San Pietro non aveva una banca. Si arriverà mai a chiudere lo Ior?

San Pietro non aveva una banca. Si arriverà mai a chiudere lo Ior?

Si tratta indubbiamente di un fatto positivo perché testimonia lo sforzo di moralizzazione in atto, ma certo l’accresciuta cooperazione giudiziaria in tema di reati finanziari tra Italia e Santa Sede, registrata dal rapporto dell’Aif  pubblicato il 15 maggio, un po’ inquieta chi ha a cuore la fedeltà della Chiesa al Vangelo.

Che fine ha fatto la chiesa povera per i poveri

A quattro anni dall’elezione di Papa Francesco, che fu seguita nel primo incontro con i giornalisti dalla sua esclamazione programmatica “Quanto vorrei una Chiesa povera per i poveri!”, infatti, continuano in territorio vaticano le operazioni irregolari (riciclaggio, esportazione di valuta, evasione fiscale).

E se anche “il numero delle segnalazioni di attività sospette (SAS) da parte di diversi soggetti segnalanti è diminuito rispetto al 2015 (da 544 a 207), esso  è stato comunque più elevato rispetto agli anni precedenti”. Un dato che secondo l’Aif  (un organismo che ha l’esclusiva competenza di sorvegliare lo Ior) indica “una sempre crescente ed effettiva attuazione delle procedure di segnalazione da parte degli enti vigilati”, oltre che “un miglioramento in termini di qualità con un impatto positivo sui rapporti inoltrati dall’AIF al Promotore di Giustizia Vaticano, dai quali sono scaturiti procedimenti penali, e sulla cooperazione internazionale con UIF estere, che ha avuto un notevole sviluppo”.  

Mentre sono stati 22 i rapporti finalizzati allo svolgimento di ulteriori indagini da parte dell’Autorità Giudiziaria Vaticana, le segnalazioni alle autorità competenti di paesi esteri sono invece cresciute da 81 nel 2013, a 113 nel 2014, a 380 nel 2015, ed a 837 nel 2016, quando è cessato il periodo di transizione riguardo a una sorta di “scudo fiscale” per chi voleva mettere in regola i suoi capitali.

E l’anno scorso l’AIF - che è membro del “Gruppo Egmont” dal 2013 - ha siglato protocolli d’intesa con le Autorità di vigilanza e Unità di Informazione Finanziaria (UIF) di Austria, Brasile, Canada, Italia, Panama, Polonia e Russia. Negli anni precedenti, l’AIF aveva già sottoscritto protocolli d’intesa le autorità di Albania, Australia, Belgio, Cuba, Cipro, Francia, Germania, Ungheria, Italia, Liechtenstein, Lussemburgo, Malta, Monaco, Paesi Bassi, Norvegia, Paraguay, Perù, Polonia, Romania, San Marino, Slovenia, Spagna, Svizzera, Regno Unito e Stati Uniti d’America. Il che significa che il Vaticano non intende affatto rinunciare alla sua sovranità in materia bancaria ma vuole collaborare alla pari con le autorità finanziarie degli altri paesi. Solo che il Vangelo, che dovrebbe essere la sua Carta Costituzionale, non ha molto a che vedere con le norme della finanza internazionale, se più volte Papa Francesco ha lamentato che “ci si preoccupa di più di salvare una banca che un povero che muore di freddo in via Ottaviano”.

La beata Imelda non riciclava denaro sporco

Francesco del resto aveva parlato dell’urgenza di un cambiamento di rotta delle finanze vaticane sull’aereo che lo portava a Roma da Rio de Janeiro già nel luglio 2013 per poi confidare che era incerto sul da farsi per lo Ior. “Noi abbiamo questo monsignore in galera non è certamente andato in galera perché assomigliava alla Beata Imelda!”, disse a proposito di monsignor Nunzio Scarano officiale dell’Apsa che riciclava nello Ior. E qualche tempo dopo affermò: “San Pietro non aveva una banca”.  Ma alla fine lo Ior, sia pure molto ridimensionato, sopravvisse  al cambio di Pontificato e alla riforma (peraltro in gran parte rientrata) delle Finanze Vaticane. Con il risultato che è rimasto il rischio di riciclaggi e altre zozzerie e dunque la necessità di un Autorità d’Informazione Finanaziaria indipendente, che sorvegli la “banca vaticana”.

Non c’è dubbio però che grazie a Papa Francesco e il suo quotidiano martellare sui vizi degli ecclesiastici attaccati al potere e al denaro, però molto lentamente la mentalità sta cambiando. Ne è prova l’omelia che il segretario di Stato Pietro Parolin ha pronunciato in occasione del recente pellegrinaggio del Papa a Fatima, con l’invito a non arrendersi alla banalità e fatalità del male”.  A colpire è stato la metafora utilizzata dal cardinale vicentino, che sembra presa da un libro sui fondamentali dell’economia, in particolare dal capitolo sulle emissioni valutarie.

Una banconota falsa che ci dobbiamo tenere

“Se riceviamo una banconota falsa, – ha sottolineato Parolin – una reazione spontanea, e persino ritenuta logica, sarebbe di passarla a qualcun altro. In questo si vede come siamo tutti inclini a cadere in una logica perversa che ci domina e spinge a propagare il male. Se mi comporto secondo questa logica, la mia situazione cambia: io ero vittima innocente quando ho ricevuto la banconota contraffatta; il male degli altri è caduto su di me. Nel momento, però, in cui coscientemente passo la banconota falsa a un altro, io non sono più innocente: sono stato vinto dalla forza e dalla seduzione del male, provocando una nuova vittima; mi sono fatto trasmettitore del male, sono diventato responsabile e colpevole. L’alternativa è quella di fermare l’avanzata del male; ma ciò è possibile solo pagando un prezzo, restando cioè io con la banconota falsa e liberando così l’altro dall’avanzata del male”.

Per il porporato “questa reazione è l’unica che può fermare il male e vincerlo. Gli esseri umani ottengono questa vittoria quando sono capaci di un sacrificio che diventa riparazione; Cristo la compie, manifestando che il suo modo di amare è misericordia. Un tale eccesso d’amore lo possiamo vedere nella croce di Gesù: egli si fa carico dell’odio e della violenza che cadono su di lui, senza insultare né minacciare vendetta, ma perdonando, dimostrando che c’è un amore più grande. Solo lui può fare questo, caricandosi – per così dire – la ‘banconota falsa’. La sua morte è stata una vittoria ottenuta sul male scatenato dai suoi aguzzini, che siamo tutti noi: Gesù crocifisso e risorto è la nostra pace e riconciliazione”.