Non servono le ruspe per evitare che si ripetano drammi come quello di Desirée

Serve una cultura diversa. Forse, se avesse potuto contare su un valido aiuto da parte della famiglia, della scuola o di una struttura pubblica dove ci sono assistenti sociali e psicologi, non avrebbe fatto quella fine atroce

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Andrea Ronchini, Ronchini / NurPhoto
 
 Sul cancello che chiude l'edificio in cui è morta Desirée qualcuno ha scritto una richiesta di giustizia 

Desirée è probabilmente morta per arresto cardiaco dovuto alla miscela esplosiva di droga che i suoi violentatori le hanno somministrato prima di sottoporla a una serie di abusi sessuali raccapriccianti. Quattro dei presunti responsabili sono stati già fermati.

I bastardi che hanno sottoposto la piccola Desirée alle sevizie sono tutti immigrati irregolari, uno di loro (Gara Mamadou, 27 anni) aveva già ricevuto un provvedimento di espulsione, ma, come spesso accade, da Roma non è mai uscito e si è dileguato nei vari palazzi abbandonati trasformatisi in centri di ‘accoglienza’ di sbandati di tutti i generi.

I 4 responsabili, dicono gli inquirenti, erano dediti allo spaccio di droga. Il ministro dell’Interno Matteo Salvini promette che tornerà a San Lorenzo con la ruspa (un suo vecchio slogan della campagna elettorale contro i capi rom). Il quartiere si divide tra fan del ministro e contestatori (centri sociali e studenti) che gli danno dello “sciacallo”. L’opinione pubblica e i giornali si soffermano su un problema che è di fronte agli occhi di tutti: migliaia di extracomunitari irregolari che non risiedono nei centri di accoglienza, ma dormono dove capita e, spesso, di professione fanno i piccoli spacciatori o venditori di false griffe (borse, vestiti ecc. ecc.).

E ancora una volta il dibattito si concentra sulla sicurezza, o meglio sulla insicurezza. C’è chi sostiene che bisogna cacciarli e chi invece propone di cambiare modello di accoglienza. Insomma tutto si riduce a un problema di ordine pubblico. Un problema reale, non lo metto in dubbio. Un problema di integrazione, certo, dove l’Italia (ma anche altri Paese) sconta errori sul modello di accoglienza. E la soluzione non è facile. 

Ma sono giorni che mi arrovello sul dramma di Desirée, perché sono anche io un padre e ho due figli. Fare il genitore non è un mestiere, non è un lavoro, è, o dovrebbe essere, una scelta. Fare il genitore non è semplice: bisogna stare sempre con le antenne bene orientate. Bisogna capire i problemi dell’adolescenza. Perché durante l’adolescenza si forma il carattere del giovane. E la nostra società non è semplice da vivere. Soprattutto quando i genitori sono presi da altri problemi.

C’è chi deve pensare al sostentamento della famiglia e quindi mette al primo posto il lavoro. C’è chi teorizza che ai figli bisogna lasciare ampia libertà di movimento. Chi al contrario li ‘marca’ stretti con imposizioni che i ragazzi mal digeriscono o subiscono. C’è poi chi se ne frega ampiamente e non pensa mai di mettersi nei panni del figlio/a per tentare di capire, per esempio, come è andata la giornata a scuola.

Già, la scuola. La scuola dovrebbe essere (e in parte lo è) un istituto che viene subito dopo il ruolo dei genitori. E in alcuni casi (quando ci troviamo in famiglie che hanno problemi socio-economici notevoli) dovrebbe svolgere un ruolo di supplente della famiglia, ossia individuare, capire e intervenire, i problemi del minore. Sì perché a scuola un insegnante dovrebbe immediatamente percepire se un adolescente presenta dei problemi di inserimento nella classe, che poi altro non è che uno spaccato della società in cui viviamo. 

Leggendo i numerosi articoli sulla povera Desirée, non ho letto niente di tutto questo, se non che la ragazza era caduta nel tunnel della droga e che per avere la sua dose era disposta a tutto, anche ad andare in quello stabile degradato di San Lorenzo, meta di disperati, migranti o tossicodipendenti anche loro disposti a tutto, pur di raggiungere il loro obiettivo: un po' di soldi o una dose di eroina, cocaina e peggio ancora una miscela esplosiva come quella che sembra sia stata la causa della morte della ragazza. 

Quindi, ministro Salvini, non servono le ruspe per evitare che si ripetano drammi come quello di Desirée. Serve una cultura diversa. Forse, dico forse, se Desirée avesse potuto contare su un valido aiuto da parte della famiglia, della scuola o di una struttura pubblica dove ci sono assistenti sociali e psicologi, non si sarebbe recata in quel palazzone diroccato di San Lorenzo per finire violentata e ammazzata. E forse, oggi, non saremmo qui a discutere sulla drammatica morte di questa povera vittima per la quale si chiede giustizia.

La giustizia la attuano i magistrati. La politica, invece, deve pensare al resto, dall’inserimento dei migranti (comprese le espulsioni quando ci troviamo di fronte a soggetti pericolosi), alla certezza della pena per determinati reati; ai problemi delle famiglie, e qui un ruolo determinante lo dovrebbero giocare la scuola e le strutture pubbliche con gli assistenti sociali e gli psicologi. Già perché sono poche le famiglie che possono permettersi di far seguire, se necessario, il proprio figlio/a da uno specialista.



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