Ma esiste davvero un diritto a limitare la cronaca nera?

Le parole del pontefice sul diritto alla speranza ripropongono una antica riflessione sulle dinamiche dei media

Ma esiste davvero un diritto a limitare la cronaca nera?
 David Becker / GETTY IMAGES NORTH AMERICA / AFP
 Attentato a Las Vegas (Afp)

C’è il diritto a non essere invasi quotidianamente dalla retorica della paura e dell’odio, dice Papa Francesco, il diritto “a non essere sommersi dalle frasi fatte dei populismi o dal dilagare inquietante e redditizio di false notizie”. Il diritto “a vedere posto un limite ragionevole alla cronaca nera, perché anche la ‘cronaca bianca', spesso taciuta, abbia voce”. (Leggi l’esauriente resoconto della Stampa sul discorso del Pontefice a Bologna). È un pensiero profondo e fondamentale, quello del papa, che tocca aspirazioni e bisogni fondamentali dell’uomo contemporaneo, come quello alla speranza e alla pace. 

Ma Francesco sembra parlare anche a noi ‘operatori dell’informazione’, giornalisti in primis. Quel ‘meno cronaca nera, più cronaca bianca’ è un tema noto e dibattuto in varie epoche da generazioni di cronisti. Una buona notizia non è una notizia, recitava un vecchio adagio, oggi non solo superato ma concettualmente sbagliato. Con gli anni abbiamo imparato che riempire le prime pagine soltanto di morte e distruzione allontana le persone dalle notizie, quasi le costringe a ‘evadere’ e a cercare nell’intrattenimento e nella fiction un motivo di speranza e di serenità che nell’informazione sembra sparito. Le violenze, domestiche, quelle pubbliche, le guerre, gli attentati sono notizie non occultabili, ci mancherebbe, ma certo da sole possono produrre in chi le assume infelicità e disperazione, col risultato – inutile e dannoso – di far diventare il media stesso qualcosa da cui stare lontani perché portatore di dolore. Da mezzo, siamo diventati – senza accorgercene - sostanza di bruttezza e cattiveria? Oggi con l’odio e le falsità, che spesso riferiamo senza pensarci su abbastanza, raccontando stupri e attentati,  rischiamo di falsare una equilibrata rappresentazione della realtà, contribuendo all’allontanamento del pubblico?

Ma poi, esistono le buone notizie, le cattive, quelle nere e quelle bianche  o soltanto le notizie e il nostro compito è quello di accertarci che siano vere e pubblicarle? Una cosa è sicura: siamo noi a scegliere la gerarchia, l’importanza di una storia rispetto ad un’altra, siamo noi che ogni giorno decidiamo se ‘aprire’ un tg o un sito web con una scoperta scientifica che cambia la storia della medicina o una retata di mafiosi, se vale di più uno stupro, una tangente, oppure una storia di riscossa sociale, un cervello che ritorna per migliorare la sua comunità o uno che fugge perché stanco dei concorsi truccati e dei baroni corrotti. Siamo noi a scegliere quali storie o particolari di storie sono davvero indispensabili e quali no. 

E quella scelta, ha ragione il papa, garantisce un diritto insopprimibile, anzi due: quello ad una informazione libera e onesta, e quello a conoscere anche ciò che funziona, che gira per il verso giusto, che dà speranza a chi investe dei soldi per restare informato. Non un diritto a convincersi che le cose vadano meglio che peggio, ma nemmeno per forza il contrario. Forse, non so se è così, il buon giornalismo non è soltanto quello che cerca la verità, ma anche lo sforzo continuo a rappresentare tutte le facce di una società, di una città, un quartiere. Perché fake, falso, è anche ciò che si rappresenta sempre nello stesso modo, per pigrizia o presunzione.



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