Di cosa dovrebbero (pre)occuparsi davvero progressisti e populisti

Arroccate sulle proprie posizioni che difendono aprioristicamente, queste due tribù hanno perso di vista quelli che sono i veri problemi che attanagliano le nostre società e che ne stanno minando la coesione interna

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Frédéric Cirou / PhotoAlto 
Conflitto

“Le prime luci dell’alba cominciavano a illuminare lo splendido tempio di Atena a Palmira, in Siria, quando improvvisamente una turba di uomini concitati, vestiti di nero e con la barba lunga fece irruzione al suo interno. Sorretti da un inflessibile senso di rettitudine morale, erano venuti per distruggere quello che ai loro occhi era un intollerabile esempio di idolatria, retaggio di un passato pagano e perverso. In poco tempo essi portarono a termine la loro azione, facendo precipitare la statua e quindi vandalizzandola insieme al resto del tempio.”[i]

Non è il resoconto di quanto avvenne nella stessa città nel 2015 ad opera dell’Isis. Siamo invece nel 380 d.c. circa e gli assalitori erano dei convertiti a una nuova religione monoteista che in quegli anni si andava diffondendo nel Medio Oriente molto più velocemente che nel resto dell’impero romano: il cristianesimo.

A poco meno di due millenni di distanza, gli uomini dell’Isis, mossi, a sentir loro, dalle stesse buone intenzioni, si sono dovuti così accontentare di completare l’opera, riducendo in polvere le poche macerie che ancora resistevano sul terreno.

Non si tratta di casi isolati. A ben vedere, infatti, la distruzione violenta delle vestigia del passato è una pratica ricorrente che spesso segna l’alba delle biforcazioni della storia, quando l’incontro con altre culture e/o il mutamento delle condizioni e dei rapporti economici si accompagna a un’improvvisa sensazione di inadeguatezza del sistema vigente di valori e di relazioni sociali.

Le cronache sul recente incendio della cattedrale di Notre-Dame ci hanno permesso di ricordare che le numerose statue che la circondavano furono tutte “decapitate” dai giacobini ben prima di tagliare la testa al re. In tempi più prossimi a noi,  i talebani, quando ancora governavano l’Afganistan, distrussero due gigantesche e millenarie statue del Budda, inserite dall’Unesco fra i patrimoni dell’umanità. Nel 2012, pochi mesi dopo che l’Unesco aveva attribuito analoga qualifica alla città di Timbuctu in Mali, i militanti di “al-Qaeda nel Maghreb” rasero al suolo gli antichi mausolei dei “santi” sufi (appartenenti a una corrente “moderata” ma irrituale dell’islam) che rappresentavano la ricchezza culturale del luogo.

Quando abbiamo notizia di questi eventi la nostra riprovazione è totale e sincera, com’è giusto che sia. La cosa sorprendente però è che fra coloro che si indignano vi è chi ritiene invece cosa giusta e necessaria la rimozione di monumenti dedicati a personaggi del passato le cui gesta o il cui pensiero sono ritenuti incompatibili con i nuovi valori che si vanno affermando in occidente. Il fenomeno è per ora concentrato soprattutto negli Stati Uniti, dove si abbattono le statue di Cristoforo Colombo e dei generali sudisti e nelle cui università vengono messi all’indice autori non in linea con le nuove sensibilità.

Coloro che promuovono queste azioni costituiscono un’avanguardia estrema  delle nuove convenzioni sociali, ma, non diversamente dai “distruttori” islamici, essi rappresentano l’epifenomeno di una più ampia e diffusa reazione agli stravolgimenti delle relazioni economiche e sociali indotti dalla globalizzazione.

L’apertura dei mercati commerciali e finanziari avviata sul finire degli anni ’80 si è risolta, infatti, in una enorme redistribuzione del reddito planetario che ha beneficiato soprattutto la Cina, l’India e alcuni Paesi del sud-est asiatico. Per la maggior parte degli altri Paesi di quello che un tempo era definito “terzo mondo”, invece, la globalizzazione si è tradotta in un netto peggioramento delle condizioni economiche relative, con l’aggravante del “disordine sociale” determinato dall’irruzione, anche tramite Internet e i social, di costumi e sistemi valoriali sviluppatisi in società (le nostre) che avevano sperimentato un diverso sviluppo economico e sociale.

