Gli scarponcini di Francesco, la giustizia riparativa e i nuovi cardinali

"Francesco, ripara la mia casa", fu chiesto da Gesù al Poverello di Assisi, e il Papa che ha scelto di portarne il nome sente attribuita a se stesso quella richiesta. E questo spiega l'atto di giustizia riparativa compiuto ieri

papa francesco nuovi cardinali

"Sei sempre stato tra i miei critici più severi, come vivi è una critica, le tue scarpe sono una critica... Pensi di sapere tutto, la cosa più difficile è ascoltare, ascoltare la voce di Dio. C'è un detto: Dio corregge un Papa dando al mondo un altro Papa. Voglio ammirare la sua opera".

Sono parole, se non vere del tutto verosimili, che Benedetto XVI (interpretato da un superlativo Anthony Hopkins) rivolge al cardinale Bergoglio (l'ugualmente bravo Jonathan Pryce), nel film "I due papi", prodotto da Netflix e in arrivo a dicembre, di cui il colosso streaming ha diffuso il trailer ufficiale. Le scarpe (vere) di Bergoglio citate da Ratzinger (nel colloquio immaginario) sono quegli scarponcini neri molto spartani (con correzione ortopedica) che l'allora cardinale si faceva preparare da un calazolaio di Buenos Aires e che continua ad utilizzare da Papa avendo allontanato da se con un gesto molto deciso già il giorno dell'elezione, nella "stanza delle lacrime", ovvero la sala attigua alla Sistina dove l'eletto indossa la veste bianca, sia le pantofole di morbida pelle rossa (fornite a Ratzinger da "Prada") sia anche la mozzetta bordata di ermellino e la croce pettorale d'oro.

Scelte che furono comprese immediatamente da tutti come l'annuncio di un cambiamento, che quel 13 marzo 2013 si poteva solo intuire quanto fosse profondo nelle intenzioni del nuovo Papa che pochi dopo, incontrando per la prima volta i giornalisti, disse di volere "una Chiesa povera e per i poveri". 

"The Two Popes", verrà presentato in anteprima al Toronto International Film Festival (5-15 settembre 2019) e sarà interessante leggere cosa ne scriverà il più autorevole e quotato esperto di cinema della Santa Sede, monsignor Dario Edoardo Viganò, da sabato scorso vice cancelliere della Pontificia Accademia delle Scienze e della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali, ma da vent'anni docente al Laterano, dove è stato anche preside, prima di diventare direttore del Centro Televisivo Vaticano e poi prefetto del Dicastero della Comunicazione. A quest'ultimo ruolo una congiura di palazzo lo ha costretto a rinunciare nel marzo 2018.

Una manovra che aveva come mandanti quanti resistevano alla riforma dei media che Papa Francesco gli aveva affidato, e che ha avuto come sicari alcuni personaggi della Curia che hanno accusato don Dario di aver mancato di rispetto al Papa Emerito Benedetto XVI,  prima dando la parola a un teologo suo oppositore, e poi diffondendo solo una parte di una lettera che l'ex Pontefice gli aveva indirizzato. Come risulta evidente a chiunque abbia buon senso, in realtà il sacerdote aveva cercato di proteggere l'immagine dell'Emerito, che altri vogliono continuamente trascinare in polemiche che nelle loro intenzioni vorrebbero depotenziare l'attuale Pontificato. 

Il capodicastero allontanato da Ratzinger, che diventa cardinale con Francesco

Questa brutta pagina non è raccontata nel film che vuole dar conto della non sempre facile convivenza tra i due Papi che in Vaticano abitano a poche decine di metri: l'Emerito in un monastero di clausura fondato da San Giovanni Paolo II e che le suore hanno dovuto abbandonare per accogliere il dimissionario Ratzinger e le persone che vivono con lui, il Pontefice regnante in un pensionato per preti e vescovi di passaggio in Curia. "Per ragioni psichiatriche", ha scherzato Francesco spiegando la rinuncia all'appartamento della Terza Loggia del Palazzo Apostolico, dove si sentirebbe inevitabilmente isolato ma anche controllato.

