La 'maledizione' dei gay cattolici è di essere discriminati due volte 

La 'maledizione' dei gay cattolici è di essere discriminati due volte 
Foto: CAIA IMAGE / SCIENCE PHOTO LIBRARY / NEW / SCIENCE PHOTO LIBRARY /AFP
 Gay, omossessuali (Afp)

I gay pride di Milano, Napoli, Perugia e Latina fanno seguito a quelli di Roma, Arezzo, Reggio Emilia, Potenza, e precedendo quelli tante altre città: l'elenco che colora di arcobaleno il nostro Paese sarebbe davvero lungo.

Colgo questa occasione per una considerazione che riguarda le persone omosessuali di fede cristiana cattolica perché credo siano, tra le persone omosessuali, quelle sottoposte a sofferenza maggiore. Ne parlo a seguito della mia conoscenza personale, ma soprattutto grazie alle molte mail che ricevo quotidianamente.  

Spinti all'isolamento in diverso modo meritano qualche parola di riflessione. Gli esponenti non credenti o non cattolici del movimento LGTB, spesso vittime a propria volta della rabbia, li giudicano spesso "masochisti" perché rimanendo credenti scelgono di essere condannati "per sempre" alla sofferenza e all'incomprensione della Chiesa: giudicati "un po' strani" da molte persone eterosessuali laiche, sono discriminati una seconda volta all'interno del mondo omosessuale.

Se poi cercano accoglienza nella Chiesa trovano non di rado persone lontane da quell'atteggiamento inclusivo così caro a Papa Francesco e che il vescovo di Roma esponeva nella conferenza stampa di ritorno dalla Georgia quando, raccontando la storia del transessuale Diego Neria Lejarraga, parlava del prete che dall'altra parte del marciapiede urlava "vai all'inferno" e di quello che benevolmente lo abbracciava e gli diceva "vieni, vieni che ti confesso e così potrai fare la comunione".

Addirittura, tra i cattolici che non fanno sentire accolte le persone che dichiarano di essere sia omosessuali che cattolici, ci sono poi quelli che rifiutano addirittura di usare il termine "omosessuale" preferendo l'espressione "persone con ASS" (attrazione per lo stesso sesso).

La mia esperienza invece è simile a quella di Padre James Martin che parla di " innumerevoli storie da parte di cattolici Lgbt insultati dai loro preti, in persona o dal pulpito, a cui è stato persino chiesto di lasciare la parrocchia".

Nonostante queste discriminazioni che provengono da più fronti molti di essi sono rimasti fedeli alla Chiesa Cattolica e continuano ad andare a Messa, a partecipare come è loro consentito alla vita parrocchiale o dei movimenti di appartenenza e cercano di condurre una vita buona nella quale perdonano ripetutamente i pastori della Chiesa e gli altri cattolici dai quali spesso sono insultati in modo esplicito o implicito.

Essi sono davvero portatori di un dolore tutto particolare perché unisce la discriminazione per l'orientamento sessuale, alla discriminazione da parte dei membri della propria religione. Riporto in conclusione qualche parola particolarmente commovente di uno di essi: sono frasi con cui l'autore mi manifestava la sua lacerazione nel manifestare pubblicamente, sul mio blog, il proprio disagio interiore. "Don Mauro, anche se sul tuo blog c'è decisamente tanta accoglienza e sostegno, mi sono accorto che su questo argomento c'è in me così tanta sofferenza che pure un solo cenno di disapprovazione e di messa in discussione mi ferisce e spesso ci vedo dietro un disprezzo che mi atterra. È ovviamente un segno di debolezza e di immaturità, lo riconosco. Il conflitto interiore che c'è tra la mia verità sul mio amore e il timore di non aver compreso e accettato la dottrina cattolica mi dilania e quando mi esprimo con le mie opinioni ed i miei sentimenti in un conteso religioso, lo scrupolo di insegnare male e di essere eretico mi sale a mille. Forse già ho fatto un grande passo in avanti riuscendo a togliermi dalla testa l'ossessione di essere dannato all'inferno: per questo non riesco a sopportare l'inferno dei tanti fedeli che sottolineano l'errore in ciò di cui avrei più bisogno: del mio amore."

Senza fare cose eccezionali, credo sarebbe un gran regalo decidere di accogliere tutti loro come vorremmo essere accolti tutti: per quello che siamo davvero. Cioè, in ultima analisi, l'unica possibile forma di accoglienza.