Un caso che non doveva diventare un caso. Stefano Cucchi

Non era un giallo, né un omicidio senza testimoni. E lo Stato ne esce comunque sconfitto

Un caso che non doveva diventare un caso. Stefano Cucchi
 Stefano e Ilaria Cucchi

 Ci sono voluti sette anni di indagini, quattro processi (primo grado, appello, Cassazione  e appello bis) terminati  con l'assoluzione di tutti gli imputati (medici, infermieri e agenti di polizia penitenziaria) per aprire un fascio di luce sulle responsabilità della morte di Stefano Cucchi. Ora sotto inchiesta sono finiti tre carabinieri accusati di omicidio preterintenzionale e altri due di calunnia per aver dichiarato il falso su quanto accadde il 15 ottobre 2009 nella stazione dei carabinieri Roma Appia. 

La notizia fa esultare la sorella di Stefano, Ilaria Cucchi "In sette anni è la prima volta che si arriva vicini alla verità". Fa indignare il maresciallo Roberto Mandolini, ex comandante della stazione Roma Appia, indagato per calunnia "vogliono colpire l'Arma". E, quasi sicuramente, l'opinione pubblica potrà dividersi tra i cosiddetti 'colpevolisti' e 'innocentisti'. Ma il problema vero è un altro: come è possibile che un giovane arrestato in buone condizioni di salute, secondo l'accusa per aver spacciato poche bustine di hashish,  muoia una settimana dopo a seguito delle percosse ricevute? Come si può tollerare che dopo sette anni di indagini i responsabili della morte di Stefano ancora non siano stati processati e condannati? 

Il caso Cucchi non sarebbe mai dovuto diventare un caso. Non si trattava di un giallo, di un omicidio senza testimoni, ma, lo ripeto, di una persona che, entrata in una stazione dei carabinieri con i suoi piedi, dopo una settimana muore in un ospedale  completamente deperito, pesava appena 37 chili. Sarebbe bastato indagare senza guardare in faccia nessuno. Di fronte a una morte come quella di Stefano Cucchi, in uno Stato civile e democratico, i responsabili si sarebbero dovuti individuare in pochi mesi. Oggi, sette anni dopo, ci troviamo di fronte alla conclusione dell'inchiesta bis con 5 carabinieri imputati, tre per omicidio preterintenzionale e due per falso e calunnia. Grande stima per il lavoro svolto dalla procura di Roma, ma resta dell'amaro in bocca.