla tecnica e alla scienza laddove sono in ballo sfide più complesse, magari sulle strutture o sul riposizionamento di precisione.

In questa intervista su Rai Storia, Antonio Iaccarino Idelson racconta alcuni suoi lavori e riflette su come la cultura maker stia plasmando l'artigiano contemporaneo:

"Ci costruiamo da soli gli strumenti di cui abbiamo bisogno per ogni singolo progetto, perché spesso non esistono o se esistono sono costosi e inaccessibili", spiega.
Da restauratore a maker ad imprenditore, penso io, il passo è breve. In un settore che soffre della scarsità di fondi, Antonio e la sua società Equilibrarte lavorano a pieno ritmo spaziando dal trattamento di affreschi (applicati su lastre di carbonio fresate grazie a scansioni 3D micrometriche) alla costruzione di supporti espositivi (mi mostra quelli per due sarcofagi destinati ai Musei Vaticani, mentre il suo socio Carlo Serino prova il prototipo del supporto di una statua con inclinazione regolabile, ovviamente sempre grazie alla scansione 3D), fino alla progettazione di imballaggi sagomati ad hoc per il trasporto di opere delicatissime. Antonio ha sviluppato, con il suo approccio sperimentale e artigianale, una innovativa tecnica di tensionamento delle tele che consente di assecondare con dei telai elastici le variazioni dimensionali dei dipinti indotte da temperatura ed umidità. Mi racconta di un grande progetto cui sta lavorando, che prevede il trasferimento di 90 metri quadri di stucchi romani da un sito archeologico e il loro riposizionamento di precisione in un importante museo della città; tutto grazie alla scansione e alla fresatura 3D e ad un complesso telaio tridimensionale da lui progettato a cui oltre alle lastre dovranno appendersi con delle funi i colleghi restauratori che andranno a lavorare in altezza. Ma mi prega di non rivelare troppi dettagli su questo progetto, perché meriterà un racconto a parte quando sarà completato. Non mancheremo.