Italia in ritardo sui fondi UE, ma i tempi biblici non sono l'unico problema

L'Italia è in fondo alla classifica europea per capacità di utilizzo dei fondi UE, con i pagamenti 2014-2020 fermi a 17 miliardi, su oltre 75 miliardi di risorse programmate. Non si tratta però solo di accelerare la spesa: c'è anche un tema di efficacia delle politiche europee

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Daniel Kalker / DPA
Parlamento europeo, Bruxelles (AFP)

Che l'Italia sia tra i paesi che più beneficiano dei fondi europei e allo stesso tempo tra i peggiori nell'utilizzo delle risorse non è un fatto nuovo. La programmazione 2014-2020 presenta però elementi di novità su cui riflettere.

Dei 75 miliardi programmati, tra fondi europei e cofinanziamento nazionale, infatti, circa 47 miliardi, il 62%, risultano allocati, quindi impegnati per progetti già selezionati, contro una media UE del 68%. Un ritardo evidente, ma non drammatico. Discorso analogo per la spesa: la nostra è ferma al 23%, quella media è al 28%, segno che qualcosa non ha funzionato a livello dell'Unione.

Certo ci sono performance nettamente più brillanti. A cominciare dall'esempio virtuoso della Finlandia, con il 73% di risorse allocate e la spesa al 55%. Ma programmare e spendere 8 miliardi di euro è cosa ben diversa dal gestirne 75. Il confronto è più proficuo tra contesti analoghi, pensiamo agli oltre 100 miliardi della Polonia, impegnati per il 72%, ma con una spesa ancora al 26%.

L'impressione è che i ritardi accumulati nell'avvio della programmazione abbiano penalizzato anche gli altri maggiori beneficiari dei fondi europei. Dal momento che l'accordo sul ciclo 2014-2020 è stato raggiunto dalle istituzioni UE solo a dicembre 2013, i primi due anni della nuova programmazione sono serviti a definire i regolamenti attuativi e gli accordi di partenariato tra Bruxelles e gli Stati membri e a mettere in piedi l'intera macchina che sta dietro l'utilizzo delle risorse, dal rispetto delle condizionalità ex ante all'individuazione delle autorità di gestione e di audit. Tra l'altro, le riforme introdotte per il periodo 2014-2020 hanno aggiunto nuove regole che hanno finito per generare maggiore complessità, per cui i programmi sono partiti effettivamente solo nel 2016.

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Frederick Florin/AFP
 Strasburgo, sede del Parlamento Europeo (Frederick Florin/AFP)

Il risultato è che, se si effettua un confronto con l'attuazione finanziaria del ciclo precedente, emerge chiaramente come in media i pagamenti nell'ambito dei programmi 2014-2020 siano in ritardo di circa un anno rispetto al 2007-2013.

Non bisogna trascurare in ogni caso che i paesi che hanno speso i fondi UE più rapidamente nella fase equivalente del periodo 2007-2013 (ad esempio Svezia, Germania, Estonia) sono in genere tra gli "spender più veloci" anche nel periodo 2014-2020. Così come noi siamo tra i più lenti, insieme a paesi come Malta e Repubblica ceca, in entrambe le programmazioni.

Il problema dei ritardi nella spesa è però solo un lato della medaglia, e forse non il più preoccupante. Certo, i tempi biblici di erogazione delle risorse alle imprese e agli altri beneficiari dei fondi annacquano l'efficacia dei finanziamenti, che finiscono per arrivare ad anni di distanza da quando sono stati richiesti, e in generale delle politiche, ideate per rispondere a determinati contesti e poi attuate con quadri macroeconomici nel frattempo mutati.

Ci sono però anche problemi più strutturali che hanno a che fare con le condizioni istituzionali e la qualità locale e nazionale della governance e generano conseguenze sui risultati che i fondi europei riescono a generare in concreto. Le analisi dell'Ufficio valutazione di impatto del Senato sull'efficacia dei fondi UE lo indicano con chiarezza.

In diversi paesi dell'Unione le risorse della Politica di Coesione hanno rappresentato un sostegno decisivo alla crescita, con un'incidenza sugli investimenti pubblici complessivi superiore al 50% in alcuni casi - come la Croazia, il Portogallo, la Polonia, l'Ungheria - ed effetti concreti sulla dinamica del Pil. In Italia questo non sta succedendo ed il Mezzogiorno, che assorbe la maggior parte dei fondi assegnati al paese, continua ad essere la più grande area depressa del Continente.

Le strategie che altrove hanno funzionato sono varie, da chi ha lavorato a Bruxelles per allineare il quadro politico globale dell'UE alle esigenze territoriali specifiche (come la Germania) a chi ha concentrato le risorse su pochi obiettivi, principalmente il sostegno alle imprese e all'occupazione (come il Regno Unito).

In Italia, invece, politiche frammentarie, un coordinamento inadeguato, limiti di capacità amministrativa da parte delle PA, proliferazione di regole a livello regionale e scarsa standardizzazione hanno portato a benefici solo temporanei. Senza dimenticare la forte riduzione dei trasferimenti da parte del governo centrale, per cui i fondi europei, pensati come addizionali, hanno finito troppo spesso per compensare la penuria di risorse ordinarie e mancare il loro obiettivo.

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