La lotta di Papa Francesco e quella del Venezuela

Due storie, una sola tristezza: il pontefice in America Latina si scontra con il muro di gomma delle oligarchie locali. Che spesso controllano le conferenze episcopali

venezuela cile papa francesco maduro chavez elezioni presidenziali pedofilia conferenza episcopale

Colpevole riconosciuto di gravissimi reati di abuso sessuale sui minori, padre Fernando Karadima, a differenza di un santo prete come don Zeno Saltini, sulla cui tomba Papa Francesco si è recato a pregare pochi giorni fa, non è stato mai ridotto allo stato laicale. Come è noto, nelle scorse settimane sono venute alla luce le coperture ecclesiastiche delle quali il prete abusatore godeva. Riguardo le responsabilità dei vescovi coinvolti si è scoperto che erano state dette gravi falsità a Papa Francesco, che nel suo recente viaggio in Cile ne ha difesi alcuni con grave scandalo dell’opinione pubblica.

Preti abusatori ricchi, vittime abusate poveri: lo scandalo nello scandalo

Probabilmente al Papa è stata poi mostrata una foto che era nell’archivio del Clarin: riprende alcuni vescovi che impongono le mani sul carismatico sacerdote cileno, del quale non potevano ignorare, come si è dimostrato, i comportamenti criminali. È finita che, fatto assolutamente inedito, tutti i 34 vescovi del Cile hanno consegnato al Papa le proprie dimissioni e si attendono ora le decisioni del Pontefice, che si preannunciano giustamente molto severe.

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Cile Karadima  

 Ma c’è un elemento che non è stato abbastanza sottolineato in questa sporca vicenda: i bambini abusati erano poveri, l’abusatore e i vescovi che lo hanno coperto sono invece espressione di ambienti culturalmente e economicamente elevati.

 “Ogni abuso compiuto nella Chiesa è anche un abuso di potere”, ha detto qualche tempo fa l’arcivescovo Charles E. Scicluna, il vescovo maltese che è stato per un decennio il promotore di giustizia incaricato di indagare sui casi di pedofilia e che Francesco ha inviato in Cile per fare chiarezza dopo le tensioni sperimentate durante il suo recente viaggio pastorale.

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HO / VATICAN MEDIA / AFP 
 I vescovi cileni ricevuti in Vaticano da Papa Francesco

Le responsabilità della Chiesa nella sconfitta al referendum sulla pace in Colombia

Mentre in Vaticano e in Cile si svolgeva questo dramma (non si sa quale diversa  parola si potrebbe usare per definire un intero Episcopato che si dimette), in un altro paese dell’America Latina, il bellissimo e oggi assai malinconico Venezuela, i cittadini si sono trovati davanti ad un inedito conflitto tra Stato e Chiesa. È avvenuto a proposito delle elezioni presidenziali, delle quali i vescovi (in sintonia con gli Stati Uniti e il loro rinnovato “piano Condor”) chiedevano il rinvio sine die.  Sostenendo una tesi sconcertante: è più democratico non votare in quanto alcuni leader dell’opposizione hanno deciso di non candidarsi.

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 Colombia Presidency Press Office 
Papa Francesco con un tipico cappello colombiano (foto concessa solo per uso editoriale)

 La contemporaneità dei due eventi, almeno apparentemente non collegati, suggerisce tuttavia alcune riflessioni, anche perché vi è un recente altrettanto grave precedente: la decisione dell’anno scorso dei vescovi della Colombia di non appoggiare gli accordi di pace tra Bogotà e le Farc che dopo 40 anni hanno riconsegnato le armi ponendo fine alla guerriglia.

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 Pace Colombia e Farc Santos

È finita che il referendum è stato bocciato e probabilmente alle presidenziali ormai imminenti vincerà la destra fascista vicina ai paramilitari che le armi non le hanno mai lasciate e, impegnati di fatto nella difesa dei latifondisti, ovvero dell’oligarchia di origine creola che continua a mantenere il 90 per cento delle ricchezze, sono sanguinari almeno quanto le Farc.

