Bye-Bye mrs Thatcher, qui torna lo Stato

Abbiamo letto i programmi dei candidati alle elezioni dell'8 giugno in Gran Bretagna. Tutti mettono lo Stato al centro dell'economia

Bye-Bye mrs Thatcher, qui torna lo Stato
Foto: Andy Buchanan, Lindsey PARNABY / AFP 
Jeremy Corbyn e Theresa May (AFP) 

John Maynard Keynes si prende la rivincita su Milton Friedman e la Scuola di Chicago. Per il terrore di liberisti, liberoscambisti e blairiani criptothatcheriani, i programmi dei tre principali partiti britannici che si preparano al confronto dell'8 giugno hanno una cosa in comune. Una tendenza, ad essere più precisi: rimettono tutti, chi più chi meno, lo Stato al centro dell'economia. Motore immobile, magari, o semplicemente Gran Suggeritore per risolvere i blocchi mnemonici degli attori della scena politica, ma comunque sempre lì al centro di tutto. Come accadeva negli anni dell'immediato dopoguerra fino a metà degli anni '70. Fino a quando, nel 1976, non arrivò Lei, Margaret, a rimettere le cose in ordine in un paese di minatori riottosi e impiegati immortalati nei fumetti di Mr Bristow, stipendiato a ufo dalla Chester Perry Co.Ldt.

Leggere i programmi elettorali è sempre di una noia mortale, ma qualche volta può essere utile, perché indicano la via, grossomodo ed al netto di quelle che poi saranno le difficoltà della politica pratica, verso la quale ci si vuole incamminare. Ed anche se le singole battaglie saranno perdute, se non addirittura rinnegate, il programma dei partiti sono la prima campana che suona ad indicare il cambiamento dello spirito dei tempi. E lo spirito dei tempi, questa volta, sembra intenzionato a dire addio dopo 40 anni alla Signora Thatcher, la giustiziera dei minatori. Per dirla con John Donne, oggi la campana suona per lei.

Il Labour promette grandi aumenti di spesa pubblica, dalle assunzioni di migliaia di poliziotti all'abolizione degli abbonamenti per i trasporti pubblici. I Tory non si spingono a tanto, ma anche loro rinunciano all'articolo di fede liberista che esclude ogni possibile aumento delle imposte. I Liberaldemocratici, che vogliono occupare il centro, dicono che spenderanno meno dei laburisti ma più dei conservatori. Non fa una piega.

Soprattutto a colpire è la mancanza di idee per il deficit di bilancio. Nel 2010 e nel 2015 non si parlava d'altro. Questa volta si parla di tutto ma non di come far quadrare i conti pubblici. Certo, molto è dovuto al fatto che il problema non è più impellente, ma proprio per questo ci si sarebbero aspettate indicazioni e fervorini su come non tornare ai tempi del big tax-and-spend. Invece niente. Anzi, alle mancate promesse su come tagliare ulteriormente le tasse si aggiungono le altrettanto assenti intenzioni di eliminare dal sistema quel poco di regolamentazioni ancora in vigore nel campo dell'economia e dell'impresa. Anzi, sembra emergere l'idea che i mercati non abbiano più tanto bisogno di maggiore libertà, quanto di limitazioni, seppur piccole. Letto nello specchio di Leonardo, questo significa una sola cosa: ecco lo Stato che torna. Il Leviatano di Hobbes pronto a divorare, se non i suoi figli, per lo meno tutti i loro quattrini.

Questo è lampante se si parla di Jeremy Corbin, che da quando è arrivato ai vertici del Partito Laburista è stato tacciato più di una volta divoler tornare al socialismo reale. E in effetti lui non si limita a proporre l'aumento della spesa, ma anche un esteso programma di rinazionalizzazioni che vanno dal sistema postale alle ferrovie alle compagnie per la gestione delle risorse idriche. In altre parole: erano esattamente 34 anni che i laburisti non andavano alle urne con un progetto così di sinistra. Per l'esattezza dal 1983, cioè dai tempi della clamorosa sconfitta rimediata da Michael Foot ad opera sempre della Signora Thatcher, la quale definì quella piattaforma "il più lungo biglietto di suicidio della storia".

Una leader atlantica, Margaret. E Corbyn è famoso per le sue idee che parrebbero minare alle fondamenta il Nuovo Ordine Mondiale. Ma lui, su questo versante, si rivela estremamente cauto: sostiene la Nato, propone di mantenere il 2 percento del Pil come quota di spese per la difesa. Però è quando si pensa a Theresa May che non si può non restare sorpresi. Le pagine del programma conservatore ci danno il ritratto di una leader molto più interventista di tutti i suoi immediati predecessori. Per trovare una virata verso il centro paragonabile bisogna risalire ai tempi di Edward Heath, inquilino di Downing Street dal 1965 al 1975. Per intenderci, la vigilia dell'avvento di Margaret Thatcher. Anche lei, come il Labour, propone tetti ai costi dell'energhia elettrica, auspica l'aumento dell'edilizia comunale per i meno abbienti e persino sostiene l'aumento del salario minimo garantito. Quanto ai diritti del lavoratori, vuole aumentarli rispetto a quelli in vigore nella stessa Unione Europea per lasciare la quale ha indetto proprio queste elezioni. Nel 1992 a Maastricht fu propri l'Europa sociale la prima grande fetta di integrazione cui i britannici si rifiutarono di aderire. Ma Margaret Thatcher era stata primo ministro fino a pochi mesi prima, ed i conservatori agivano pienamente nel suo solco. Oggi anche la May, prima donna a tornare a Downing Street da quell'epoca, compie un'inversione a U. E lo Stato, con il suo big spending e le sue promesse di redistribuzione del reddito, si prepara ad uno storico ritorno.