Perché la maternità è un vero master

Un percorso digitale per riconoscere (e mettere in circolo) le competenze generate dalla nascita di un figlio

Perché la maternità è un vero master

A leggere i curricula di dirigenti e posizioni apicali nostrani verrebbe da pensare che in Italia non si fanno più figli. O dopo averli fatti si nascondono. Entrambe le possibilità sono in parte vere. Perché anche quei pochi che li fanno sono poi portati a nasconderli, a occultare il problema.

Difficile scandalizzarsi se succede, e non sono casi isolati, che ancora oggi ci sono madri che al rientro dalla maternità vengono licenziate; se succede che ai colloqui di lavoro ti chiedono stato civile e numero di figli, anziché verificare le tue competenze e la tua disponibilità lavorativa; se ti offrono un contratto di lavoro per 30 mesi con l’obbligo di non restare incinta. Tutti fatti avvenuti negli ultimi mesi in varie parti d’Italia. Tutti comportamenti vietati dalla legge, ma ampiamente in uso nella prassi quotidiana del nostro Paese, dove negli ultimi 5 anni i casi di mobbing da maternità sono aumentati del 30% (4 donne su 10 a causa di questo sono costrette a rinunciare), dove si contano 800 mila mamme licenziate o spinte alle dimissioni nell’arco della vita, dove sono 350 mila le persone discriminate per via della maternità o per aver avanzato richieste per conciliare il lavoro con la vita familiare.

Dal luglio 2010 al dicembre 2016 dei 195 casi individuali trattati da Gabriella Taddeo, Consigliera di parità della provincia di Trieste, 40 afferiscono a queste problematiche: al licenziamento, al compimento di un anno del figlio o della figlia, anche di donne assunte con contratto a tempo indeterminato, al demansionamento al rientro dalla maternità, alla conciliazione dei tempi di lavoro con richiesta di part time e flessibilità di orario, al presunto “mobbing strategico”.

 

Tra il 2011 e il 2014 in Friuli Venezia Giulia le dimissioni di neomadri convalidate dalle Direzioni Territoriali del Lavoro sono state ben 1625: donne che in maggioranza hanno tra i 26 e i 35 anni, seguite a ruota dalle 36-45enni, hanno avuto il secondo figlio e nell’85% dei casi sono italiane. Non ce l’hanno fatta a tenere tutto insieme a causa di orari poco flessibili, alla mancanza di servizi per l’infanzia, che o non ci sono o sono troppo cari, al fatto che sono sole. Tutto questo in uno Stato in cui neanche la metà delle donne lavora.

E certo che siamo al 117° posto nella classifica del Gender Gap Report del World Economic Forum. E certo che la maternità diventa un fatto privato anziché un bene sociale, come avevo imparato all’Università studiando sociologia sul testo di uno che certo non può essere considerato sprovveduto come Anthony Giddens. E certo che i padri non prendono i congedi parentali. E certo che se qualcuno assume una donna in gravidanza passa per eroe e si conquista le prime pagine dei giornali. E certo che sui curricula non si denunciano i figli, ma solo i master conseguiti.

Per fortuna anche in Italia c’è chi ha ancora la forza d’indignarsi e di scendere in strada (è successo a Grassobbio, dove i 230 dipendenti della Reggiani hanno scioperato per protestare contro il licenziamento di una collega, per la quale dopo la seconda maternità l’azienda non è riuscita a trovare una collocazione adatta). Per fortuna anche in Italia c’è chi ha il coraggio di assumere donne incinte senza alcun clamore come ricompensa (è successo a Trieste, dove Silvia Pontin, psicologa socia di una cooperativa con un contratto a progetto all’annuncio della maternità è stata assunta a tempo indeterminato dalle Acli, perché — mi dice il presidente provinciale Cristiano Cozzolino — "semplicemente perché è brava, non volevamo perderla, non crediamo che la maternità incida sulle competenze e anzi volevamo fare qualcosa che potesse supportare la vulnerabilità tipica dell’attesa collegata a una gravidanza"). Per fortuna anche in Italia c’è chi ha pensato di trasformare la maternità (e la paternità) in un master: perché fare figli non è una condizione da sopportare ma da valorizzare.

Riccarda Zezza ha 45 anni e due figli: Marta di 9 e Luca di 6. Dopo aver lavorato per 15 anni in grandi aziende di diverse nazionalità (italiana, statunitense, finlandese) e aver fatto due figli mentre era alle dipendenze di due aziende diverse, riscontrando al rientro dalla maternità delle difficoltà in entrambi i casi, ha deciso che era arrivato il momento di cambiare. "Ero una manager con esperienza, cosciente delle mie capacità, e non riuscivo ad accettare che mi si volesse collocare in una posizione inferiore rispetto a quella che avevo occupato nel periodo precedente al parto, dal momento che non avevo mai dato prova di voler fare meno di prima" mi racconta al telefono.

