I parroci sono la forza della Chiesa. Anche quelli scomodi

Riflessioni sulla visita di Francesco a Barbiana e Bozzolo per ricordare don Milani e don Mazzolari

I parroci sono la forza della Chiesa. Anche quelli scomodi
Foto: Tiziana FABI / AFP 
Papa Francesco con il cardinale Giuseppe Betori durante la visita a Barbiana (AFP) 

"Oggi sono pellegrino qui a Bozzolo e poi a Barbiana, sulle orme di due parroci che hanno lasciato una traccia luminosa, per quanto scomoda, nel loro servizio al Signore e al popolo di Dio". Con queste parole Papa Francesco ha spiegato il suo pellegrinaggio a Bozzolo e Barbiana dove si è recato più volte per rendere omaggio a Don Primo Mazzolari e Don Lorenzo Milani. "Ho detto più volte - ha ricordato Francesco - che i parroci sono la forza della Chiesa in Italia. Quando sono i volti di un clero non clericale, essi danno vita ad un vero e proprio 'magistero dei parroci', che fa tanto bene a tutti". 

Tutti e due i “parroci scomodi” erano stati in qualche modo perseguitati dalle gerarchie: don Mazzolari per ragioni teologiche, don Milani per questioni più legate alla disciplina eccelsiastica (era anche finito sotto processo in Italia per aver esortato i cappellani militari alla diserzione). Ebbene a Bozzoloi, Francesco ha apertamente dichiarato di seguire egli stesso la linea pastorale di Mazzolari, del quale il vescovo di Cremona Antonio Napolioni ha annunciato oggi l'apertura del processo di beatificazione, che il Papa ha presentato con le categorie del proprio magistero: prete “in uscita” convinto che il Vangelo si predica “nelle periferie”, “parroco dei lontani”, fautore di una certa “gradualità” nella morale per evitare di “massacrare i fedeli con pesi che essi non possono portare sulle spalle”.

E a Barbiana Francesco ha spiegato che la sua visita rappresentava  “una risposta a quella richiesta più volte fatta da don Lorenzo al suo vescovo, e cioè che fosse riconosciuto e compreso nella sua fedeltà al Vangelo e nella rettitudine della sua azione pastorale". Francesco ha citato in proposito un brano della lettera di Don Milani proprio al cardinale Florit: "Se lei non mi onora oggi con un qualsiasi atto solenne, tutto il mio apostolato apparirà come un fatto privato...". "Dal cardinale Silvano Piovanelli, di cara memoria, in poi gli arcivescovi di Firenze - ha sottolineato il Papa - hanno in diverse occasioni dato questo riconoscimento a don Lorenzo. Oggi lo fa il Vescovo di Roma. Ciò non cancella le amarezze che hanno accompagnato la vita di don Milani, non si tratta di cancellare la storia o di negarla, bensì di comprenderne circostanze e umanità in gioco, ma dice che la Chiesa riconosce in quella vita un modo esemplare di servire il Vangelo, i poveri e la Chiesa stessa".

Don Milani e gli arcivescovi di Firenze

All’incirca un anno prima di morire, il 26 giugno 1967, don Lorenzo Milani ricevette a Barbiana la visita del cardinale di Firenze Ermenegildo Florit. Era il 22 marzo 1966 e il priore era molto malato. L’incontro fu tempestoso, teso, come racconta il cardinale nel suo diario: "È stata una conversazione concitata di oltre un’ora. Momenti angosciosi. È un dialettico affetto da mania di persecuzione. Egocentrismo pazzo; tipo orgoglioso e squilibrato", è il ritratto impietoso di Florit. Tra il cardinale e il priore di Barbiana fu rottura. Definitiva. "Sa quale è la differenza, eminenza, tra me e lei? Io sono avanti di cinquant’anni…", sbottò don Milani.

Il priore di Barbiana, per un successivo cardinale di Firenze, Silvano Piovanelli, da poco scomparso, che era stato suo compagno in seminario, fu invece davvero un santo: «Esagerato ad esempio nella povertà. Noi – raccontò il cardinale – in genere eravamo tutti figli di povera gente e poi in quegli anni in seminario si conduceva una vita davvero povera. Lorenzo, che proveniva da una famiglia ricca, accentuò ancora di più la povertà del seminario. Così al posto del letto mise una branda, non volle neppure la libreria ma se ne fece una più modesta con degli assi di legno e non volle neppure le scarpe, che sostituì con dei sandali fatti con i copertoni ritagliati di una motocicletta e tenuti insieme da legacci di cuoio".

Questa descrizione contrasta solo in apparenza con le parole pronunciate dall’attuale cardinale di Firenze, Giuseppe Betori, che davanti al Papa ha voluto mettere in guardia dal rischio "che la figura e la vicenda di don Lorenzo Milani vanno liberate da ogni retorica, non vanno mitizzate, vanno sottratte a strumentalizzazioni ideologiche, difendendone invece la permanente e feconda provocazione". "Di don Milani, a cinquant’anni dalla morte, è importante riconoscere – ha spiegato Betori in un’intervista a Avvenire – che la sua grandezza è determinata prima di tutto dal suo essere un uomo di fede che ha incontrato Cristo e non lo ha mai abbandonato", oltre al suo "essere prete anche nella sofferenza e nelle difficoltà dei rapporti con i suoi superiori e con i confratelli, ma sempre fedele alla Chiesa a cui si rivolgeva costantemente per trovare perdono e misericordia".

