La narrazione che i social facciano tutto per il nostro bene è finita? Il caso Grindr

Solo una settimana fa l'app di incontri per gay, oggi al centro della bufera per aver diffuso i dati privati di chi faceva il test Hiv, chiedeva agli utenti di fare i controlli e aggiornare il proprio profilo: "Teniamo alla vostra salute". 

La narrazione che i social facciano tutto per il nostro bene è finita? Il caso Grindr
 (Afp)
 Smartphone

C’è un’intera narrazione che sta venendo giù in queste settimane. Un intero modo di raccontare le proprie innovazioni, i propri prodotti, i propri scopi sta svelando il proprio lato oscuro, pezzo dopo pezzo. Lecito pensare che l’indiziato numero uno sia il 34enne amministratore delegato di Facebook Mark Zuckerberg che dopo il caso Cambridge Analytica si è trovato costretto a chiedere scusa per la decima volta in dieci anni per malfunzionamenti, errori, mancati controlli sulla sua piattaforma. L’ultima in ordine proprio in queste ore riguarda i video caricati dagli utenti sulla piattaforma, che verrebbero salvati e conservati a insaputa degli utenti anche quando non li pubblicano o decidono di cancellarli prima della pubblicazione.

Ma se è piuttosto scontato che il "bring the world closer together" di Zuckerberg non lo sentiremo più con la stessa veemenza e sicurezza (come potrebbe?) c’è una cosa piuttosto sorprendente dietro l’ultimo scandalo dell’uso indiscriminato dei dati degli utenti che riguarda l’app di incontri per gay Grindr che avrebbe girato ad altre società i dati personali dei propri utenti, gusti, inclinazioni e perfino se e quante volte fanno il test dell’Hiv. E i risultati.

Diversi media (anche Agi.it) avevano preso piuttosto seriamente la scorsa settimana la notizia che Grindr aveva lanciato una campagna di massa sui propri utenti per ricordar loro di fare regolarmente il test dell’Hiv. “Controllare la propria salute è importante”, scriveva in un tweet la società il 27 marzo scorso, “Siamo qui per aiutarvi. Noi sappiamo come avvisarvi quando è tempo di farsi un controllo (Hiv)”, invitando inoltre a “completare il proprio profilo e di aggiornarlo per essere avvisati di fare il test ogni 3 o 6 mesi”. Una grande opportunità, così la vendeva la comunicazione ufficiale della società, che oggi capiamo meglio a cosa servisse in realtà.

La retorica che vede tutto ciò che viene fatto da queste società, la loro raccolta delle nostre informazioni personali, utilizzate al solo scopo di aiutarci a vivere meglio ha probabilmente fatto il suo tempo. Nulla è gratis, e forse ce ne accorgiamo davvero solo ora. Ed è il caso di cominciare a riflettere sul serio se vogliamo davvero se il prezzo della gratuità di alcuni servizi digitali, app e social in primis, debbano diventare le nostre vite, la nostra privacy.

 



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