Perché non dobbiamo temere (e tassare) i robot

La provocazione di Bill Gates non deve farci scordare che l’innovazione è soprattutto una opportunità e che per coglierla occorre investire nella formazione. Per collaborare con le macchine. 

Perché non dobbiamo temere (e tassare) i robot

Negli ultimi giorni si è parlato moltissimo di robot. Robot da tassare, come ha provocatoriamente proposto Bill Gates, discutendo di come trovare risorse per contenere l’impatto sociale dell’evoluzione tecnologica;  robot da regolare dal punto di vista giuridico, etico e sociale,  come richiesto dal Parlamento europeo in una risoluzione approvata il 16 febbraio; robot (e intelligenze artificiali) da temere, in quanto in grado di sostituire l’uomo in una gamma variabile di mansioni, se non destinati a far sparire intere categorie professionali.

Eppure nei giorni scorsi non si è parlato abbastanza di robot.  Ad esempio, non si è parlato abbastanza dei cinque progetti italiani – su 17 in tutto – finanziati dal nuovo bando Horizon 2020 nell’ambito della robotica;   non si è ricordato il fatto che l’Italia è il settimo mercato al mondo per il settore della robotica, secondo il report 2016 dell’International Federation of Robotics; non si è parlato abbastanza di tutti quei casi, sempre più numerosi, in cui il “robot” è in realtà un “co-bot”, una macchina (o una intelligenza, non dotata di braccia meccaniche ma fatta di bit) che collabora e condivide un compito con gli esseri umani, si fa carico di parte di essi per liberare risorse, oppure aiuta a comunicare o curare.

Così come è già avvenuto in passato per altre transizioni che abbiamo attraversato, è umano assumere una posizione di difesa,  di fronte ad un’evoluzione tecnologica che sembra puntare sempre più sull’automazione, sull’utilizzo di sistemi in grado di apprendere e compiere azioni complesse -  che di fatto sostituiranno l’uomo in alcuni contesti.

Una volta accettato questo assunto, però, è necessario farsene carico collettivamente per fare in modo che l’istinto di difendersi non porti a confondere il dito con la luna; non dobbiamo sovrapporre l’ingresso nel nostro mondo di robot e intelligenze artificiali alla trasformazione dei modelli sociali, economici e produttivi portata dalla digitalizzazione, di cui i “robot” sono certamente l’espressione più visibile e di facile comprensione.

I robot di cui non si è parlato abbastanza che citavo poco fa sono il segno di una evoluzione tecnologica che è in grado di farsi opportunità. Un’opportunità per l’eccellenza delle persone che fanno ricerca in questo paese; una fonte di crescita per l’eccellenza italiana nel settore industriale; un elemento che potenzia, rende più sicuro, trasforma il lavoro dell’uomo. 

Ecco: nel pensare al “mondo dei robot” credo che la parola chiave non sia sostituzione, ma trasformazione. È una trasformazione che deve essere prima di tutto trasformazione di competenze, e che deve procedere parallelamente su due binari: il binario della riqualificazione professionale e quello della costruzione di progetti e percorsi formativi nuovi, così che si possa agire sul breve e sul lungo termine. 

La buona notizia è che abbiamo tempo. Il più recente rapporto McKinsey Global Institute su questi temi prende in analisi le singole attività che compongono i lavori che oggi svolgiamo, nei principali settori economici, e stima a meno del 5% la percentuale di lavori che oggi può già essere sostituito totalmente dalle macchine. 

La cattiva notizia è che non tutti e non in tutto abbiamo così tanto tempo.  Lo studio, infatti, evidenzia che quasi ogni occupazione ha elementi che potranno essere potenzialmente automatizzati. Anche se questo a livello macroscopico potrà avvenire in tempi lunghi, nel tempo breve bisogna considerare l’impatto che già si produce su singoli lavoratori che possono essere sostituiti, o sulle aziende che vengano scalzate da nuovi concorrenti che usano l’automazione a vario livello, specie in alcuni settori in cui la prevalenza di compiti automatizzabili è alta e la sostituzione dell’uomo, tecnicamente, è fattibile: il manifatturiero, la ristorazione e ospitalità, il commercio al dettaglio.

Guardando a questi dati, direi che, se dovessi immaginare un “obbligo” da imporre, più che parlare di tasse parlerei dell’obbligo di includere attività di formazione adeguate in ogni progetto di trasformazione digitale portato avanti da aziende, città, istituzioni ed e in ogni politica economica, industriale e educativa. I motivi per farlo e le cose da fare non mancano di certo.

Bisogna riqualificare per dare nuovo spazio allo straordinario valore del nostro capitale umano.

Bisogna consentire ai lavoratori di confrontarsi ad armi pari con il cambiamento in atto, permettere a chi in questo momento non ha un’occupazione di proporsi là dove serve –  a chiudere lo skill gap che pesa sulla crescita di tutte le aziende, non solo di quelle ICT. 

Bisogna intervenire per aiutare i giovani che sono già in una fase più avanzata del loro percorso di studi ad avere una formazione che li metta a contatto con questo nuovo mondo del lavoro: ci servono esperti di cybersecurity per proteggere ambienti di lavoro sempre più digitali e fatti di macchine, esperti di tecnologie per l’industria 4,0 e l’internet delle cose,  tecnici capaci di progettare e fare evolvere quegli stessi “robot” che temiamo,  operai in grado di lavorare “insieme” ai robot e con l’aiuto delle intelligenze artificiali, persone che conoscano le potenzialità della tecnologia per immaginare nuovi prodotti e servizi. E infine, ma non ultime, servono persone che sappiano integrare competenze “non digitali”, come quelle umanistiche, nel  mondo “delle macchine”, perché l’interazione con esse possa diventare sempre più naturale e produttiva.

Ho trovato anche un’altra buona notizia in questo studio. Considerando la coesistenza tra compiti automatizzabili e altri che non lo sono, gli autori fanno una osservazione che mi trova d’accordo. Scrivono che l’incremento nella crescita della produttività globale che si può ottenere dall’introduzione di robotica, intelligenza artificiale e machine learning -  stimato fra lo 0,8% e l’1,4% fra il 2015 e 2065 -  potrà realizzarsi solo se gli uomini lavoreranno con le macchine, dato che vi sarà sempre uno spazio più o meno ampio per entrambi. 

Le nostre intelligenze, abilità e capacità umane sono destinate a collaborare con la tecnologia, usarla, gestirla – ed a crearla. È giusto ragionare sull’impatto sociale di tutto questo, è necessario come si sta facendo creare un inquadramento normativo, giuridico, etico che tenga conto dell’ingresso di nuovi “lavoratori” come i robot, le intelligenze artificiali nel mercato. Ma abbiamo una scelta: prepararci per considerarli “colleghi”.  Perché, come recita il titolo dello studio di McKinsey Global Institute, si possa sfruttare il potenziale dell’automazione per costruire un futuro “che lavora”,  la strada è apprendere - e servirsi della tecnologia per potenziare l’apporto delle persone.