Non dovremmo sorprenderci quindi  che la popolazione di questi Paesi  reagisca rigettando la cultura e i valori provenienti dall’esterno. A fronte di quella che percepiscono come un’indebita e perniciosa “invasione”,  essi cercano invece di recuperare sicurezza e protezione nelle proprie tradizioni e credenze. Con un po’ di supponenza mista a ingenuità noi occidentali avevamo inizialmente intepretato i tumulti succedutisi nel medio oriente (la cosiddetta “primavera araba”) come un anelito di quei popoli ad acquisire il nostro modello di democrazia e di costumi sociali, mentre proprio da questo intendevano allontanarsi per rifugiarsi nelle proprie consuetudini più arcaiche e radicate, fra cui è naturalmente centrale quella religiosa.

Le cose sono andate diversamente nei Paesi occidentali dove inquietudini qualitativamente non diverse hanno trovato sfogo soprattutto nella cabina elettorale, dando origine ai movimenti “populisti”. In realtà, appare sempre più evidente che all’interno di questi Paesi si va consolidando una netta contrapposizione fra due “tribù” che mostrano una diversa gerarchia di valori e una diversa rappresentazione della realtà quotidiana e delle priorità da affrontare.

Da una parte c’è una maggioranza rappresentata dai “perdenti” della globalizzazione, da coloro cioè che negli ultimi decenni hanno subito l’impatto diretto della nuova e più ampia competizione internazionale e della contestuale distruzione delle preesistenti relazioni economiche indotta dalle nuove tecnologie. Essi, soprattutto dopo la crisi economico-finanziaria del 2008 ricaduta in gran parte sulle loro spalle, sperimentano un deterioramento progressivo delle proprie condizioni economiche, una crescente incertezza sulle prospettive future, un graduale ma inesorabile scadimento del proprio ruolo, e quindi della propria dignità, all’interno della società.

Per comodità descrittiva li chiameremo “stanziali”, perché in larga parte, non partecipando ai fasti della globalizzazione, restano radicati ai luoghi di origine: i paesi , le piccole città e le periferie di quelle grandi.  

Sul fronte opposto vi è una minoranza, per ora consistente e soprattutto influente, che invece si trova a suo agio nelle nuove relazioni economiche e sociali introdotte dalla globalizzazione. Li chiameremo “cosmopoliti”, perché non si sentono radicati a un particolare luogo, ma ambiscono a sentirsi cittadini del mondo, in ciò spesso agevolati dall’appartenenza a network internazionali: l’informazione, lo spettacolo, le università, la moda, la ricerca scientifica, la finanza, solo per citare alcuni esempi. In buona sostanza, essi hanno sostituito i modelli relazionali tipici delle comunità chiuse con quelli propri di questi network, che per forza di cose sono il risultato di una mediazione fra culture diverse.

La contrapposizione fra queste due tribù è pertanto particolarmente accesa sul fronte del sistema dei valori di riferimento. Gli “stanziali” ritengono ragionevole difendere quelli identitari delle comunità a cui sono legati e che sentono minacciati da forze esterne e incontrollabili. A fronte di questo attacco economico e culturale, essi reagiscono, non diversamente dai loro omologhi del terzo mondo, cercando riparo e sicurezza in tutto ciò che rafforza il loro senso di appartenenza, come le tradizioni, la famiglia e la religione. Non sorprende che questa tendenza si accompagni e anzi venga rafforzata dal rigetto e dall’ostilità verso il “diverso”, colui che non appartiene alla comunità e non ne condivide i valori.

Da parte loro i “cosmopoliti”, in virtù del loro “sradicamento”,  tendono a sviluppare un’identità più fluida, enfatizzando il proprio individualismo. Per loro la diversità è un valore da tutelare e allo stesso tempo privilegiano la libertà rispetto alla sicurezza, l’autonomia rispetto all’autorità e la creatività rispetto alla disciplina. Tutto il contrario degli “stanziali”.

