Digitale, cosa vorrei nei programmi elettorali (non fantascienza, stavolta)

Nella legislatura appena conclusa l'annunciata strategia di digitalizzazione della pubblica amministrazione non si è realizzata (o è fallita, decidete voi). Ora il tema si ripropone. Vediamo con quali argomenti

Digitale, cosa vorrei nei programmi elettorali (non fantascienza, stavolta)

Inizia in questi giorni, almeno sul piano formale, una nuova stagione di promesse elettorali. Con ogni probabilità assisteremo alla consueta rincorsa tra chi cerca consenso con nuove e attraenti suggestioni e chi è portatore d’istanze ed interessi, vecchi e nuovi. La matassa di progetti, iniziative, nuovi diritti o nuove forme di sostegno imprenditoriale e d’inclusione sociale alla quale la prossima legislatura dovrà provare a dare seguito sarà, come al solito o forse più del solito, davvero difficile da sgarbugliare.

Tra i tanti temi che ci aspettiamo di vedere in prima fila, con buona probabilità, ci saranno l’innovazione tecnologica e il digitale.  Sono temi alla moda, non irritano nessuno, sembrano moderni, ammiccano ai giovani, promettono un futuro di pace e modernità. E poi senza il supporto di social network e piattaforme digitali la campagna elettorale rischia di essere in salita, meglio far vedere che si è loro buoni amici.

In fondo poco importa, almeno nel tempo delle promesse, se ragionare di digitale significa anche ricordare i tanti, troppi, ritardi che il nostro Paese ha accumulato nei confronti delle economie più avanzate e di quelle che presto ci sopravanzeranno. Faremo finta di non sapere che lo sviluppo tecnologico offre modernità di assetto e di funzioni ma chiede un prezzo elevato in termini di disoccupazione, di esclusione sociale ed economica, di nuove diseguaglianze, di rischi per la riservatezza delle persone e la sicurezza delle transazioni.

Digitale, cosa vorrei nei programmi elettorali (non fantascienza, stavolta)
 Carlo Calenda (Agf)

Verrà poi, dopo le elezioni, il tempo di rallentare tutto, di ridurre la spinta in avanti che la tecnologia offre pur di non affrontare i nodi della transizione digitale. Lo abbiamo già visto e preoccupa il rischio di vederlo di nuovo.

Il 28 novembre 2012 nel confronto faccia a faccia in diretta tv tra i due candidati nelle primarie per la guida del centrosinistra, Pierluigi Bersani e Matteo Renzi, il futuro premier rispondendo alla domanda conclusiva sulle prime tre cose da fare una volta al Governo, ha promesso un piano per l'innovazione e il digitale per dare al nostro Paese respiro competitivo e nuova occupazione.

Sono passati più di cinque anni e tre Governi ma del piano per l’innovazione e il digitale nemmeno l’ombra.  Non potendo considerare come tale né il documento di Strategia per la crescita digitale del marzo 2015, privo di visione e di elementi di programmazione, né il piano triennale per la digitalizzazione delle pubbliche amministrazioni del maggio 2017, nato zoppo e immediatamente rinchiuso in qualche armadio.

Neanche nei 1.181 commi dell’articolo 1 della legge di bilancio per il 2018 troviamo traccia di un qualche concreto sforzo di visione di sistema per lo sviluppo di nuovi servizi e nuove soluzioni tecnologiche. Tuttalpiù qualche stravaganza digitale della quale non merita parlare.

Il ministro Carlo Calenda, con il piano Industria 4.0, ha provato a smuovere le acque e a favorire, con qualche buon risultato, nuovi investimenti in tecnologia e in miglioramento delle competenze digitali. Il meccanismo del credito d’imposta però funziona nel breve periodo, mette “una pezza” alla crisi di visione e di strumentazione attuativa della politica industriale, sopperisce alla difficoltà del sistema pubblico nel selezionare e sostenere programmi e settori industriali giudicati prioritari.  

Per guardare al futuro serve molto di più. Serve una visione di sistema che indichi le opzioni su cui, amministrazioni e imprese, possono investire. Serve una riforma delle strutture che promuovono il coordinamento dello sviluppo tecnologico: il Commissario Francesco Caio per l’Agenda digitale, il Team digitale di Diego Piacentini e l’Agenzia per l’Italia digitale di Stefano Quintarelli sono tra le più forti delusioni di questi anni.

Servono un indirizzo politico chiaro e una scelta di campo sul ruolo del pubblico nella produzione e gestione delle risorse informatiche, troppe in-house locali e nazionali e troppo forte la loro volontà di espansione sul fronte dei servizi. Servono nuove regole e nuove strategie di affidamento dei contratti ICT per favorire le piccole e medie imprese. Serve in poche parole una rottura con il passato.

Tra le intenzioni di Matteo Renzi e la legge di bilancio per il 2018, per usare le parole della Commissione parlamentare d’inchiesta sul livello di digitalizzazione e d’innovazione delle pubbliche amministrazioni, solo un lungo elenco di progetti trascinati da una legislatura all’altra.

La carta d’identità elettronica, voluta da una legge del 1997, e regolata nel 1999 dal primo Governo D’Alema, è stata consegnata (dati del Ministero dell’Interno all’11 dicembre 2017) a 1.247.924 persone su oltre 60 milioni di residenti. La disponibilità in tempo reale dei dati di generalità, cittadinanza e indirizzo anagrafico delle persone residenti in Italia e dei cittadini italiani residenti all'estero è prevista da una legge del 2001 ma a dicembre 2017 (sempre dati del Ministero dell’Interno) i Comuni che hanno completato il subentro nell’Anagrafe nazionale della popolazione residente sono 27 su 7.978.

La piattaforma di regole e di tecnologia per gli incassi e i pagamenti digitali delle pubbliche amministrazioni è la stessa del 2011, come quella per la fatturazione elettronica. Dal 2019 l’obbligo di fatturazione elettronica sarà esteso anche alle fatture tra soggetti privati e non poche sono le preoccupazioni circa la sua effettiva attuazione e circa la protezione dei dati.

Il progetto Italia Login che avrebbe dovuto cambiare le modalità di accesso e di fruizione ai servizi on-line delle amministrazioni pubbliche si è perso per strada nonostante i 350 milioni di euro assicurati.

La progettazione di un’infrastruttura nazionale d’interoperabilità del fascicolo sanitario elettronico, necessaria a collegare le diverse infrastrutture regionali, è prevista da una legge del 2012 ma solo nell’ottobre del 2017 è stato pubblicato un primo provvisorio documento che ne indica gli obiettivi, in modo peraltro piuttosto confuso.  La gara per i servizi di connettività delle pubbliche amministrazioni, valore 2.4 miliardi di euro, ha richiesto proroghe con i vecchi fornitori per oltre 8 anni.

In compenso abbiamo moltiplicato i siti delle pubbliche amministrazioni e le banche dati pubbliche, rinviato ogni censimento delle infrastrutture critiche e dei sistemi per la loro protezione, abbandonato ogni speranza di tutela e regolazione della privacy. Tralasciato progetti pur importanti: dalle regole per la georeferenziazione ai dati territoriali; dalle piattaforme condivise per i libri di testo digitali a quella per gli open data; dalle infrastrutture in cloud per la continuità operativa dei servizi pubblici a quelle per la partecipazione democratica alle decisioni di interesse collettivo.

Forse non è ancora tempo di bilanci per la legislatura che si è appena chiusa o di giudizi per una campagna elettorale che ancora non è partita ma certo quel tempo ci sta di fronte e sarà bene tenere occhi aperti e menti sgombre. 



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