Serve un nuovo approccio contro le bufale. Per non diventare anche noi cospirazionisti

Invece di capire qual è il problema, si individua un colpevole generico, dalla “ggente” ignorante alla Russia. Urge un cambio di passo. Che parta dai big data

Serve un nuovo approccio contro le bufale. Per non diventare anche noi cospirazionisti
Helmut Fohringer / APA-PictureDesk / APA 
 Fake News

Anno 2016: l'anno della Brexit; a breve, seguirà la sorpresa Trump  negli States. Ci si accorge che ci si trova sempre più spesso in circostanze in cui appelli all'emozione e alla fede personale sono più influenti dei fatti oggettivi nella formazione l'opinione pubblica; non a caso l'Oxford Dictionary sceglie "post-verità" come parola dell'anno. In realtà qualche domanda ce la saremmo dovuta fare già in seguito al caso Jade Helm,  quando la guardia nazionale del Texas andò a controllare l’esercito americano durante manovre militari in seguito ad una “fake news” secondo la quale in realtà l’esercito avrebbe invaso il Texas per privarli delle armi. Il problema va ben oltre la politica: leggendo il Vaccine Confidence Project ci si accorge che le persone nel mondo occidentale mettono in dubbio anche pratiche assodate come la protezione della popolazione dalle malattie epidemiche.

Cercare capri espiatori non serve

La cosa che colpisce è la mancanza di preparazione, il fatto che questi eventi giungano inaspettati e colgano impreparate le nostre società. Invece di reagire, si conia il termine "fake news" per indicare notizie contraffatte, artefatte, costruite. Si cerca di censurare, dare un valore di verità ma anche un giudizio morale, una connotazione negativa al fenomeno. In altre parole, si diventa cospirazionisti: invece di capire qual è il problema, si individua un colpevole generico, l’uomo nero. La colpa è della “ggente” ignorante, oppure è la Russia che complotta, sobilla, manipola. Quando è il caso, perfino la scienza viene brandita come la spada dell'Arcangelo Michele, la si usa come un’ancora di salvezza che permetta di discriminare il vero dal falso, spinti dalla paura ne si fa un uso improprio per proteggere il nostro vecchio mondo.

La sfiducia dei vaccini è un esempio lampante del corto circuito instauratosi con l'avvento dei social media, con la possibilità di comunicare senza barriere di tempo e di spazio, di trovare persone con le proprie idee. Le epidemie sono fenomeni complessi: una volta superata la soglia procedono con inesorabilità matematica, ma fino ad un attimo prima della catastrofe sembrano non esserci, hanno un passo lento, irregolare, quasi un po' casuale. Abituati alla loro assenza, diventa difficile percepirne il pericolo: a confronto, le percentuali di controindicazioni di un vaccino assumono per una mamma dimensioni epiche, il naturale istinto di difesa amplifica un numero che è messo lì a volte solo per dovere, per rigore scientifico. Ci si appella a fantomatici algoritmi  per ripulire il mondo dal falso, dimenticandoci che la matematica ha già dimostrato che essi sono destinati per definizione a fallire nel compito di individuare le “fake news”.

Il problema è il cambiamento del campo dove avvengono le cose, dove le notizie si formano, dove le informazioni che ci permettono di leggere ed interpretare la realtà si formano e vengono formate. L’infosfera classica, in cui dai mainstream media si veicolava l’informazione, è sparita, o meglio si è diluita nel mondo dei social media. Ed il problema non è solo la disintermediazione, ma la struttura stessa del nuovo spazio in cui si muovono le notizie, uno spazio non euclideo, non intuitivo, dove mancano direzioni e punti di riferimento, le distanze sono annullate, i tempi sono schiacciati. Uno spazio che favorisce il mondo della polarizzazione, del frammentarsi diabolico delle persone in "echo-chambers", uno spazio dove i nostri bias cognitivi emergono feroci a farla da padroni: la velocità della fruizione uccide la razionalità, la riflessione.

Cosa ci ha insegnato Casaleggio padre

La disinformazione e la controinformazione diventano quindi ancor più un problema di sicurezza nazionale, di protezione dei processi decisionali del sistema paese. Ma il campo di battaglia è cambiato, l’anatomia dell’infospazio ha bisogno di nuovi mezzi per disegnarne le mappe, capire quali sono i punti nevralgici. Bisogna associare Big Data e modelli, usare le categorie scientifiche come metafore da applicare ai sistemi sociali: un pioniere del campo è stato Casaleggio padre. Basta leggere i suoi libri per capire come usava i modelli nati dalla meccanica statistica per coordinare le persone. Ad iniziare una discussione sul tema ci proveremo ora, iniziando dal simposio sulla misinformation nell'era digitale, proseguendo poi con una scuola aperta agli addetti ai lavori e con l’impegno poi di continuare, di non fermarsi, di riuscire a fornire gli strumenti intellettuali e pratici per potersi proteggere efficacemente anche in questo nuovo campo di battaglia.  



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