Facebook e la mutazione democratica della sfera pubblica

La disintermediazione prodotta da Facebook può essere un problema per la democrazia? Cosa ci insegnano alcuni casi recenti

Facebook e la mutazione democratica della sfera pubblica

A partire dalle considerazioni espresse in questo precedente articolo, andiamo a osservare alcune dinamiche conseguenti alle trasformazioni del social network più diffuso al mondo. Il cambiamento di algoritmo non è passato inosservato agli occhi degli utenti, tanto è che vero che c'è stato un fugace tam tam e molti hanno iniziato condividere post del genere.

Facebook e la mutazione democratica della sfera pubblica

Facebook già era corso ai ripari qualche tempo addietro, come testimonia questa nota. I post allarmanti condivisi dall'utenza ricordano molto le “catene di Sant'Antonio” tramite email negli anni Novanta, molto spesso usate per diffondere bufale, o sistemi di marketing piramidale. Il fenomeno è aumentato a dismisura negli ultimi dieci anni, ovvero da quando una massa di individui, spesso con pochissima esperienza digitale, si è riversata nel mare magnum dei social media. Ecco perché un banale cambiamento ha generato viralità per la notizia “Facebook ci fa vedere i soliti 25 amici”, che è tutto sommato una fake news, seppur partendo da alcuni presupposti verificabili. Una narrativa che è divenuta di pubblico dominio,  discussa ovunque e in maniera per niente scontata, tanto su Donna Moderna che su Chicche Informatiche.

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Oltre il dato tecnico, questa storia evidenzia una nascente consapevolezza da parte degli utenti di essere inclusi in un ambiente mediologico dove gli algoritmi determinano il tipo di interazioni, riempiono l'agenda dei contenuti, selezionano e propongono nuove amicizie, incidono attivamente nella costruzione della realtà soggettiva. Alla gran parte dell'utenza poco importa come funzioni la piattaforma, o di come il cambiamento delle regole incida sulle procedure da compiere per ottenere un determinato risultato: il bisogno di comunicare resta prioritario e gli utenti cercano, a modo proprio, di salvaguardare la propria rete sociale. Condividendo lo status incriminato si diffonde una notizia tutto sommato falsa, ma si genera al contempo un'interazione sulla propria bacheca, con la speranza di rinsaldare i legami.

Magari per qualche giorno si ha l'illusione di essere tornati al centro del mondo... virtuale. La fake news in questione è tutto sommato innocua ed è utile a comprendere la procedura gamificata delle interazioni su Facebook: la pubblicazione, il ricevimento dei like e di ulteriori condivisioni, l'invio di commenti e ulteriori like, tutto scorre come in un social-videogame, dove si compete per ottenere premi e gratificazioni. Un mondo digitale perfetto? Sicuramente un mondo ingegnerizzato al meglio da Menlo Park, per estrarre continuamente valore dalle emozioni umane e dal bisogno di socialità degli esseri umani.

E se all'utente non piace troppo mettersi in vetrina nella bacheca pubblica, c'è il lato dark social di Messenger, diventato nel frattempo anch'esso un ambiente sempre più  ricco di interazioni possibili. Sugli smartphone si rende quasi impossibile l'uso della chat in browser, proprio per incrementare l'uso di questa ulteriore applicazione.

Queste sono le dinamiche individuali e dei piccoli gruppi, ma cosa accade quanto si osservano i fenomeni di più ampia scala? Da questo punto di vista il trend sembra essere quello di un Italia che dopo i fatti di Macerata non riesce a uscire dal tunnel del risentimento e della xenofobia, come dimostra la viralità della fake news sul “rifugiato senza biglietto”, quasi smontata in diretta da ValigiaBlu, fino alla rimozione del post originale. La velocità di propagazione di queste fake news è dovuta all'interconnessione di decine e decine di gruppi, cui sono legati i singoli utenti. L'algoritmo tende a privilegiare gli elementi condivisi più e più volte, che generano numerosi like e commenti, in particolar modo quando la condivisione avviene tramite pagine con molti contatti. L'effetto di verità risiede nella quantificazione derivante dallo schema di gioco cui si faceva prima riferimento: l'utente vede che la propria rete sociale clicca e condivide quel determinato elemento, lo riconosce aprioristicamente come vero e non interrompe la catena; a quel punto può ricevere ulteriori like, o magari i commenti di qualcuno che prova a smontare la bufala, ma è già troppo tardi.

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Questo effetto di disintermediazione prodotto da Facebook può essere un problema per la sfera pubblica? Senza voler entrare in dibattiti teorici e tecnici di una certa complessità, la pensa così il gigante Unilever, uno degli inserzionisti mondiali con un portafoglio marketing che vale miliardi di dollari, che accusa Facebook e Youtube di essere «paludi in termini di trasparenza», «piattaforme che promuovono rabbia e odio, creando divisioni nella società». Qualcosa per migliorare l'ecosistema dell'informazione Google la sta già facendo e bisogna attendere per capire come evolverà il quadro globale.

Un'ultima riflessione tocca necessariamente il campo della politica, dove Facebook e gli altri social network sono tirati in ballo in maniera decisa, soprattutto dopo i presunti scandali nelle passate elezioni in Usa. Mentre Donald Trump continua a smentire il peso delle fake news e il procuratore speciale Robert Mueller procede con alcune incriminazioni per il Russiagate, con l'avvicinarsi delle elezioni di Mid Term Facebook ha annunciato l'invio di cartoline fisiche tramite il servizio postale americano, per poter verificare l'attendibilità e la credibilità degli inserzionisti.

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In Italia un paio di esempi possono rendere l'idea di quanto la complessità dell'ecosistema socialmediatico incida nelle costruzione del consenso politico, specialmente in periodi di propaganda elettorale finalizzata al voto. La pagina Matteo Renzi News agisce su Facebook e YouTube e di recente ha subito il fact-cheking di AGI per un post di un supporter che affermava di aver coronato il proprio sogno di incontrare Laura Pausini grazie al bonus cultura di 500 euro. La strategia comunicativa di far parlare i fan rappresenta un tentativo interessante da parte di un canale di supporto apparentemente spontaneo, ma evidentemente curato in maniera professionale. In definitiva, la notizia è stata subito smontata, per quanto probabilmente qualcuno continuerà a crederci, nella community virtuale di circa 90.000 persone.

Ma cosa succede quando i numeri lievitano a dismisura? Prendiamo ad esempio la pagina Facebook di Luigi Di Maio, seguita da oltre un milione di persone. Mentre il caso Rimborsopoli entrava di forza nella campagna elettorale, il candidato premier pentastellato aveva già elaborato la sua contromossa strategica, con un post che ha ormai superato le 100.000 condivisioni. Come ha evidenziato Mauro Munafò su L'Espresso, ciò significa che oltre 10 milioni di persone sono state raggiunte dal messaggio di Di Maio, senza alcuna possibilità di confronto, argomentazione o fact-checking. L'egemonia su Facebook del M5S è fuor di dubbio lecita, soprattutto se la comunicazione resta nell'ambito del verificabile e del politicamente corretto. Resta da vedere se nel finale della campagna elettorale, quando i toni probabilmente si alzeranno, questo potere non venga utilizzato in maniera eccessiva, come ad esempio durante le passate elezioni in Usa.



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