Come Milani e Mazzolari anche don Fanfani

Pochi giorni fa è scomparso a 82 anni, anche lui senza senza che la Chiesa lo abbia giustamente valorizzato, un altro sacerdote inviso alle gerarchie ecclesiastiche: don Renzo Fanfani, parroco a Avane, Empoli. Uno dei primi preti operai italiani. Cresciuto nella Firenze di Giorgio La Pira e padre Ernesto Balducci. Grande difensore, in nome del Vangelo, dei principi della Costituzione e dei diritti dei lavoratori. A tal punto che la Cgil, nel 2006 inserì in 100 ritratti di lavoratori dalle storie emblematiche anche quello di don Fanfani. “Sento che dovrei fare scelte più radicali. Dovrei di nuovo buttare il cappello per aria. Poi trovo un sacco di scuse, di giustificazioni ma è soltanto per il fatto che il fisico non reagisce più…”, ha confessa don Fanfani in un video realizzato da Maria Zipoli e Pippo Onorati per il centenario della Cgil che si intitola “La croce e il martello”, la storia di un prete amante della libertà e sempre schierato dalla parte dei più umili e dei lavoratori.

Curiosamente croce e falce e martello sono anche il regalo che il presidente boliviano (e indio) Evo Morales consegnò al Papa nel luglio 2015, un’opera realizzata dal gesuita martire Espinal con la quale il religioso spagnolo aveva voluto rivolgersi ai contadini comunisti e dire loro che il marxismo non è un punto di arrivo, ma una delle tante strade che possono e devono portare a Cristo. Insomma, l’opera avrebbe intenti pedagogici e di professione cristiana. Per questo, da quella falce e martello “sboccia” la croce.

L’umiliazione di Ernesto Cardenal

Ma c’è anche un altro anziano sacerdote, il gesuita padre Ernesto Cardenal, che in Nicaragua meriterebbe una completa riabilitazione dalle gerarchie ecclesiastiche, magari con un messaggio del Papa. Il torto lui lo ha subito da Giovanni Poalo II che nel 1983 lo rimproverò aspramente e in pubblico all’areoporto di Managua accusandolo di non essere in regola in quanto pur facendo il ministro della cultura era rimasto prete. Al papa infatti non avevano detto che il gesuita (come anche suo fratello prete e ministro pure lui) avevano avuto il permesso dai loro superiori.

“Al suo arrivo – racconta padre Cardenal nel suo diario - il Papa cominciò a dare la mano ai Ministri e quando mi si avvicinò, io feci quello che ero già pronto a fare in base ai consigli del Nunzio: mi tolsi il basco e mi inginocchiai per baciare l'anello. Lui non permise che glielo baciassi e blandendo il dito come fosse un bastone, mi disse con tono di rimprovero: ‘Lei deve regolarizzare la sua posizione’.
Siccome non dissi nulla ripeté la sua brusca ammonizione. Mentre tutte le telecamere del mondo stavano riprendendo la scena. Un giornalista del Atlantic Monthly scrisse che quando raccontai il fatto a mia mamma, dispiaciuta per l'incidente, mi disse: 'Pensavo che ti avrebbe trattato da padre' ed io risposi: ‘Mi ha trattato da padre, ma non da madre’. Francamente non mi ricordo di questo. Credo che tutto questo fu premeditato dal Papa e che le telecamere fossero allerta. Il fatto è che queste immagini furono diffuse in tutto il mondo e continuano ad esserlo: ancora adesso, 29 anni dopo, mi hanno informato che le hanno tirate fuori in occasione di un recente viaggio del Papa in queste zone”.

In quella occasione, il nordamericano Blase Bonpane, scrisse una lettera aperta al Papa dicendogli che era scandaloso quello che mi aveva fatto e che doveva chiedermi perdono pubblicamente e gli fece notare che, mentre a me aveva fatto questo, in Salvador aveva abbracciato l'assassino di Monseñor Romero.

In effetti l'atto del Papa era stato ingiusto dato che la mia situazione con la Chiesa era già regolarizzata. Il Vescovo locale mi aveva già dato l'autorizzazione ad avere incarichi pubblici e così anche gli altri sacerdoti che avevano questi tipi di incarichi e questa autorizzazione era stata resa pubblica (Fu solo dopo che il Vaticano ce lo proibì). La verità è che la cosa che più dava fastidio al Papa era che la Rivoluzione nicaraguense non perseguitava la Chiesa. Lui avrebbe preferito un regime come quello polacco, anticattolico in un paese altamente cattolico e quindi, impopolare.

Quello che meno voleva era una rivoluzione appoggiata in modo massiccio dai cristiani, in un paese cristiano e quindi una rivoluzione molto popolare. E la cosa peggiore era che si trattava di una rivoluzione con sacerdoti!

Non era così la posizione del Cardinale Casaroli. Io ero stato ricevuto da lui in Vaticano un anno prima. Il suo ufficio era sotto a quello del Papa. Incominciò a dirmi che io sapevo benissimo quale era la posizione del Vaticano rispetto a sacerdoti che avevano posti di Governo, ma che credeva che il Nicaragua poteva essere un'eccezione perché era una cosa nuova. Lui era solito dire in Vaticano: ‘In Nicaragua tutto è nuovo’. Mi domandò di Solentiname e quando gli dissi che volevo rinunciare all'incarico per tornare là vidi uno sguardo preoccupato sul suo volto. Mi disse che era una decisione da non prendere con leggerezza e che doveva essere pensata e consultata. Quando gli dissi che gli incarichi per i sacerdoti nella Rivoluzione non erano onorifici, ma tra i più fondamentali, vidi che rimase molto impressionato come fosse qualcosa a cui non aveva pensato. Quello di Ministro degli Esteri era l'incarico più importante in un Governo, quasi paragonabile al suo che era Segretario di Stato”.