Il land grabbing 4.0 di Amazon, Google e Facebook

I colossi dei Big Data hanno la sana abitudine di ottenere terreni (in modo del tutto legale sia chiaro) adatti ai loro insediamenti (siano essi uffici, data-center o magazzini) praticamente gratis anzi, facendosi anche “pagare”. Ma i territori che li ospitano alla fine ci guadagnano davvero?

land grabbing 4.0 big tech
Afp
New York

La pratica del land grabbing è famosa specialmente in Africa: grandi appezzamenti di terreni (di solito con suolo fertile adatto a pastorizia o agricoltura intensiva) vengono venduti/affittati  per pochi soldi dai politici locali alle grandi multinazionali straniere o (nell’ultimo decennio) al governo cinese. È una pratica legale, forse eticamente scorretta e antidemocratica, ma pur sempre ha alla sua base un contratto tra le parti.

Cosa c’entra il Land grabbing con Amazon, Google e Facebook? Per onestà intellettuale sarebbe più corretto definirlo Detax and land grabbing. I  colossi dei Big Data hanno la sana abitudine di ottenere terreni (in modo del tutto legale sia chiaro) adatti ai loro insediamenti (siano essi uffici, data-center o magazzini) praticamente gratis anzi, facendosi anche “pagare”.

La teoria che sta alla base di questa sorta di “land grabbing 4.0” è semplice e antica. Si parte dal presupposto che un Datacenter di Facebook, Google o (il caso più recente) un super quartier generale Amazon a New York, possano creare un indotto importante per le zone limitrofe. Un indotto che, se ben incanalato dall’economia locale (una tesi promossa dalle stesse Bigdata e relative agenzie di PR e lobby) può dare ulteriore slancio all’intera comunità (sia essa una piccola cittadina o un centro vibrante come New York).

La realtà, sempre più spesso, appare ben diversa e invece di guadagnare, i cittadini rischiano di perderci. Prima di arrivare al caso di Amazon New York, facciamo una piccola panoramica sulle altre Bigdata companies e la loro capacità di generare lavoro direttamente e un indotto economico importante nei piccoli centri.

I Datacenter sono cubi di cemento armato con giganteschi refrigeratori che servono a tenere al fresco file infinite di computer che processano e salvano dati. I dati salvati possono essere di proprietà delle bigdata company oppure affittati come spazio (parliamo di cloud) e venduto a terzi.

Lavorare in un datacenter significa stare al fresco, al buio e passare il tempo a controllare che i singoli computer siano puliti, efficienti, non scaldino. Non è il lavoro più esaltante di questo mondo (se volete un parallelo è come fare il minatore di bitcoin in Cina) ma è pur sempre un lavoro.

Consideriamo Facebook e il datacenter di Prineville. Stando a ZipRecruiter , per l’area di Prineville al massimo raggiungiamo i 40.000 dollari lordi annuali. Considerando che il costo medio di un affitto in Oregon, secondo Bestplace è intorno ai 1000 dollari,  lo stipendio massimo per lavorare in un Datacenter di Facebook non è da capogiro.

Tuttavia con una popolazione di poco inferiore alle 10.000 unità i circa 300 posti di lavoro saranno, all’apparenza, un ottima cosa. C’è da ammettere che una buona parte dei posti di lavoro saranno per contractor della sicurezza (come riportano i link riportati prima), e mi viene da pensare che non vi siano cosi tanti esperti di sicurezza e protezione in Prineville.

Il rapporto costo beneficio per Prineville appare ancora positivo se dimentichiamo i benefici di detassazione che ottiene Facebook. Il gruppo ha dichiarato che investirà centinaia di milioni di dollari. Nulla vieta di credere in queste dichiarazioni ma ricordiamo che a Facebook è stato garantito un esenzione delle tasse per 15 anni. Tasse non raccolte che, in una cittadina di 10000 anime, potrebbero fare la differenza per le classi meno abbienti (pensiamo ai servizi sociali, assistenza etc..).

Per altre analisi sui costi vs “benefici” dei datacenter dei Bigdata companies nei centri urbani basta cercare in rete: ci sono ottime analisi e quasi tutte propendono a chiarire che i vantaggi finali per la cittadinanza ( una volta messi in linea esenzioni fiscali e posti di lavoro) sono inesistenti se non addirittura negativi.

Se passiamo ai centri di smistamento (in questo caso parliamo di Amazon) anche su questo settore le esenzioni delle tasse non si fanno attendere. Di fatto si può dire tranquillamente che una gran parte dei guadagni di Amazon è sostenuto dalle collettività (cittadine) sulle quali insistono i magazzini e centri di logistica di Amazon. L’analisi delle esenzioni di Goodjobfirst rende l’idea. Dal 2000 a oggi (incluso il nuovo quartiere generale di Arlington) Amazon ha preso dallo Stato americano ( sotto forma di esenzioni bene inteso) quasi 2,4 miliardi di dollari.

Sicuramente il mercato immobiliare dei magazzini dismessi (magari ex grandi centri commerciali che hanno mangiato la polvere grazie anche al commercio online) ne ha beneficiato.

I cittadini americani, oltre a pagare Amazon (sotto forma di tasse non incamerate) pagano anche parte degli stipendi dei molti dipendenti dello stesso gruppo. Un discreto numero di dipendenti Amazon (diciamo la classe povera) vive di buoni alimentari (in america chiamati Snap).

Il caso dei due centri di Amazon in Ohio è emblematico. Anche in questo caso i vantaggi per il gruppo di ecommerce (che in vero grazie ad AWS è ormai leader nel mercato occidentale per il cloud service) sono semplici e chiari. I vantaggi per i cittadini sono, al più, mediocri se non perdite nette (una volta messe in conto esternalizzazioni)

Veniamo a New York. È di alcune settimane fa la notizia che il più grande affare di Bezos (sotto forma di esenzioni dalle tasse e altre facilitazioni) sia saltato.  A New York le classi povere e medie si sono domandate una cosa semplice: “Se per far venire Amazon la città di New York non raccoglierà oltre 1,5 miliardi di dollari, quei soldi non raccolti chi colpiranno? Non certo i ricchi della quinta, ma noi”.

Così quella cosa strana chiamata democrazia si è messa in moto, e persino il sindaco di New York (definitosi populista e neoliberale) si è trovato ad avere molti suoi potenziali elettori piuttosto turbati (per usare un termine gentile), e ha deciso di denunciare le mire “di potere aziendale” di Bezos.

Bezos si è chiamato fuori dall’affare (affare sicuramente per lui non c’è dubbio) e ha dichiarato che al momento non cercherà una sede sostitutiva.

Per onore della cronaca, al chiassoso Bezos e la sua strategia di urlare al mondo dove vuole andare a cercar casa, (una sorta di asta al migliore offerente, come abbiamo visto per i due quartier generali) si contrappone un silente Google che, con cautela e a passi felpati, ha siglato decine di NDA ( accordi di non divulgazione) per avere vantaggiosi (esenzione delle tasse qualcuno ricorda) accordi per aprire i suoi datacenter. 

Per quanto sia importante la crescita dell’ industria 4.0 (che inutile dirlo senza una base di datacenter e soluzioni in cloud non potrebbe andare lontano) resta da comprendere quanto veramente i cittadini, ( in questo caso si parla di nord America ma è ipotizzabile che soluzioni e accordi simili abbiano luogo nel resto del mondo) pagheranno la crescita del conto personale di Bezos, Zuckerberg & Co.

Il Land & Tax grabbing 4.0 è servito.



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