L'Opec taglia la produzione di petrolio mentre Trump l’aumenta

Due strategie opposte che riguardano alleanze, consumi e diverse visioni del futuro energetico di questo pianeta

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A guardarlo da fuori sembra un comportamento schizofrenico. I grandi produttori mondiali di petrolio vanno in direzioni opposte. Da una parte c’è l’Opec Plus che ha confermato i tagli alla produzione decisi alla fine del 2018 (1,2 milioni di barili al giorno) fino a marzo 2020, dall’altra gli Stati Uniti che invece stanno spingendo forte sull’estrazione, battendo ogni mese nuovi record.

In realtà, le decisioni di politica energetica dei due grandi blocchi seguono strategie differenti. Russia e Arabia Saudita, rispettivamente leader dei paesi non Opec e del cartello, vogliono tenere i prezzi ai livelli attuali perché le loro economie dipendono moltissimo dalle entrate provenienti dalla vendita di greggio. Gli Stati Uniti, al contrario, che hanno un’economia diversificata, vorrebbero quotazioni più basse per rendere felici i consumatori americani.

In mezzo c’è la politica estera e commerciale di Donald Trump e il mercato globale. La Russia, da quando è nata l’alleanza con Riad, ha visto aumentare le entrate di oltre 7 mila miliardi di rubli (110 miliardi di dollari). L’Arabia Saudita ha necessità dei proventi petroliferi per emancipare la propria economia dal greggio e finanziare i grandi progetti del principe Mohammed Bin Salman.

La produzione Usa ai massimi di sempre

L'intento del presidente americano Donald Trump è, come detto, è quello di calmierare i prezzi per non far arrabbiare gli automobilisti e i consumatori e per controbilanciare gli effetti delle sue scelte di politica internazionale: con le sanzioni all'Iran il presidente ha tolto dal mercato più barili di quelli dell'Opec Plus (1,2 milioni al giorno).

Secondo gli analisti l'embargo all'export iraniano pesa 1,4 milioni di barili al giorno. C'è poi la situazione del Venezuela (il paese con le maggiori riserve di petrolio al mondo), anch'essa soggetta a sanzioni, dove di fatto la produzione è ferma. A gennaio gli Usa hanno bloccato l'import di greggio venezuelano che era pari a circa 530 mila barili al giorno. In totale, quindi, sul mercato mancano quasi 2 milioni di barili al giorno. Questo fatto non è sfuggito ai trader e agli investitori e il 2 luglio, giorno in cui l’Opec Plus ha deciso l’estensione dei tagli, sia il Brent che il Wti hanno perso oltre il 4%.

Sul fronte interno, proprio per bilanciare il mercato, la produzione statunitense ha raggiunto livelli record. Secondo le statistiche dell'Eia (Energy information administration, il braccio statistico del dipartimento dell'energia americano), da quando Trump si è insediato alla Casa Bianca l'estrazione di greggio è cresciuta costantemente passando dagli 8,7 milioni di barili di dicembre 2016 ai 12,4 milioni di maggio 2019, nuovo livello record.

Grazie all'utilizzo massiccio della tecnica del fracking con la quale si estrae lo shale oil dalle rocce, gli Stati Uniti sono diventati i primi produttori di petrolio al mondo. Secondo la Statistical Revi‚Äčew of world energy 2019 di Bp, gli Stati Uniti nel 2018 sono stati i maggiori consumatori di petrolio con una media di 20,5 milioni di barili al giorno con la Cina, staccata al secondo posto, a 13,5 milioni. Sempre secondo questo rapporto, il 98% della crescita della produzione globale, lo scorso anno, è attribuibile agli Stati Uniti.



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