Mafia Capitale non esiste più, resta il problema della certezza della pena

Paolo Ielo: "Una sentenza che riconosce l'esistenza di un'associazione a delinquere"

Mafia Capitale non esiste più, resta il problema della certezza della pena

"Mafia Capitale" non esiste più, almeno per il momento. Lo hanno deciso i giudici della X Sezione penale del Tribunale di Roma. Per capire il ragionamento dei magistrati che non hanno riconosciuto il reato più grave, l'associazione di stampo mafiosa (416 bis cp)  contestato a un buon numero degli imputati, bisognerà attendere il deposito della motivazione della sentenza. Nel frattempo - e nonostante le pesanti condanne inflitte - i difensori dei maggiori protagonisti del processo, (l'ex estremista di destra  Massimo Carminati e il capo delle cooperative Salvatore Buzzi, condannati rispettivamente a 20 e 19 anni di reclusione)  hanno quasi gioito alla lettura del dispositivo che escludeva l'associazione mafiosa (forse perchè intravedono la possibilità di ottenere in appello uno sconto di pena?). Molto asciutto e contenuto il procuratore aggiunto  Paolo Ielo: "una sentenza che riconosce l'esistenza di un'associazione a delinquere semplice non mafiosa. Le sentenze vanno rispettate. Questa ci dà torto su alcuni aspetti ma in altri riconosce il lavoro che abbiamo svolto".

   Fermo restando che le organizzazioni mafiose a Roma - come nel nord Italia - hanno le loro ramificazioni provate da numerose indagini e processi condotti dalla varie procure antimafia distrettuali, a mio avviso il problema reale scaturito dalla sentenza dei giudici sul processo Mafia Capitale non è tanto la sussistenza del reato mafioso (di per se molto importante) ma la certezza della pena inflitta agli imputati. Questo forse rappresenta il nodo principale che affligge la nostra società e che spesso ha scatenato accese polemiche. Troppe volte, infatti, in base agli indulti o ai benefici previsti dalla legge Gozzini, che privilegia la rieducazione del detenuto rispetto all'aspetto punitivo della pena, ci si è trovati di fronte a casi di pericolosi criminali evasi dopo un permesso premio o tornati a commettere gli stessi reati per i quali erano stati arrestati, condannati e poi rimessi anticipatamente in libertà grazie agli sconti di pena ottenuti nel corso della detenzione. Fermo restando il mio giudizio a favore della Gozzini, perché giusto il principio del recupero e del reinserimento nella società dei detenuti che hanno dimostrato un vero cambiamento di vita, forse l'applicazione dei benefici della legge dovrebbe essere valutata più attentamente dagli addetti ai lavori. Vale a dire: assistenti sociali, psicologi, struttura carceraria (che rilasciano relazioni periodiche sul percorso rieducativo del recluso) e infine dal giudice o dal tribunale di Sorveglianza cui spetta la decisione finale se concedere i permessi premio, sconti di pena dovuti alla buona condotta e semilibertà. 

   I personaggi coinvolti e condannati nel processo "Mafia Capitale" ora ribattezzata "Mazzetta Capitale" non sono soggetti tranquilli, ci sono pregiudicati per gravissimi reati per i quali erano stati condannati in precedenza e che poi, probabilmente grazie agli indulti o alla legge Gozzini, hanno potuto usufruire di sconti di pena e permessi vari fino a ottenere la libertà. Poi ci sono esponenti politici condannati per la prima volta nella loro vita per l'accusa di corruzione. Ci sono anche pregiudicati minori come Matteo Calvio, uomo di fiducia di Carminati, che aveva un soprannome che la dice lunga sulla sua presunta specializzazione: "spezzapollici".  Molti dei condannati hanno già ottenuto la libertà o gli arresti domiciliari. Spero che in un prossimo futuro i loro nomi non siano associati a nuovi e diversi episodi criminosi. 

   Il problema del processo contro Carminati-Buzzi e company non può quindi limitarsi alla sussistenza o meno del reato mafioso, aspetto principale della vicenda sul quale però bisogna aspettare il deposito della motivazione della sentenza. Le sentenze si possono commentare, criticare, elogiare ma si rispettano. I tempi del 'porto delle nebbie' (così era stati ribattezzati negli anni '70 gli uffici giudiziari romani) sono ormai ricordi lontani. Quello che invece si deve temere sono i tempi processuali: entro 1 anno e sei mesi  deve concludersi il processo di appello (che potrebbe cocnludersi con un ulteriore sconto di pena o con il riconoscimento dell'assoziazione mafiosa, chissà), in caso contrario tutti i condannati ancora detenuti tornerebbero in libertà per decorrenza dei termini della custodia cautelare.