Il monito ai mafiosi di Papa Francesco

"Non si può credere in Dio ed essere mafiosi. Chi è mafioso non vive da cristiano, perché bestemmia con la vita il nome di Dio-amore”

Il monito ai mafiosi di Papa Francesco
FILIPPO MONTEFORTE / AFP 
Papa Francesco
 

“Agli altri la vita si dà, non si toglie. Non si può credere in Dio e odiare il fratello”. Questo monito lanciato con forza da Papa Francesco nell’omelia della messa celebrata al Foro Italico di Palermo per oltre 100 mila persone, dà il senso del pellegrinaggio compiuto da Francesco a 25 anni dall'uccisione di Don Puglisi, che esattamente 5 anni fa, con uno dei primi atti del Pontificato, volle che fosse proclamato beato. “Dio-amore – ha scandito – ripudia ogni violenza e ama tutti gli uomini. Perciò la parola odio va cancellata dalla vita cristiana; perciò non si può credere in Dio e sopraffare il fratello. Non si può credere in Dio ed essere mafiosi. Chi è mafioso non vive da cristiano, perché bestemmia con la vita il nome di Dio-amore”.

Dopo questa implicita severa conferma della scomunica ai mafiosi, Francesco si è rivolto loro con un appello accorato: “ai fratelli e sorelle mafiosi dico: cambiate! Smettete di pensare a voi stessi e ai vostri soldi, convertitevi al vero Dio di Gesù Cristo! Altrimenti, la vostra stessa vita andrà persa e sarà la peggiore delle sconfitte. Oggi abbiamo bisogno di uomini di amore, non di uomini di onore; di servizio, non di sopraffazione; di camminare insieme, non di rincorrere il potere”. “Se la litania mafiosa – ha tenuto a distinguere con tono grave – è: ‘Tu non sai chi sono io’, quella cristiana è: ‘Io ho bisogno di te’. Se la minaccia mafiosa è: ‘Tu me la pagherai’, la preghiera cristiana è: ‘Signore, aiutami ad amare’”.

A Palermo, il Papa ha lanciato un monito anche a quanti si sentono migliori dei mafiosi ma ne condividono la mentalità materialista: “il diavolo ci anestetizza con l’egoismo e sembra che tutto vada bene invece tutto finisce male”. “Il diavolo – ha ricordato alla folla dei fedeli – entra dalle tasche. Chi vive per sé, chi moltiplica i suoi fatturati, chi ha successo, chi soddisfa pienamente i propri bisogni appare vincente agli occhi del mondo”.
Un tema quello della solidarietà che ha affrontato anche nel dialogo con i giovani della Sicilia in piazza Politeama dove, sotto una croce alta 4 metri costruita con il legno delle barche dei migranti affondate nel Mediterraneo, ha esortato i 5 mila giovani a "sognare alla grande, scegliendo di essere come Don Chisciotte e non come Sancho Panza".

"Quanto contano per un cristiano l’accoglienza e la dignità umana?", ha chiesto loro dopo la confessione sull'impatto entusiasmante che la Sicilia ha avuto sul suo cuore. "È la prima volta che vengo su quest'Isola, ma nel mio primo viaggio ero stato a Lampedusa", ha ricordato. "Anzitutto - ha confidato - mi è piaciuto sentirvi dire che la Sicilia, al centro del Mediterraneo, è sempre stata terra di incontro. Non si tratta solo di una bella tradizione culturale, è un messaggio di fede. Perché la fede si fonda sull’incontro. Dio non ci ha lasciati soli, è sceso a incontrarci: ci ha voluti incontrare e salvare insieme, come popolo, non come individui".



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