Una sensazione sgradevole che ieri deve aver trovato conferma nel piccolo ma clamoroso incidente che gli è occorso rimanendo bloccato per 25 minuti nell'ascensore che lo stava portando proprio alla Terza Loggia, da dove ogni domenica, da quasi 70 anni, i Papi si affacciano per l'Angelus. Una inchiesta interna riservata e condotta con assoluta discrezione appurerà come sia stato possibile e perchè i vigili del fuoco, il cui ufficio è a pochi metri, abbiano impiegato quasi mezz'ora per liberare il Papa, certo è che l'accaduto risulta inquietante se si considera che Papa Francesco aveva scelto proprio l'Angelus di ieri per annunciare il suo sesto Concistoro.

Ed ecco che affacciandosi alla finestra, dopo la richiesta di scuse per il ritardo e di applauso per i vigili del fuoco vaticani (che dunque non considera responsabili dell'imbarazzante quasi mezz'ora in cui è rimasto imprigionato) il Papa finalmente legge i 13 nomi e l'undicesimo è quello dell’arcivescovo inglese Michael Louis Fitzgerald che nel 2002 era stato nominato da Wojtyla capo del dicastero per il dialogo interreligioso e che nel 2006, con un atto assolutamente senza precedenti, era stato rimosso da Benedetto XVI e retrocesso a nunzio apostolico in Egitto. All'epoca, forse per tranquillizzare il mondo islamico del quale Fitzgerald era un interlocutore attento e molto aperto, si disse che le decisione del Papa non riguardava la linea del dicastero ma questioni personali del religioso britannico: la porpora che gli conferisce ora Francesco fa giustizia di quelle voci che dunque non avevano fondamento e delle quali, per averle registrate e inevitabilmente ingigantite, come vaticanista, chi scrive queste righe chiede ammenda all'interessato e ai lettori. 

La nomina a cardinale di Matteo Zuppi, prete di strada

"Francesco, ripara la mia casa", fu chiesto da Gesù al Poverello di Assisi, e il Papa che ha scelto di portarne il nome sente attribuita a se stesso quella richiesta. E questo spiega l'atto di giustizia riparativa compiuto ieri, così come quello del giorno prima verso don Dario.
Ma il nome di Fitzgerald tra i nuovi cardinali (primo tra i tre ultraottantenni) ha soprattutto una valenza importante nel dialogo interreligioso, frontiera che vede Francesco impegnato sulle orme di San Giovanni Paolo II, che per primo convocò i leader delle altre religioni ad Assisi il 27 ottobre 1986 per condannare insieme, come la peggiore delle bestemmie, la violenza perpetrata in nome di Dio. Un cammino proseguito in questi 33 anni dalla Comunità di Sant'Egidio e che l'anno scorso ha visto il raduno dei leader a Bologna, per gettare "ponti di pace" in un momento difficilissimo per la pace nel mondo.

Un impegno confermato da Francesco anche con l'elevazione al cardinalato di Matteo Zuppi, il prete romano amico dei poveri, che per decisione di Francesco guida l'arcidiocesi abitando nel pensionato dei preti anziani e che ogni giorno si spende per gli ultimi, specialmente i migranti africani, il che gli attira non poche critiche. Essendo rimasti fuori ancora una volta gli arcivescovi di Milano Mario Delpini, di Torino Cesare Nosiglia, di Venezia Francesco Moraglia e di Palermo Corrado Lorefice, la nomina di Zuppi non è un atto dovuto, essendo Bologna una sede cardinalizia, ma un riconoscimento dell’impegno di un prete che ha scelto di stare sempre e comunque dalla parte dei poveri. 

Il Terzo Mondo sempre più forte nel Sacro Collegio

Nella direzione di incoraggiare il dialogo interreligioso va letta ovviamente anche la nomina di Miguel Angel Ayuso Guixot, religioso comboniano, attuale presidente (dopo esserne stato segretario) del Pontificio Consiglio, già professore di islamologia prima a Khartoum, poi al Cairo. E' stato lui il tessitore della storica dichiarazione congiunta firmata da Francesco e dall'Imam di Al Azhar, punto di svolta dopo l'arretramento di Ratisbona con la gaffe di Ratzinger nella famosa lectio magistralis. 