"Sono una persona che sente molto le ingiustizie e mi ha colpito tanto una frase letta in un libro che dice 'La giustizia richiede che coloro che soffrono di meno siano quelli che urlano di più': io infatti ero fortunata, potendo contare su un marito che guadagnava, condizione che mi ha consentito di fare una scelta coraggiosa — quella di lasciare la banca e fondare Piano C — ma 9 donne su 10 non possono permetterselo ed era giusto darsi da fare anche per loro".

È così che nel 2012 nasce Piano C, uno spazio di coworking nel centro di Milano per conciliare a valle lavoro e famiglia, ma anche una comunità dove condividere idee e competenze, dove rimettersi in gioco valorizzando i propri talenti, dove sperimentare che la maternità non è una condanna ma una nuova opportunità. Con una diversa organizzazione dei tempi. Perché è questo uno dei problemi principali: il fatto che il mondo del lavoro si è formato e strutturato su un modello maschile, un vestito che sta stretto alle donne, che dopo la maternità fanno davvero fatica a infilarselo o non ci riescono proprio più. Hanno bisogno di maggiore flessibilità, che concretamente significa anche più autonomia (speriamo decolli lo smart working recentemente approvato al Senato).

Ne servirebbe anche in prossimità del parto, — riflette Riccarda — perché i cinque mesi di astensione obbligatoria, una misura che non si ritrova da nessun’altra parte, erano stati pensati a protezione delle operaie e sono il frutto della paura dell’abuso, ma in fondo continuano a rispecchiare un eccesso di protezione paternalistica che non sempre giova alla neomamma, la quale non necessariamente vuol essere tagliata fuori da ogni dinamica lavorativa durante questo tempo e magari preferirebbe spalmare il congedo e dividerlo con il padre.

È apparso dunque subito evidente che non bastava un luogo fisico per venire incontro alle esigenze di quelle che sono uscite dai circuiti tradizionali, ma bisognava cambiare la cultura, elaborare un pensiero perché anche la dipendente a tempo indeterminato di una qualunque azienda, pubblica o privata, senza particolari aspettative d’autonomia e di iniziativa creativa potesse vivere questo momento nella massima serenità e nella condizione migliore per poter continuare a crescere e a far crescere la propria azienda. Lo spunto — prosegue Zezza — mi è arrivato frequentando un corso di formazione aziendale sulla gestione della crisi, dove si utilizzava il modello della flight simulation: ero costretta a stare un sacco di ore in aula, quando gli stessi meccanismi me li offriva mia figlia a casa! Inoltre è stata l’occasione per realizzare che anche quando frequenti un master, che magari ti ha finanziato e proposto il tuo datore di lavoro, sei assente.

Eppure nessuno penserebbe che non stai facendo qualcosa di produttivo sul piano professionale. La stessa situazione che si presenta quando nasce un bambino: devi assentarti per un po’, ma in quell’assenza acquisisci competenze che sono preziose anche nel tuo mestiere. A patto però di averne consapevolezza e di non dimenticarle a casa quando rientri al lavoro.

Avere cura di qualcuno, infatti, genera risorse, costruisce leadership: basta pensare al dover prendere decisioni, spesso in tempo reale, che t’investe quando la gestione della vita di una persona, perdipiù indifesa, è completamente affidata alla tua responsabilità. Ma anche al saper organizzare il tempo, di cui non sei più padrona. O alla capacità di negoziazione: chi ha figli adolescenti, ma ci si allena bene anche prima, sa che le trattative a cui ci inducono mettono alla prova ben più di una contrattazione sindacale. Prima di tutto però c’è l’empatia, l’ascolto: quel saper entrare veramente in relazione, che fa posto all’altro.

"La genitorialità - sostiene la politica e diplomatica americana Madeleine Kunin - è l’esercizio di sgonfiamento dell’ego più potente del mondo". E pensate a cosa può accadere in un ambiente in cui c’è posto per tutti, in cui diversi punti di vista trovano cittadinanza, in cui la cooperazione non è il risultato di una debolezza ma uno stile di lavoro. Pensate a quante energie potrebbero scaturire, a cosa potrebbe generare un’attenzione autentica, quella in grado di riconoscere le priorità e di spostarsi da una situazione a un’altra governando la complessità.

Tutte capacità tipicamente materne, che spesso rimangono sulla soglia dell’ufficio. Il salto di qualità, secondo Riccarda Zezza e Andrea Vitullo, autori di un bellissimo libro “MAAM La maternità è un master che rende più forti uomini e donne” (Bur Rizzoli, Milano 2014, pagg. 189, euro 12,00), consiste nel prenderne coscienza e nel fare in modo che il mondo del lavoro faccia altrettanto. Per questo è nata MAAM - maternity as a master (leggi qui), il primo programma al mondo che trasforma la maternità in un master in sviluppo di competenze soft (quelle “competenze trasversali”, le così dette soft skills, per allenare le quali secondo l’Istat le aziende spendono oltre un miliardo di euro l’anno), come la capacità di ascolto, la gestione del tempo e l’empatia, preziosissime in qualunque ruolo professionale. Un’intuizione rivoluzionaria grazie alla quale Riccarda Zezza è stata selezionata da Ashoka, la più grande rete di innovatori sociali al mondo, come uno dei cinque migliori imprenditori italiani in questo campo.

