Perché il gigante petrolifero Statoil ha deciso di cambiare nome

Nel mondo della green economy, le parole 'oil' e 'gas' non vanno più di moda

Perché il gigante petrolifero Statoil ha deciso di cambiare nome
KJETIL ALSVIK / STATOIL / AFP 
Norvegia, piattaforma petrolifera della Statoil (Afp)
 

Il gigante norvegese dell’energia Statoil​ ha da pochi giorni cambiato ufficialmente nome in Equinor. In un momento storico in cui la transizione verso energie pulite è diventata una sorta di dovere morale oltre che un business, i termini ‘oil’ e ‘gas’ non vanno più di moda. Almeno in alcune parti del mondo. Qualche mese fa il Fondo sovrano norvegese ha annunciato la volontà di ridurre i propri investimenti nel petrolio con l’obiettivo, nel medio termine, di convertire la propria economia troppo dipendente dalla vendita di greggio. Avevamo scritto come secondo molti analisti più che di un abbandono del petrolio si trattava di una diversificazione degli investimenti per sopperire alle basse quotazioni dei mesi passati. D’altra parte l’ex Statoil, società di fatto statale con il governo di Oslo al 67%, ha riserve di idrocarburi sparse in tutto il mondo, dal Mare del Nord al Golfo del Messico con una produzione nel quarto trimestre 2017 pari a 2,1 milioni di barili al giorno, in crescita di quasi il 2% rispetto all’anno precedente. Un dato niente male per chi vuole dismettere le proprie attività.

“Avere come suffisso ‘oil’ non era un vantaggio. Non ce l’ha nessuno dei nostri competitor”, ha spiegato il ceo del gruppo Eldar Saetre alla Reuters. “Ci ha accompagnato per 50 anni. Non credo sia il miglior nome per i prossimi 50 anni”, ha aggiunto. Equinor, ha sottolineato il manager, “sarà più attraente per i giovani talenti che probabilmente saranno più interessati alle attività rinnovabili di Statoil piuttosto che a quelle legate alle fonti fossili”. Il caso del gigante norvegese comunque non è isolato e ultimamente diverse compagnie hanno tolto oil o gas dai loro nomi come scrive Quartz. A ottobre 2017 Danish Oil and Gas è diventata Orsted, a luglio 2017 Canadian International Oil Corporation si è tramutata in Hammerhead Resources, a giugno 2017 Penn West Petroleum è cambiata in Obsidian Energy, a maggio 2017 Painted Pony Petroleum si è chiamata Painted Pony Energy; ad aprile 2017 Mobil Oil Nigeria è diventata 11 Plc, ad aprile 2016 Laclede Gas si è chiamata Spire, ad aprile 2015 Gaz de France Suez è diventata Engie mentre ad aprile 2015 Neste Oil si è trasformata semplicemente in Neste.

I vecchi colossi proseguono la diversificazione

Le compagnie petrolifere, sebbene ancora fortemente dipendenti dai combustibili tradizionali, stanno guardando sempre con maggior interesse alla diversificazione dei loro business. La veloce crescita delle energie rinnovabili, la sfida del cambiamento climatico, e la pressione che viene dai governi per tagliare le emissioni delle fonti fossili stanno guidando questo cambiamento. Movimenti in questo senso si vedono anche nelle operazioni di acquisizione che stanno interessando il settore. Nel 2017 Shell ha comprato First Utility, fornitore elettrico britannico e NewMotion una delle più grandi reti europee di ricarica per auto elettriche. Lo stesso anno Bp ha preso una quota in Lightsource una compagnia attiva nel solare. Mentre il mese scorso Total ha comprato Diretct Energy fornitore elettrico francese. Ma c’è anche chi ha preso decisioni più drastiche: nel 2017 Danish Oil and Gas prima di cambiare nome in Orsted ha venduto tutti i suoi business nell’oil&gas per focalizzarsi esclusivamente nelle energie rinnovabili.

E questa non è la prima ondata di compagnie petrolifere che cercano di cambiare brand per allontanarsi dalle proprie radici. BP, acronimo di British Petroleum, nel 2001 aveva provato un nuovo nome, più verde, Beyond Petroleum (Oltre il petrolio), prima di tornare indietro. In ogni caso, prima di questo tentativo, quando Standard Oil fu divisa all'inizio del XX secolo, vennero alla luce società che non avevano né petrolio né gas nel loro nome: Exxon, Mobil, Chevron, Texaco, Amoco e Sohio. Detto questo, il caso norvegese è abbastanza isolato, almeno al di fuori dell’Europa dove tanti giganti del petrolio, molto spesso dello Stato (come Equinor) non sembrano sentire la stessa pressione per togliere dai loro nomi ‘petrolio’ o ‘gas’. Dalla Cnpc (China National Petroleum Corporation) a Petro China da Kuwait Petroleum Corporation a Lukoil da Petrobras a Gazprom. In questi casi gli azionisti di riferimento non hanno nemmeno lontanamente pensato a cambiare i loro nomi.



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