Quello sputo di Douglas Costa ha colpito anche la nostra faccia

Se non pretendiamo che chi sbaglia paghi per i suoi errori, se ci accontentiamo sempre delle scuse (anche mezze scuse, come nel caso di questo calciatore sputatore), se non impariamo a svestirci dai campanilismi e dai ruoli, quello sputo, domenica, ha raggiunto anche la nostra faccia

Quello sputo di Douglas Costa ha colpito anche la nostra faccia 
 Afp
 Douglas Costa

Douglas Costa ha chiesto scusa ai propri tifosi, alla propria società sportiva, ma non al collega calciatore cui ha sputato in faccia, Federico Di Francesco. La spiegazione la propina ad una seguace, ovviamente, via web: “Mi svegliavo alle 5 del mattino, da quando avevo 12 anni... e tu non sai quello che mi ha detto.. ma poco male.. chiedo scusa a tutti quelli a cui devo chiederlo perché ho sbagliato!”. Per il suo popolo basta e avanza, nel segno di questa nostra società, non più beneamata, perché non sa più discutere, analizzare, indignarsi, dibattere veramente, ma si schiera a prescindere, riecheggiando i precedenti, partendo dalle Repubbliche Marinare, se non prima, e nascondendosi sempre dietro un dito. 

Vale in politica, come nel calcio, vale per un ponte crollato come dell’ennesimo condono fiscale, come di uno sputo. Che rappresenta il gesto più disperato e impotente che un essere umano possa fare, il più basso, il più squalificante, l’ultimo. Non una spinta, uno schiaffo, un cazzotto, un urlo. Lo sputo equivale l’assoluta mancanza di rispetto per qualcuno che ha compiuto un’azione inqualificabile. Che so: ti ha violentato, ti ha tradito, ti ha ucciso una persona cara, ha calpestato tutto il tuo mondo e i tuoi principi più sacri e li ha dati alle fiamme. 

Zidane diede una clamorosa testata a Materazzi in un famoso Mondiale di calcio: sbagliò a reagire a qualcosa di sicuramente brutto che gli aveva detto il difensore azzurro, ma reagì con un gesto umano. Sinceramente non ci interessa sapere esattamente le parole che Di Francesco ha detto a Douglas Costa, perché comunque restano parole,  né ci interessano i suoi sacrifici, perché tutti noi li facciamo, tutti i giorni, e certamente quelli del calciatore brasiliano sono ripagati molto di più di quelli di un tri-laureato che tira avanti alla soglia della povertà con tre figli a carico, vessato dal capufficio e soffocato dai rimpianti e dai paragoni con nani e ballerine della tv. Contrariamente a quanto pensino i tifosi, nascosti dietro nomignoli e tastiere web, non conta di che squadra sia lo sputatore. Non è quello che fa la differenza. 

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Ma la circostanza diventa un aggravante per lui, come per i predecessori dell’analogo gestaccio, perché rappresenta una squadra blasonata e perché è uno dei calciatori più noti (e pagati). Perciò, in quest’ottica, le giornate di squalifica da scontare dovrebbero essere moltiplicate, perché ne scaturisca una punizione esemplare. Non per lui, non per la sua squadra, non per la soddisfazione dei rivali, ma per educare i giovani. Anche perché, nel chiedere scusa a tutti quelli del suo gruppo, ma non al pubblico neutrale che guardava la partita in tv, non ai puri appassionati di calcio - esistono, giuro, esistono - non ai bambini, non ai calciatori tutti, non allo “sputato”, Douglas Costa ha dimostrato di non aver compreso l’errore. Anzi. Ha fatto un passo indietro, sdegnato, rispetto all’ultima, vituperata, moda, quella sposata dai nostri figli che, ogni volta che fanno una marachella, ripetono: “Scusa, scusa”. Per chiudere la pratica il più in fretta possibile, perché tutto finisca lì: “Ho chiesto scusa, che cosa vuoi di più?”.

Esattamente come il motociclista Fenati che ha tirato il freno a Manzi in Moto2 a Misano sfiorando l’omicidio colposo. “Ha chiesto scusa, basta col processo mediatico”, hanno commentato dal suo angolo. Esattamente come fanno oggi i tifosi della Juventus, schierandosi con Douglas Costa in difesa più che altro della squadra che domina il campionato ma non riesce a farsi apprezzare veramente per tutte le sue importanti e clamorose qualità, proprio per questi deliri di prepotenza, quest’assoluta mancanza di autocritica, questa sfrontata certezza di impunità.

Come si fa a difendere Douglas Costa ricordando i più famosi casi di “sputatori” del passato da Totti a Samuel, da Rjikard a  Mihailovic? Allora se ne parlò forse di meno perché l’informazione non era così legata alla tv, così ampliato dai media e così immediata. Non perché questo sputatore è della Juventus. Non perché il gesto fosse meno orrendo, deprimente, offensivo, vergognoso, inqualificabile. Ma non c’è verso: oggi, chi critica è sempre in cattiva fede e chi non lo fa è schierato apertamente, fino al prossimo round, magari a parti invertite, rinfacciandosi di volta in volta nuove nefandezze, come nei peggiori talk-show. Che, curioso, invece di diminuire, pur perdendo continuamente audience e spingendo sempre più verso Netflix, aumentano di numero: perché, a costi bassi, colmano il clamoroso vuoto di idee e concetti che dovrebbero preoccupare moltissimo noi genitori - anche juventini - e farci chiedere a gran voce una pena esemplare per chi, ricco e famoso, favorito dalla massima ribalta, invece di dar spettacolo in positivo esprimendo le sue qualità, invece di esaltare i valori più belli dello sport, invece di regalare momenti di astrazione dai problemi di tutti i giorni, sputa in faccia a un collega, dando un esempio tanto negativo.

Perché? Perché l’altro gli ha detto qualcosa di terribile. Chi di noi non s’è sentito dire almeno una volta cose anche più terribili nella sua vita e ha ingoiato bile non potendo reagire? Per la rabbia, abbiamo sicuramente tirato un pugno o una manata a un tavolo o a una parete, abbiamo urlato, abbiamo sbattuto porte e rotto qualche bicchiere, qualche piatto. Ma abbiamo reagito sputando in faccia a chi ci colpiva nel profondo del nostro io? E perché al signor Douglas Costa questo dovrebbe essere consentito? Perché è un calciatore ricco e famoso, viziato dai soldi e dal suo status, protetto dalla società calcistica più forte e potente d’Italia. Esattamente come i politici possono ingiuriare, dire bugie, rimangiarsi le promesse, protetti da una scorta, da uno scudo di immunità assolutamente ingiusto. Così come le banche possono essere rimpinguate di soldi dopo averne sperperati in modo indissoluto, e improprio.

Se non pretendiamo che chi sbaglia paghi per i suoi errori, se ci accontentiamo sempre delle scusa (anche mezze scuse, come nel caso di questo calciatore sputatore, il termine “Lama” mi sembra offensivo per il degnissimo animale), se non impariamo a svestirci dai campanilismi e dai ruoli, se non torniamo a discutere davvero con lo scopo di affrontare e risolvere i problemi, quello sputo, domenica, ha raggiunto anche la nostra faccia. O porgiamo l’altra guancia o ripartiamo dal “non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te”.



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