Ma è soprattutto sul piano della regolamentazione della sessualità, che la contrapposizione fra i due gruppi emerge con maggiore nettezza. Il contenimento e la disciplina della competizione sessuale è essenziale per un’ordinata convivenza e, fin dalle società più antiche, esso è avvenuto attraverso l’attribuzione di ruoli e comportamenti predefiniti per i maschi e le femmine e una regolamentazione delle relazioni sessuali e della protezione dei figli. Centrale in questo processo di normalizzazione della sessualità è la funzione svolta dalle religioni.

Queste regole appaiono agli occhi dei secolarizzati “cosmopoliti” come un orpello retrogrado, proprio di una società oscurantista e chiusa che ci siamo lasciati alle spalle. Il problema è che al loro posto essi desiderano introdurne altre, apparentemente più aperte e flessibili, ma che nei fatti si rivelano invece altrettanto prescrittive e repressive.

Vediamo così che, non diversamente da quanto sempre accaduto in passato, viene posta in primo piano la regolamentazione della condizione delle donne, di cui si reclama ora una piena emancipazione dal ruolo atavico loro assegnato all’interno della comunità, accompagnata però dall’introduzione di nuove, severe e, per la verità, ancora un po’ confuse regole di ingaggio sesssuale.

Appare inquietante, solo per fare un esempio, che alcune fra le principali testate giornalistiche si siano sentite in dovere di pubblicare un vademecum, con tanto di illustrazioni esplicative, dei comportamenti “corretti” con cui ci si deve rapportare all’altro sesso, implicitamente avallando l’introduzione di nuove categorie di tabù.

Alle campagne “educative” e alla “political correctness” dei “cosmopoliti”, gli “stanziali” rispondono enfatizzando l’importanza dei simboli religiosi (il rosario di Salvini) oppure entrando nel campo avversario dei “diritti civili”, riproponendo, come sta accadendo in alcuni stati americani, il divieto di aborto.

Un osservatore obiettivo non mancherà di restare sorpreso dall’assertività acritica con cui le due tribù portano avanti le proprie posizioni, ciascuna senza prendere neanche in considerazione le possibili ragioni dell’altra. Eppure, se non viene ricomposta, questa faglia che si sta creando all’interno delle nostre società rischia di mettere in crisi lo stesso sistema democratico. I risultati elettorali, fuori e dentro il nostro Paese, sono un chiaro segnale d’allarme.

A rigore, spetterebbe alla tribù dei “cosmopoliti”, con la quale si identifica larga parte della classe dirigente, liberarsi dalla compiacenza mista a gratificazione con cui hanno abbracciato il nuovo sistema di valori, elevandolo ingenuamente a modello universale, la cui correttezza sarebbe di tutta evidenza e incontestabile. Non dovrebbe mai essere dimenticato che proprio sulle verità “facili” e incontrovertibili (per cui, chi non le condivide o è in malafede o stupido) poggiano gli estremismi che nel migliore dei casi si manifestano con la distruzione di statue.

Sarebbe auspicabile invece che venisse dedicato almeno una parte dell’ardore e del senso di urgenza con cui sono condotte le battaglie, pur legittime in principio, per i cosiddetti “diritti civili” a quelli che sono i veri problemi che attanagliano le nostre società e che ne stanno minando la coesione interna: la scomparsa dell’ “ascensore sociale”, la ripartizione sempre più squilibrata del reddito prodotto fra capitale e lavoro, l’ipertrofia della finanza, il calo apparentemente inarrestabile della produttività, l’impatto delle nuove tecnologie sul mondo del lavoro, per citarne alcuni. E’ dall’incapacità di affrontare questi problemi che originano le fratture all’interno della nostra società.

Non ci sono ricette facili e soprattutto non possono essere adottate da singoli Paesi, ma almeno cominciamo a parlarne, prendendo atto del fallimento dell’attuale modello di sviluppo di matrice anglosassone. Abbiamo il vantaggio, mai abbastanza sottolineato, di poter condurre questa riflessione all’interno di una grande comunità di Paesi accomunati da millenni di storia e civiltà alle proprie spalle.

Nel frattempo, non vi dovrebbe essere alcuna indulgenza nei confronti di coloro che abbattono i monumenti del passato, a qualunque tribù appartengano.


[i] Libera rielaborazione di un passo tratto da “Nel nome della croce” di C. Nixey – Bollati Boringhieri

 

 



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