I 90 anni di Benedetto XVI, il Papa del “sabato santo”

I 90 anni di Benedetto XVI, il Papa del “sabato santo”
 Carlo e Camilla con Benedetto XVI

Il 15 aprile con una trasmissione interamente dedicata alla sua figura, Rai Uno rende omaggio a Joseph Ratzinger alla vigilia del suo novantesimo compleanno. A rappresentarlo nello studio di “A Sua Immagine” il fedele segretario, monsignor Georg Gaenswein, intervistato da Lorena Bianchetti. Cinque anni fa, il venerdì santo del 2011, era stato invece Benedetto XVI ad intervenire direttamente alla stessa trasmissione, allora condotta da Rosario Carello, per rispondere ad alcune domande dei telespettatori. Una di queste riguardava il sabato santo, giorno al quale il Papa Emerito è legato per più ragioni: il 16 aprile, suo dies natalis, che quest’anno è Pasqua, nel 1927 era un sabato santo, memoria liturgica che ricorda la discesa di Gesù agli inferi, cioè le ore del silenzio, quelle nelle quali tacciono le campane, le chiese sono disadorne, non sono previste liturgie.

“La discesa nelle profondità dell’essere umano, nelle profondità del passato dell’umanità, è una parte essenziale - spiegò l’allora Pontefice - della missione di Gesù, della sua missione di Redentore e non si applica a noi. La nostra vita è diversa, noi siamo già redenti dal Signore e noi arriviamo davanti al volto del Giudice, dopo la nostra morte, sotto lo sguardo di Gesù, e questo sguardo da una parte sarà purificante: penso che tutti noi, in maggiore o minore misura, avremo bisogno di purificazione. Lo sguardo di Gesù ci purifica e poi ci rende capaci di vivere con Dio, di vivere con i Santi, di vivere soprattutto in comunione con i nostri cari che ci hanno preceduto”.

La preghiera incessante di Ratzinger per Bergoglio

L’attesa dunque della risurrezione del Signore e della salvezza dei suoi discepoli di tutti i tempi. I cristiani ricordano che il sabato santo i discepoli di Gesù si raccolsero nel Cenacolo, ancora increduli e con la sofferenza nel cuore. Attendono, vegliano, sperano. E dalla fine del suo ministero petrino, la sera del 28 febbraio 2013, Ratzinger ha scelto per se stesso proprio la condizione del monaco, nella clausura attenuata del convento Mater Ecclesiae che lo ospita in Vaticano con il beneplacito del successore: “Sono grato - ha scritto Ratzinger al teologo svizzero Hans Küng - di poter essere legato da una grande identità di vedute e da un’amicizia di cuore a Papa Francesco. Io oggi vedo come mio unico e ultimo compito sostenere il suo pontificato nella preghiera”.

Con la consapevolezza di aver consegnato a Bergoglio una Chiesa da risanare. Gli 8 anni di Benedetto XVI hanno fatto emergere infatti le contraddizioni che covavano nella Chiesa e che Ratzinger aveva ben identificato: “L’attacco terrificante non viene dai nemici fuori, quanto dall’interno”, aveva spiegato nel viaggio verso Fatima del 2010. Una Chiesa che il Papa rinunciatario lasciò in una fase ancora difficile ed esigente, chiedendo al successore di portare a termine il suo impegno a debellare i mali che l’affliggono come l’affarismo (portato a galla dai ripetuti scandali dello Ior) il carrierismo (che si manifesta ancora nelle cordate e nelle lotte di potere) gli abusi di potere oltre che sessuali (la tragedia della pedofilia che tante lacrime aveva fatto versare a Papa Ratzinger nel percorso-calvario degli incontri con le vittime nei suoi viaggi).

La scelta di Ratzinger

In qualche modo, il più grande teologo che aveva la Chiesa Cattolica, Joseph Ratzinger, lasciando il Pontificato per il venir meno delle forze fisiche e morali, come ha scritto in latino nell’atto di rinuncia dell’11 febbraio di quattro anni fa, ha scelto di vivere in un perenne sabato santo, “giorno del nascondimento di Dio”,  come aveva spiegato in una meditazione tenuta alla radio bavarese nel lontano 1967. “Il Venerdì santo - infatti - potevamo ancora guardare il trafitto. Il sabato santo è vuoto, la pesante pietra del sepolcro nuovo copre il defunto, tutto è passato”. 

La lettera del cardinale Martini

Divenuto monaco silente, Benedetto XVI testimonia però la fede in un possibile riscatto dalle difficoltà e dal peccato che appesantiscono anche oggi la vita della Chiesa. Nella stessa condizione di Maria, che don Tonino Bello, il vescovo di Molfetta di cui è in corso il processo di beatificazione, definiva non a caso “la donna del Sabato Santo”, l’unica rimasta a “custodire la fede sulla terra” dopo che “il vento del Golgota ha spento tutte le lampade”.  “Vediamo - aveva aggiunto Ratzinger in quella trasmissione di Rai Uno del venerdì santo 2011, rimasta ancora un ‘unicum’ perché costruita con le domande del pubblico al Papa - come tutti possiamo essere grati perché la Madre c’è realmente, a noi tutti è data una madre. E possiamo con grande fiducia andare da questa Madre, che anche per ognuno dei cristiani è sua Madre. E d’altra parte vale anche che la Madre esprime pure la Chiesa. Non possiamo essere cristiani da soli, con un cristianesimo costruito secondo la mia idea. La Madre è immagine della Chiesa, della Madre Chiesa, e affidandoci a Maria dobbiamo anche affidarci alla Chiesa, vivere la Chiesa, essere la Chiesa con Maria”.

“Tu nel Sabato Santo ci stai davanti come madre amorosa che genera i suoi figli a partire dalla croce, intuendo che né il tuo sacrificio né quello del Figlio sono vani”, aveva scritto nel 2000 il maggior profeta donato alla Chiesa Italiana nel post concilio, l’arcivescovo di Milano Carlo Maria Martini, in una lettera pastorale intitolata “Madonna del sabato santo”. "Non possiamo fermarci - esortava il cardinale gesuita - al buio del Venerdì santo, in una sorta di ‘cristianesimo senza redenzione’; non possiamo neanche affrettare la piena rivelazione della vittoria di Pasqua in noi, che si compirà nel secondo avvento del Figlio dell’uomo".