Il martirio della carità: Francesco dà il via alle riforme dottrinarie

Con il motu proprio sul martirio della carità Francesco dà il via alle riforme dottrinarie

Il martirio della carità: Francesco dà il via alle riforme dottrinarie
Foto: Alberto Pizzoli / AFP 
Papa Francesco (Afp) 

Accanto al martirio per fede, alle virtù eroiche e alla perdurante fama di santità, da oggi la Chiesa Cattolica valuterà un quarto criterio per definire beatificazioni e canonizzazioni (materia coperta da infallibilità): il martirio della carità, ovvero l’aver offerto la propria vita per aiutare i fratelli. Confermando che le sue vacanze casalinghe a Santa Marta non sono esenti da sorprese, Papa Francesco ha scelto dunque una mattina di luglio, calda e assolata, per varare una riforma che sarà ricordata nella storia della Chiesa.

Martirio della carità: offrire la propria vita per aiutare i fratelli 

 
Sì, perché le ricadute del Motu Proprio “Maiorem hac dilectionem” sono destinate a segnare la vita della Chiesa nei secoli a venire, un po’ come avvenuto per i suoi predecessori con i dogmi mariani.
  • PIO IX con l’Immacolata Concezione
  • PIO XII con l’Assunzione di Maria
  • GIOVANNI PAOLO II: L’unico pronunciamento in campo di fede di  in effetti riguardava il no al sacerdozio femminile (un tema comunque destinato ad essere parzialmente  rivisto con l’ammissione delle donne al diaconato che era stata sollecitata dal cardinale Carlo Maria Martini e sarà presumibilmente varata da Bergoglio).
  • BENEDETTO XVI ha innovato con il motu proprio Summorum pontificum introducendo la coabitazione tra la forma ordinaria e quella straordinaria (in latino) del rito romano. 
  • FRANCESCO: nei 4 anni di questo Pontificato l'unica grande riforma in tema di dottrina riguarda la comunione ai divorziati risposati prevista caso per caso con l'Amoris laetitia, ma si tratta di un provvedimento di tipo pastorale e non di un pronunciamento dogmatico. 

Fra Cristoforo dei Promessi Sposi e quei religiosi in lotta contro l’ebola

Francesco, dunque, ha  aperto la via alla beatificazione (e successiva canonizzazione) ad esempio di quei religiosi, frati e suore, che non hanno abbandonato i loro ospedali africani per non lasciare senza cure i malati di ebola, come fra Patrick Nshamdze, che aveva 52 anni ed è morto nell’agosto 2014 a Monrovia. Il martirio della carità infatti sarà riconosciuto a “quei fedeli che, spinti dalla carità, hanno offerto eroicamente la propria vita per il prossimo accettando liberamente e volontariamente una morte certa e prematura con l’intento di seguire Gesù: Egli ha dato la sua vita per noi; quindi anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli”, spiega l’arcivescovo Marcello Bertolucci  che ha presentato in una nota la riforma voluta da Papa Francesco. Un esempio letterario di questo tipo di martirio è quello di Fra Cristofaro dei Promessi Sposi che rimane con i malati di peste nel Lazzaretto condividendo la loro sorte come racconta Alessandro Manzoni per bocca di Lucia Mondella.

Nel documento il Papa sottolinea che “sono degni di speciale considerazione e onore quei cristiani che, seguendo piu’ da vicino le orme e gli insegnamenti del Signore Gesù, hanno offerto volontariamente e liberamente la vita per gli altri e hanno perseverato fino alla morte in questo proposito. E’ certo che l’eroica offerta della vita, suggerita e sostenuta dalla carità, esprime una vera, piena ed esemplare imitazione di Cristo e, pertanto, è meritevole di quella ammirazione che la comunità dei fedeli è solita riservare a coloro che volontariamente hanno accettato il martirio di sangue o hanno esercitato in grado eroico le virtù cristiane”. Francesco ha deciso cioè che sia titolo per la beatificazione e la successiva canonizzazione anche ogni supremo atto di carità che sia stato direttamente causa di morte, mettendo così in pratica la parola del Signore: “Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici'”.

Fino ad oggi – come ha ricordato sull’Osservatore Romano l’arcivescovo Bertolucci -  le norme della Chiesa Cattolica prevedevano che si potesse procedere alla beatificazione di un Servo di Dio percorrendo tre vie.La via del martirio che è la suprema imitazione di Cristo e la testimonianza più alta della carità. Il concetto classico di martirio comprende  l’accettazione volontaria della morte violenta per amore di Cristo, da parte della vittima; l’odium del persecutore per la fede, o per un’altra virtù cristiana; la mitezza e il perdono della vittima che imita l’esempio di Gesù, il quale sulla croce invocò la misericordia del Padre per i suoi uccisori. La via delle virtù eroiche, esercitate “speditamente, prontamente, piacevolmente e sopra il comune modo di agire, per un fine soprannaturale” (Benedetto XIV) e per un congruo periodo di tempo, ossia fino a farle diventare un modo abituale di essere e di agire conforme al Vangelo. Si tratta delle virtù teologali (fede, speranza, carità), cardinali (prudenza, giustizia, fortezza, temperanza) e “annesse” (povertà, obbedienza, castità, umiltà). La via, meno conosciuta e meno battuta, che, però, conduce allo stesso risultato delle altre due, cioè la conferma di un culto antico, chiamata anche “beatificazione equipollente”.