 Due paesi, due storie, un’unica tristezza

Episodi diversi e tutti tristi. Al di là delle apparenze, Papa Francesco ha fino ad oggi scarso seguito tra i vescovi dell’America Latina. Argentina compresa, dove è stato costretto a sostituire (privandolo con una decisione inedita del titolo di “emerito” che tocca automaticamente ai vescovi che vanno in pensione) l’ordinario di Tucman, Alfredo Horacio Zecca, colpevole di non aver preso le parti né da vivo né da morto il padre Viroche, ucciso perché difendeva i suoi “figli” dalla droga e dalla tratta dei minori.

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Foto: CORTESÍA / NOTIMEX 
 Papa Francesco in Colombia (AFP)

Per non parlare dei nunzi: in Cile l’arcivescovo Ivo Scapolo si era guardato bene dal dire al Papa cosa davvero era accaduto, in Colombia l’arcivescovo Ettore Ballestrero è noto per le sue posizioni conservatrici, in Venezuela monsignor Aldo Giordano se ne sta rintanato nella nunziatura di Caracas perché uscirne e stare tra la gente lo esporrebbe al rischio di disapprovare la linea filo statunitense che tra le gerarchie locali è del tutto maggioritaria. E poco importa se per affermarla anche l’episcopato si presta a diffondere delle fake news, come quella delle ostie che scarseggerebbero nelle parrocchie venezuelane a causa della carestia, mentre in realtà semplicemente alcune diocesi della Colombia si sono disfatte così delle ostie avanzate dalle liturgie papali dello scorso settembre, che non sapevano come smaltire.

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FERNANDO LAVOZ / NurPhoto
Pedofilia (AFP)

Una fake che fa il paio con quella diffusa da alcuni media per i quali le ragazze del Venezuela non avendo da mangiare sono costrette a vendersi i capelli:   una falsità assoluta, come hanno constato gli osservatori internazionali visitando un migliaio circa dei seggi delle elezioni del 20 maggio, dove scrutatrici ed elettrici sfoggiavano fiorenti capigliature perché praticamente nessuna ragazza del Venezuela porta i capelli corti e in effetti il commercio dei capelli è più fiorente in Italia dove invece molte giovani amano il taglio alla “garconne”.

L’esperienza degli osservatori internazionali che hanno seguito il voto in Venezuela

Ma tutti i 150 osservatori internazionali di 40 paesi giunti in Venezuela per garantire con una presenza capillare nei 20 mila seggi (chi scrive ne ha visitati 9) che si votasse in modo regolare (e così è stato) sono rimasti colpiti soprattutto da un altro dato evidente come quello dei capelli: la grande cura che in Venezuela si ha dei bambini.

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 Afp
 Nicolas Maduro festeggia i risultati del voto della Costituente

Balzava agli occhi vedendo le mamme che li portavano in braccio con grande tenerezza mentre compivano il dovere civico di esprimere il voto sull’ultramoderno touch screen (un apparecchio  a due uscite, una per inviare a chiusura del seggio direttamente il voto al server del CNE, e l’altra per stampare una scheda con il voto espresso, che l’elettore doveva controllare e poi infilare nell’urna perché gli scrutini sono stati due, quello elettronico e quello tradizionale, escludendo qualunque possibilità di broglio ed errore).

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Fidel Castro con l'allora presidente venezuelano Hugo Chavez (Afp) 

Quelle mamme qualche volta si fermavano ad allattarli se erano neonati, ovvero li sorvegliavano mentre i piccini giocavano alle giostrine degli asili e scuole che ospitavano i seggi, divenendo esse i soggetti perfetti per le “interviste” degli osservatori. E ovviamente il discorso finiva per cadere sui bambini che crescono in un paese in stato d’assedio, dove mancano molte cose, comprese le medicine, la carne rossa e i prodotti derivati dal grano (mentre altri alimenti, ad esempio il mais e la carne bianca, ci sono in relativa abbondanza, e infatti nessun venezuelano ha l’aspetto di chi soffre di denutrizione).    

