Perché Maduro ha deciso di lanciare una criptovaluta per vendere petrolio

Con la situazione finanziaria del Venezuela, il Bitcoin è diventato uno strumento per salvare i propri soldi. O guadagnarne 

Perché Maduro ha deciso di lanciare una criptovaluta per vendere petrolio

Il governo del Venezuela annuncia la prossima creazione di una criptovaluta di stato. Il contesto Il Venezuela è un paese ricco di risorse naturali, quindi ricco e basta in un mondo ideale, eppure attraversa una crisi epocale. Le scorte alimentari sono limitate e vengono razionati anche dentifrici e carta igienica. La moneta a corso legale è attualmente la più iperinflazionata del mondo insieme a quella dello Zimbabwe e i negozianti hanno smesso di contare le banconote e si limitano a pesarle.

Da diversi anni ormai gli stipendi dei dipendenti pubblici sono molto bassi e questo non fa che incrementare la corruzione, la cattiva gestione e l’abbandono totale di ogni buona pratica amministrativa, lasciando i cittadini nella scelta tra illegalità e miseria assoluta. Alcuni tra i Venezuelani più attenti alla tecnologia hanno individuato nella generazione di monete virtuali come Bitcoin ed Ethereum un’attività proficua e utile ad arrotondare lo stipendio, salvo che per molti di loro è divenuta di gran lunga la maggior fonte di reddito, a fronte di €100 di stipendio alcuni di loro hanno cominciato a guadagnarne oltre €500 dall’attività di mining.

Uno dei motivi è anche legato al fatto che in Venezuela manca forse il pane e la buona gestione della cosa pubblica, ma non mancano le risorse naturali. Il petrolio e quindi l’energia elettrica costano poco. Questo è un fattore importante perché le monete virtuali sono avide di energia e minarle in Venezuela è molto più proficuo che minarle negli Stati Uniti o in Europa. Ma c’è un ma, anche il governo se n’è accorto e Bitcoin e la blockchain sono diventate un tema caldo all’ordine del giorno.

Innanzitutto il governo del Venezuela ha una certa diffidenza rispetto all’utilizzo di denaro straniero, in fondo il denaro è uno strumento di governo. Chi controlla la creazione del denaro controllo l’economia, e in qualche modo influenza la politica economica, una cosa che noi italiani abbiamo imparato bene con l’avvento dell’Euro. Per questa ragione il governo ha cominciato a perseguire i minatori di bitcoin con accuse più o meno ridicole di riciclaggio. Per creare questo stato di terrore nei confronti dei bitcoiner il governo ha cominciato a monitorare i consumi energetici e a chiedere spiegazioni a coloro che presentano dei consumi anomali, indicatori di probabile attività di mining.

Come si è arrivati a questo punto 

Nell’Agosto 2017 il Presidente Trump pone un embargo finanziario sul Venezuela. Nessun istituzione finanziara americana potrà più comprare bond Venezuelani o delle sue compagnie statali e anche le cedole maturate dal governo Venezuelano per il possesso di altri titoli finanziari sono state bloccate. Con un annuncio sul sito del governo, il Presidente Maduro stabilisce che la nuova criptomoneta di stato, denominata Petro, rinforzerà la sovranità del popolo venezuelano e la propria indipendenza dalle dinamiche dei mercati internazionali.

Sempre Maduro annuncia questa volta in TV che la petromoneda, sarà garantite dalle riserve petrolifere e auree del paese. Il governo vuole creare un Blockchain Observatory per il monitoraggio della tecnologia blockchain. Da studioso del fenomeno criptovalute mi vengono immediate alcune considerazioni. Prima di tutto l’idea stessa di criptomoneta di stato è un ossimoro. Infatti il principio cardine alla base delle criptomonete è l’assenza dell’autorità emittente e di una giurisdizione territoriale. La decentralizzazione non si sposa bene con la gestione della politica monetaria fatta dalle banche centrali, siano queste realmente o solo formalmente indipendenti dai governi nazionali (Maduro ha appena nominato il capo della Banca Centrale del Venezuela).

Proprio Maduro e i suoi predecessori hanno stampato carta moneta a volontà. Forse allora il governo Venezuelano vuole semplicemente una moneta di stato che abbia una rappresentazione digitale, questo però non ha nulla a che vedere con la blockchain e le criptomonete come siamo abituati a conoscerle. Riguardo il sottostante in riserve di petrolio e oro, si tratta semplicemente della reintroduzione di quello che si chiamava Gold Standard e che ormai non è più in auge nei paesi industrializzati da molti decenni. Introdurlo oggi in Venezuela potrebbe essere un bene, chissà. Non abbiamo elementi per dirlo.

Quello che invece resta sospetto è il fatto che proprio il governo venezuelano non non si è messo scrupoli a iniettare nuova carta moneta causando un’iperinflazione mostruosa, non si capisce perché improvvisamente dovrebbe invertire rotta e usare una moneta rappresentativa di un bene materiale “scarso” messo a riserva di valore. Ultimo avviso ai “naviganti”, attenzione alle truffe. Una moneta virtuale chiamata Petrodollar, che non ha nemmeno un sito web di documentazione, ieri ha fatto un balzo del +700% su alcuni borsini telematici. Non è detto che tale balzo sia correlato all’annuncio del Petro di Maduro, ma la prudenza non è mai troppa.



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