“Queste tre vie - ha osservato Bertolucci - sono tuttora aperte e percorribili, ma non sembra che siano sufficienti per interpretare tutti i casi possibili di santità canonizzabile”. Certo il cambiamento introdotto è molto importante, anche se la formulazione del Motu proprio conferma nella quarta via la necessità (propria finora della seconda) di un miracolo che deve essere riconosciuto per ognuno dei gradi della canonizzazione, mentre da Bergoglio sarebbe stato lecito aspettarsi un altro passo avanti, cioè applicare la prassi seguita per gli altri martiri e per le beatificazioni equivalenti,  che appare più consona al nostro tempo rispetto a quella tradizionale, che attendendo “la conferma dal Cielo” sembra un po’ troppo simile alla “danza della pioggia”. Anche perché ci sono  numerose  figure di testimoni credibili, sulla cui rettitudine e fama di santità non ci sono dubbi di alcun genere. Attualmente, infatti, le cause di beatificazione - come questo blog ha sottolineato nel post sui politici in attesa di salire sugli altari - sono assolutamente troppo lunghe e costose e questo (oltre a creare molti interrogativi morali su chi ci guadagna) impedisce di fatto al popolo cristiano di avere modelli adatti ai suoi tempi.

Con l’uscita di Muller le riforme ora sono possibili

Resta comunque che il Papa ha imboccato in questa torrida estate la strada delle riforme non solo organizzative, come ha fatto capire la sua decisione di non confermare il cardinale Muller alla guida della Congregazione per la Dottrina della fede. La compresenza ai vertici della Chiesa di due personaggi quali Bergoglio e il pororato trdesco, infatti, risultava ormai insostenibile; non certo perché sia impossibile un rapporto di collaborazione leale, ed anche fecondo, tra persone di orientamento diverso, ma perché il lavoro comune esige di astenersi da ogni atteggiamento di condanna reciproca. E’ noto invece che il cardinale Muller considera l’intera elaborazione della “teologia del popolo” come incompatibile con l’ortodossia cattolica; ed è altrettanto noto che il Papa è un convinto fautore di tale tendenza, come ha pubblicamente confermato il cardinale Maradiaga . E proprio a questa visione si ispireranno le riforme prossime venture.

Il sito tradizionalista OnePeterFive.com ha ricostruito (probabilmente con molta fantasia) l’udienza finale tra Muller e il Papa, nel corso della quale il cardinale è stato informato che il suo mandato come Prefetto della CDF non sarebbe stato rinnovato. L’incontro è avvenuto al Palazzo Apostolico il 30 giugno, e Muller, sottolinea il vaticanista Marco Tosatti che riporta le ‘rivelazioni’ sul suo blog Stilium Curiae, “vi si è recato con i dossier di lavoro, pensando che l’incontro sarebbe stato una normale sessione di ufficio. Il Pontefice gli disse che aveva cinque domande da porgli: ‘Lei è a favore, o contro, il diaconato femminile?’. ‘Sono contro’, rispose il cardinale. ‘Lei è a favore, o contro, l’abbandono del celibato sacerdotale?’. ‘Naturalmente sono contro’, fu la risposta: ‘Lei è a favore, o contro , le donne sacerdote?’. ‘Sono molto decisamente contro’, rispose Muller. ‘Lei vuole difendere Amoris Laetitia?’. ‘Sì, nella misura in cui è possibile per me. Ci sono ancora ambiguità’. ‘Lei vuole ritirare la sua protesta riguardo al licenziamento di tre dei suoi impiegati?’. Muller rispose: ‘Santo padre, questi era uomini buoni e senza macchia, di cui sento la mancanza, e non è stato corretto licenziarli sopra la mia testa, poco prima di Natale, così che dovettero liberare gli uffici il 28 dicembre. Ne sento la mancanza’.

Allora il Pontefice ha risposto. ‘Bene. Cardinal Müller, volevo solo farle sapere che non estenderò il suo mandato come Prefetto della Congregazione per la Fede’”.

Lasciamo da parte la questione dei giudici allontanati (anche in seguito alla denuncia di Marie Collins, la vittima irlandese che si è dimessa per protesta dalla Commissione per la protezione dell’infanzia), che abbiamo già affrontato ed è comunque controversa nel senso che i ritardi nei processi per abusi sono innegabili ma le responsabilità probabilmente sono più diffuse, se fossero vere quanto alla sostanza il 50 per cento delle altre domande del Papa, del che non abbiamo conferme e che francamente quanto alla loro formulazione sembrano poco credibili, possiamo immaginare che una stagione di straordinarie riforme stia cominciando per la Chiesa Cattolica. Come dimostra il Motu Proprio sul martirio della carità. Il vento dello Spirito ha ricominciato a soffiare.