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Orchestra bolivariana 

Alle domande sul futuro dei bambini le donne hanno risposto con preoccupazione, ma sul presente tutte hanno vantato la validità della rete scolastica che funziona nel Paese. Del che gli osservatori hanno trovato ulteriore conferma proprio negli ambienti dove erano allocati i seggi: le scuole per l’infanzia. Ambienti qualche volta poveri ma sempre molto puliti e ordinati, con tanti giocattoli e manifesti con programmi educativi riguardanti l’alimentazione, l’educazione civica e quella sessuale, il tema della pace e anche la protezione dagli abusi, dai quali è partito questo post.

L’analisi del padre Ernesto Cardenal

“Fuori non si sa che in Venezuela si sta completando una campagna d'alfabetizzazione e che presto l'analfabetismo sarà a tasso zero. L' educazione ora si fa anche in lingue indigene, che sono 38, e si fanno pubblicazioni in queste lingue. La lingua ufficiale ormai non è solo lo spagnolo, ma lo sono anche le lingue indigene. Ci sono tre indigeni/e nell'assemblea nazionale (parlamento) e fino a poco fa un'indigena era ministra dell'Ambiente e Risorse Naturali”, ha scritto un grande poeta e teologo (della Liberazione) padre Ernesto Cardenal, il gesuita che all’epoca delle rivoluzione sandinista fu ministro in Nicaragua attirandosi una sospensione a divinis dalle gerarchie e un pubblico rimprovero da San Giovanni Paolo II con un gesto immortalato da una foto rimasta famosa, ed è stato poi riabilitato da  Papa Francesco.

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Padre Cardenal rimproverato da Giovanni Paolo II

In effetti in Venezuela l'educazione è diventata di massa. “L'educazione - sono ancora le parole di padre Cardenal - ha reintegrato milioni di persone che prima ne erano escluse. I programmi di educazione cominciano dai bambini di un anno”. Le scuole bolivariane, in cui non si paga nulla, sono per i bambini che prima non potevano pagare l'iscrizione a una scuola. Si tratta di scuole di educazione integrale, con pranzo e merenda, e con cultura e sport oltre agli insegnamenti dell'educazione di base. E soprattutto non si tratta di scuole separate dalla comunità.

Alcuni osservatori, tra i quali chi scrive, hanno visitato, essendovi allocati due seggi, il “Tribilin”, la materna cioè fondata personalmente dal Comandante Chavez nel grande caseggiato che ospita 3 mila famiglie a La Vega, e che rischiava di diventare una sorta di Scampia locale. E invece grazie alla scuola di musica (propaggine dello straordinario sistema dell’ Orchestra Bolivariana, che meriterebbe un post a parte in quanto ha già ‘salvato’ 900 mila ragazzi dai pericoli della strada) e al modesto ma pulitissimo e ben tenuto “Tribilin”, che sono al suo interno, è diventato la casa di una comunità orgogliosa dei propri figli, che insieme li tutela e li difende. Che soffre insieme le privazioni di oggi. Che spera insieme in un futuro migliore.

È difficile rendere in poche righe un’esperienza come quella dell’accompagnamento elettorale internazionale in un paese sotto assedio, come il Venezuela. E vittima di una campagna mediatica senza precedenti che attraverso le fake news prepara il terreno ad un’invasione umanitaria di uno stato sovrano allo scopo di riprendere il controllo delle sue straordinarie risorse minerarie e petrolifere. Ma il primo elemento che balza agli occhi in Venezuela è l’amore per i bambini che fa il paio con l’orgoglio di essere cittadini titolari del diritto di votare o anche di non votare (come ha fatto il 57 per cento degli elettori). Di scegliere cioè da soli il destino del Venezuela. Un paese indistruttibile. Che avrebbe bisogno di una chiesa più vicina alla gente e non arroccata nelle sue posizioni di difesa della classe abbiente, che qui in Venezuela, come precisamente in Colombia e Cile, è rimasta fortissima e lotta per difendere i propri privilegi economici e sociali alleandosi all’occasione con chi attacca il paese dall’esterno. 



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