Raffaello (quasi) stroncato dal coronavirus

Raffaello (quasi) stroncato dal coronavirus

Tour soltanto virtuale per il grande evento che alle Scuderie papali del Quirinale celebra il genio del Rinascimento fondatore del manierismo, a cinque secoli dalla morte
coronavirus mostra raffaello

© ALBERTO PIZZOLI / AFP - La mostra su Raffaello Sanzio alle Scuderie papali del Quirinale

Se è vero che le colpe dei padri cascano sui figli, non è vero il contrario: i meriti dei figli non ricascano sui padri. Prendi Giovanni Santi, per esempio. Pittorucolo – non molto eccellente, lo definisce Vasari nelle sue Vite – trasferitosi giovanissimo da Colbordolo a Urbino, mette al mondo un unico figlio maschio, lasciandolo orfano a poco più di dieci anni – gli stessi in cui era venuto a bottega dai maestri urbinati, dal paesello natìo – senza manco la soddisfazione di lasciargli il nome.

Che, vai a sapere perché, si darà ai posteri come Sanzio, anziché col latino Sancti, con cui Raffaello si firmava. Inguacchi della critica. Eppure, Giovanni Santi non era così malaccio. Lo testimonia la cappella Tiranni nella chiesa di San Domenico a Cagli, dove Giovanni ritrae sé stesso nelle vesti del Battista e il figliolo come un angelo, canto un san Francesco insolitamente austero. Quell’angioletto a braccia conserte è il primo ritratto di Raffaello a nove anni, che di lì a poco avrebbe perso il padre.

Lo testimonia, soprattutto, la fiorente bottega che Giovanni lascia al figlio, ben introdotta negli ambienti del granducato, e l’essere finito a bottega dal Perugino, con cui il padre era in buoni rapporti. Da lì Raffaello Sanzio avrebbe iniziato la scalata che l’avrebbe portato a essere uno degli artisti più famosi al mondo. Un pittore di maniera, come si sarebbe detto, che avrebbe dato la stura al manierismo, surclassato il padre e gran parte dei coevi e posteri: tra i più noti e imitati del Rinascimento.

Alla pari di Leonardo e inferiore, forse, solo a quel Michelangelo di cui, tramite Bramante, fu inimicissimo, a cui ancora Vasari dedica oltre duecento pagine, a fronte della settantina sul “grazioso Raffael Sanzio da Urbino”. Teniamo a mente quel grazioso, ché torna utile.

Raffaello, dunque. Ci sono ciambelle che nascono col buco, e mostre che nascono sfigate. Quella su Raffaello è una di queste. Evento clou che avrebbe dovuto celebrare i cinque secoli della morte del maestro urbinate, dai primi di marzo alle scuderie del Quirinale. Dal 1520 al 1483, un percorso a ritroso dai fasti romani alla natìa Urbino. Dove, appena quattordicenne, orfano di padre e già a bottega dal Perugino, pittò quella Madonna con Bambino sui muri della casa paterna che gli esperti dicono essere la sua prima opera. Duecento pezzi esposti, una buona metà di sua mano tra opere, cartoni, arazzi e altro, a ritroso dalla fine all’inizio.

A partire dalla monumentale tomba al Pantheon, riprodotta in mostra a grandezza naturale, su cui Pietro Bembo – ma più probabilmente Antonio Tebaldi – fissò il famoso epitaffio latino. Poi la ricostruzione virtuale della grande mappa dell’antica Roma, l’urbe di cui era stato nominato responsabile da papa Leone X, assieme alla Fabbrica di San Pietro, e che non fece in tempo a terminare, stroncato dalla morte a 37 anni, il 6 aprile 1520, un venerdì santo.

coronavirus mostra raffaello
© ALBERTO PIZZOLI / AFP
La mostra su Raffaello Sanzio alle Scuderie papali del Quirinale

Di “eccessi amorosi”, avrebbe detto Vasari, dopo due settimane di malattia, ed è facile immaginare di quali eccessi si tratti, per lui che era piuttosto belloccio – grazioso, per dirla con Vasari – come il padre Giovanni. E del pari scostumato, nonostante si fosse messo in casa e a bottega la famosa Fornarina in cui critici di poco larghe vedute stentano a vedere l’amante musa.

Leone X, dicevamo. Quel papa che oltre ad affibbiargli la curatela d’ogni anticaglia gli dette pure la sovrintendenza della Fabbrica di San Pietro, dal 1514, che tanti guai avrebbe dato alla cristianità e tanto guasto al povero Michelangelo. Leone X, appunto. Quel ritratto che viene dagli Uffizi, come una cinquantina delle opere esposte, per cui s’è dimesso il comitato scientifico, contrario allo spostamento del quadro dalla sua sede, in onta al buon senso e alle disposizioni in tema di trasferimenti d’opere, vietato all’estero ma non nella capitale.

Poi la mostra curata da Marzia Faietti e Matteo Lafranconi, partita col piede sbagliato, è stata quasi stroncata dalla pandemia. L’inaugurazione per la stampa temporaneamente sospesa per il malore a un anziano, soccorso da un’ambulanza; annullato il vernissage per i vip; bloccati dopo neanche tre giorni gli accessi già contingentati, con 60 mila biglietti già venduti da rimborsare. Peggio non poteva andare per il grande evento, atteso da tempo, ai tempi del coronavirus.

La natura non morì alla sua morte, come scrisse l’amico poeta sulla tomba, ma alla sua mostra ha dato un bel colpo. In attesa che riapra, e si riprenda la vita sospesa, accontentatevi di un tour virtuale.