Startup, perché  GrowIT up forse non è la solita solfa

Nasce un nuovo fondo di venture capital (100 milioni di euro) sostenuto da Fondazione Cariplo e Microsft

Startup, perché   GrowIT up forse non è la solita solfa

In questi giorni si annuncia la partenza di un fondo di venture capital da 100 milioni di euro dedicato a sostenere le startup attraverso growITup, la piattaforma di Open Innovation creata da Fondazione Cariplo, attraverso Cariplo Factory, e Microsoft.

Il fondo completa il modello operativo della piattaforma che ha l’obiettivo di creare le condizioni per nuove opportunità di lavoro per i giovani, favorire la crescita delle startup innovative e contribuire alla trasformazione digitale delle aziende italiane.

Dopo un primo anno di lavoro parte la fase 2 di GrowIT up verso il traguardo, molto ambizioso, di aumentare del 100% gli investimenti in startup italiane ogni anno e arrivare a un miliardo di euro di investimenti nel 2020.

Le aree d’investimento individuate sono sette, quasi tutte riconducibili al Made in Italy: dalla moda al design, dall’agroalimentare all’automazione industriale, dall’energia alla cura della salute e del benessere personale. L’avvio delle attività d’investimento è prevista già entro la fine del 2017.

La prima, naturale, reazione a questa notizia è: l’ennesimo incubatore, acceleratore, facilitatore o come si preferisca chiamarlo, di startup. In Italia ne abbiamo già troppi e, quel che è peggio, del tutto sconnessi tra loro. Ogni Università, grande impresa, associazione industriale o istituzione locale da anni promuove una qualche struttura di sostegno alle startup. Un censimento appare quasi velleitario. Lanciare acceleratori è di moda e non disturba nessuno. Peccato che, a fronte di tanto lodevole spirito d’iniziativa, i risultati siano assai modesti.

Nel corso del convegno  Internetday- Uomini, robot e tasse: il dilemma digitale, organizzato da Agi e dal Censis, Davide Casaleggio Presidente dell’associazione Rousseau e il Ministro dello sviluppo economico Carlo Calenda si sono confrontati anche su questo.

Il primo ha ricordato che nel 2016 sono stati investiti 160 milioni di euro da Venture Capital nelle startup in Italia, nello stesso anno la Gran Bretagna ha investito 3,2 miliardi, la Francia 2,7 e la Germania 2 miliardi. Non possiamo permetterci di avere questo gap in termini d’investimenti. Mentre il secondo ha mostrato la nuova linea d’intervento del Governo: al Mise c’erano incentivi a bando accumulati e non spesi per 7,5 miliardi di euro, i primi 2,5 li ho già cancellati. Dobbiamo mettere in campo sistemi automatici d’incentivo all’innovazione.

Se i fondi non investono e le imprese non riescono a sfruttare le risorse messe a disposizione dallo Stato significa che in Italia abbiamo tanti problemi ma non quello di mancanza di soldi per gli investimenti in innovazione tecnologica. Un altro fondo? No, grazie.

Pensiamo invece al perché le imprese preferiscono tenere i loro euro pronti sul conto corrente, amplificando via via il gap degli investimenti in innovazione rispetto alle imprese di altre nazioni. L’impressione è che si ritardino gli investimenti per almeno due ordini di ragioni: da un lato la polverizzazione della società italiana dopo dieci anni di riduzione dei redditi, dei consumi, degli investimenti ha messo fuori servizio i consueti setacci dell’attività economica; dall’altro lato la disintermediazione dettata dalle nuove tecnologie digitali aggrava uno dei mali endemici del nostro Paese: la fatica a fare sistema.

Guardando i dati macroeconomici, grosso modo, il nostro Paese è fermo al 2003-2004. Ben prima della grande crisi finanziaria del 2007-2008 l’Italia ha iniziato a rallentare negli investimenti e nei consumi. Anche la sensazione collettiva che, pur con qualche scossone e qualche caduta, il progresso non poteva che garantire a molti un continuo miglioramento del benessere è andata scemando. Una società sobria, accorta, risparmiosa, è il risultato di questa lunga frenata. Ma anche una società nella quale la frantumazione dei comportamenti individuali vince su qualsiasi decisione d’interesse collettivo. Una società pulviscolo resiste meglio alla crisi e accumula meglio.

Negli ultimi 10 anni sui conti correnti e nei cassetti delle famiglie italiane sono quasi 210 i miliardi di euro in più trattenuti sotto forma di investimento liquido. Si sono andati al contrario riducendo le componenti di portafoglio legate alle attività di impresa: le azioni, i fondi di investimento lanciati da residenti, le obbligazioni emesse da soggetti privati. E anche le banche continuano a segnalare eccessi di liquidità sui conti delle imprese.

In questo modo sono andati in fuori gioco i normali processi di selezione. Delle persone, delle idee, della capacità imprenditoriale, delle politiche di governo, dei bandi per incentivi all’innovazione. Non si giudica più un progetto come buono o stravagante, un’idea come efficace o solo effervescente, una startup come promettente o destinata a durare poco. Tutto è lasciato all’iniziativa, sempre a bassa soglia d’ingresso, dei singoli. Che, per questo, si tengono i soldi nel cassetto, pronti per ogni buona opportunità a basso rischio.

Le nuove tecnologie, lo sappiamo bene, hanno poi l’enorme pregio di essere non degli strumenti ma un sistema ambientale e di relazioni dove ciascuno personalizza il proprio palinsesto informativo e la propria domanda o offerta di servizio. La disintermediazione digitale è un’opportunità straordinaria ma è anche un grande rischio per l’Italia. Un sistema sconnesso, nel senso di un campo competitivo pieno di buche e di trappole, mal si adatta alla disintermediazione. E’ quello che sta succedendo nel nostro Paese. E nessuno osa più parlare di sistema.

A questo punto su growITup il giudizio potrebbe essere diverso. Se è un tentativo di usare la piattaforma e le competenze dei suoi promotori per coinvolgerne altri e per setacciare insieme nuove imprese e nuove idee, per provare a mettere a sistema i tanti attori in gioco, per far crescere la qualità e la capacità del dialogo per l’innovazione allora il suo contributo sarà prezioso.

Servirà però una grande capacità per ascoltare la società, sentirne il respiro e l’affanno, mettere al centro non solo la tecnologia ma anche la qualità umana di tutti gli attori dello sviluppo. Vale per le scuole di formazione, per la finanza, per il credito, per le rappresentanze industriali, per le pubbliche amministrazioni, per gli enti di ricerca.

La vitalità di fondo della società italiana per realizzarsi, oltre gli innegabili successi dei singoli settori o delle singole imprese, per diventare mobilitazione collettiva, deve declinarsi in processi reali di progresso umano oltre che tecnologico. Altrimenti l’innovazione digitale rischia di restare un bello slogan quando non una fede fondamentalista. Il progetto di Microsoft e Fondazione Cariplo ne ha tutti gli ingredienti. Buon lavoro.