In cosa consiste concretamente? In una piattaforma digitale ricca di contenuti multimediali strutturati in un percorso che accompagna la persona prima, durante e dopo il congedo di maternità. Sin dall’annuncio della gravidanza le mamme entrano in una rete di persone che stanno vivendo la loro stessa esperienza: in questo modo non s’interrompe la rete sociale di riferimento, si evita il rischio isolamento e c’è anche la possibilità di organizzare incontri offline.

Il metodo proposto è quello della transilienza, un efficace neologismo composto da transizione e resilienza per esprimere quella capacità di rimbalzare da una situazione a un’altra portando sé stessi e il proprio bagaglio di competenze, energia, umanità, senza fare la fatica di spogliarsi di un ruolo o di un altro col rischio di non utilizzare risorse preziose. Si usa dire che le donne sono multitasking, ovvero sono in grado di svolgere più funzioni contemporaneamente. Ma qui c’è di più: c’è la capacità di ricomporre la complessità, di essere presenti con tutte sé stesse e la propria attenzione lì dove c’è più bisogno. È un saper coglier le priorità in un contesto incerto, soggetto a continui cambiamenti, estremamente complicato, dove non sempre c’è una soluzione a tutto, dove bisogna arrendersi all’imperfezione e concentrarsi più sul processo che sull’obiettivo finale, perché la meta può variare in corso d’opera e guai a irrigidirsi su traguardi predeterminati.

Riccarda Zezza e Andrea Vitullo l’hanno chiamata rotondità, risultato di tre abilità: saper riconoscere al volo le priorità, sapersi focalizzare, anche per brevi periodi, e velocità di orientamento di queste due competenze a seconda delle necessità. È quello di cui sono capaci le mamme.Trovare il tempo per portare il bambino dal pediatra in un pomeriggio fatto di incastri significa non solo affrontare il problema contingente, ma anche prevenire ricadute successive che la non soluzione di questo problema potrebbe generare, come ad esempio una malattia prolungata.

Come inventarlo il tempo per andare dal medico se sulla carta non esiste? Se non c’è neanche un attimo per respirare in quel pomeriggio in cui il capo ha convocato una riunione urgente, c’è il saggio finale della scuola di musica dell’altro figlio e il padre è all’estero per lavoro? Cercando alleanze e imparando a delegare ad esempio: chiedendo al nonno di andare a fare la fila dal pediatra o alla mamma del compagno di classe di accompagnare l’altro figlio alle prove pre concerto…

Le donne lo sanno, direbbe Ligabue. Lo sanno fare. Sanno costruire alleanze se queste servono a proteggere la specie: è l’istinto di sopravvivenza. Anche gli uomini possono imparare, se respirano un clima empatico, se questa precedenza data alle relazioni viene trasferita anche in ufficio. Per questo a gennaio di quest’anno MAAM ha aperto le porte anche ai padri, perché il prendersi cura non è un fatto di genere, anche se il modo in cui si realizza è diverso: negli uomini, ad esempio, passa più per il ragionamento che per l’istinto, ma le competenze che sviluppano sono le stesse. Del resto, il numero dei padri che stanno a casa coi figli cresce e il tempo che dedicano loro in mezzo secolo è quadruplicato. Rimane tuttavia il fatto che almeno in Italia la scelta di occuparsi a tempo pieno dei figli è talmente mal vista che lo fa solo chi non può proprio farne a meno.

Ma le competenze si possono allenare anche se non si è in congedo di paternità, come sta dimostrando l’esperienza di MAAM, una proposta supportata da un gruppo scientifico, che ha coinvolto oltre 1000 manager, raggiunto più di 2000 donne ed è stata adottata ormai da 15 aziende tra cui Poste Italiane, Unicredit, Unilever, Fastweb, Ikea, Luxottica, Pirelli e la Provincia di Trento: da un sondaggio effettuato a ottobre dell’anno scorso su 500 donne attive sulla piattaforma emerge che il 75% delle partecipanti è diventata più brava nell’organizzazione e gestione, l’80% più consapevole delle sue risorse e competenze, il 54% più motivata nel rientro al lavoro.

C’è dunque la ragionevole speranza che la prima cosa che faranno, appena rientrate al lavoro, sarà quella… di aggiornare il curriculum, integrandolo con il numero dei figli! Perché non fanno per niente bene né a noi né alle nostre aziende i consigli, che la poetessa polacca Premio Nobel per la Letteratura Wislawa Szymborska ha tratteggiato con amara ironia in “Scrivere un curriculum” per sottolineare le separazioni di cui è piena la nostra vita: «Scrivi come se non parlassi mai con te stesso e ti evitassi. Sorvola su cani, gatti e uccelli, cianfrusaglie del passato, amici e sogni».

E se fosse proprio in quelle cianfrusaglie o in un sogno la chiave per risolvere un problema sul lavoro?