Del tutto inattesa ma ugualmente a sostegno dei "ponti" che Francesco vuole gettare, è arrivata la porpora al gesuita Michael Czerny, sotto segretario della Sezione Migranti del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, che è diretta direttamente da Papa Francesco. Padre Czerny, 73enne canadese di origine ceca, ha un curriculum impressionante ed ha speso l'intera esistenza a difesa dei diritti umani calpestati in America Latina e in Africa: in seguito all’uccisione dei Gesuiti presso la Central American University (UCA), si è trasferito in San Salvador.

Qui nel 1991 ha ricoperto l’incarico di vice-rettore dell’UCA e direttore dell’Istituto per i Diritti Umani del medesimo Centro. Dal 1992 al 2002 ha svolto il ruolo di segretario per la Giustizia Sociale presso la Curia Generalizia della Compagnia di Gesù e, successivamente, ha operato in Africa in qualità di fondatore e direttore dell’African Jesuit AIDS Network (AJAN), rete di sostegno ai gesuiti africani impegnati a dare risposte alla pandemia dell’HIV/AIDS. Nel 2009, Papa Benedetto XVI lo ha nominato adiutor (esperto) al Sinodo dei vescovi per l’Africa. Dal 2010 è consulente presso il Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace. Nell’ottobre 2018 è stato membro del Sinodo dei giovani.

Significativo nella lista letta dal Papa anche il nome di Juan de la Caridad García Rodríguez, arcivescovo de San Cristóbal de la Habana, perchè Cuba è una chiesa molto importante per la geopolitica di questo pontificato, un’isola dove si sono recati i tre ultimi papi lanciando ponti (e appelli) perchè si rompesse l’assedio economico che la stringe (e che invece si sta inasprendo ulteriormente. 

Gli altri rappresentanti del Terzo Mondo sono Ignatius Suharyo Hardjoatmodjo, arcivescovo de Jakarta, Fridolin Ambongo Besungu, cappuccino, attuale arcivescovo di Kinshasa, Cristóbal López Romero, salesiano, arcivescovo di Rabat, Alvaro L. Ramazzini Imeri, vescovo di Huehuetenamgo in Guatemala. Impegnato nel dialogo interreligioso anche  il gesuita Jean-Claude Höllerich, arcivescovo di Lussemburgo, che ha trascorso gran arte della vita come missionario in Giappone, dove ha fatto gli studi di lingua e cultura giapponese e ha ripreso lo studio della teologia alla Sophia University di Tokyo. Missionario anche l'altro italiano dell'elenco:  Eugenio Dal Corso, vescovo emerito di Benguela, già missionario di Don Calabria in Argentina e in Africa, prima a Luanda in Angola dove si impegnò a fianco delle popolazioni più deboli e poi vescovo di Saurino e di Benguela fino al 26 marzo 2018 dove presenta rinuncia per limite d’età.

“La loro provenienza esprime la vocazione missionaria della chiesa che continua ad annunciare l’amore misericordioso di Dio a tutti gli uomini della terra”, ha detto il Papa. Nella breve catechesi che ha preceduto l’Angelus il Papa aveva commentato la parabola degli invitati alla festa, che non debbono scegliere da soli i primi posti per evitare l’umiliazione di essere fatti alzare per andare in fondo alla sala.

La “corsa ai primi posti” fa male alla comunità civile a alla Chiesa: è stato l’avvertimento lanciato dal Papa, prendendo spunto dal Vangelo di Luca. “E’ un atteggiamento piuttosto diffuso, anche ai nostri giorni”, ha osservato il Pontefice, “si cerca il primo posto per affermare una presunta superiorità sugli altri. In realtà, questa corsa ai primi posti fa male alla comunità, sia civile sia ecclesiale, perchè rovina la fraternità”. “Tutti conosciamo questi arrampicatori”, ha sottolineato.



Se avete correzioni, suggerimenti o commenti scrivete a dir@agi.it.