Innovazione, mediocrità italiana

Secondo l'indice elaborato dalla Cornell University miglioriamo, ma restiamo dietro a Slovenia e Portogallo

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Nei giorni scorsi la Cornell University in collaborazione con l’Insead e il WIPO, l’agenzia delle Nazioni Unite per i brevetti e la proprietà intellettuale ha pubblicato l’undicesimo rapporto del Global Innovation Index, GII.

Il GII è un indice che classifica circa 130 paesi in base allo stato delle prestazioni innovative, combinando diversi indicatori che riguardano cinque domini: istituzioni, capitale umano e ricerca, infrastrutture, mercato e imprenditoria che affiancano i risultati dell’innovazione per tecnologia e creatività.

L’indice, con tutte le limitazioni dovute all’aggregazione di informazioni eterogenee per natura e confrontabilità offre un quadro dello stato dell’innovazione a livello mondiale.

Rallenta la Green Economy

Il rapporto che approfondisce quest’anno l’innovazione nel settore dell’energia ha riscontrato nel 2018 un rallentamento degli investimenti nella ‘green economy’ e dei brevetti nel settore dell’energia, dopo anni di crescita: tra il 2005 e il 2013 i brevetti in tale settore sono quasi raddoppiati.

Il rapporto registra nel 2016 una crescita annuale mondiale del 3% dei volumi di spesa totali di R&S; le imprese hanno incrementato la loro spesa in R&S del 4,2% rispetto al 2015. Il 2016 registra anche una crescita sostenuta dei diritti di proprietà intellettuale grazie alle prestazioni della Cina che in pochi anni sta risalendo le posizioni del GII attestandosi oggi alla diciassettesima posizione.

Il divario innovativo fra i paesi ad alto reddito e i paesi meno sviluppati resta profondo, con qualche eccezione come la Tunisia, il Costa Rica e la Colombia che si distinguono per il miglioramento dello stato dell’innovazione.

Oltre ai tradizionali giganti dell’innovazione come gli Stati Uniti, Giappone, Corea e Singapore nella graduatoria si notano paesi in crescita come il Cile, il Kazakistan e Israele e la Cina che registra da anni una crescita vorticosa della spesa in ricerca e innovazione.

L'Europa arranca dietro la Cina

L’Europa post crisi mostra diversi cambiamenti per la spesa in R&S con alcune economie che hanno ridimensionato gli investimenti in ricerca a fronte di altre che hanno investito di più rispetto al 2008. Finlandia, Spagna e Portogallo, dopo anni di crescita sostenuta di spesa in ricerca ancora nel 2016 non riescono a tornare ai livelli di spesa per R&S precrisi. La Germania e la Francia investono di più in ricerca dagli anni della crisi, rispettivamente 23% e 15%, ma sempre con tassi di crescita assai più modesti della Cina che ha quasi triplicato la spesa in ricerca rispetto al 2008.

In Europa, Svizzera, Olanda e Svezia secondo il GII sono i migliori innovatori con un posizionamento migliore dei paesi innovatori più grandi come la Germania, il Regno Unito e la Francia.

Italia solo trentunesima

L’Italia conferma un lieve miglioramento della spesa in ricerca rispetto al 2008 ma non riesce a risalire la china con indicatori che mostrano luci e ombre per il sistema nazionale dell’innovazione.

Secondo il rapporto il sistema innovativo italiano soffre di alcune debolezze tra cui la spesa modesta per l’istruzione, la difficoltà di accesso al credito per le imprese, bassi livelli di investimento e modesti afflussi di capitali stranieri. Anche con la presenza di alcuni fattori positivi, tra cui la sostenibilità ambientale, le pubblicazioni scientifiche e il design industriale, l’Italia nella graduatoria GII si classifica solo trentunesima tra la Slovenia e il Portogallo perdendo due posizioni rispetto all’anno precedente, ad indicazione di un sistema innovativo in stagnazione che non riesce a ritrovare slancio.



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