La sicurezza in rete non si può delegare

E’ segno evidente che i falsi account, la diffusione delle fake news, le identità posticce, i comportamenti scorretti protetti dall’anonimato vengono visti non solo come un fastidio da cui cercare di proteggersi, ma piuttosto come un pericolo in grado di “raffreddare il calore della rete” e rendere insicuri quegli spazi di recupero identitario e di senso di comunità che -  per molti utenti iIternet - i social network stanno oggi rappresentando

cybercrimine sicurezza internet
 (Afp)
 Hacker

di Marco Baldi, Responsabile Area economia e territorio Fondazione Censis

Il ventennale della Polizia postale e delle comunicazioni è stata l'occasione per fare il punto sull'operato di un’istituzione che, dalla sua fondazione, ha visto il suo ruolo evolvere in maniera significativa incorporando elementi di mission profondamente diversi rispetto al passato.

Certamente oggi l’innalzamento del livello di cyber security riveste un ruolo centrale nell’operato della Polizia postale, che ha rafforzato le proprie strutture per farvi fronte. Tuttavia il crimine in rete presenta tante diverse sfaccettature ed evolve continuamente, ragion per cui sarebbe illusorio pensare che un unico soggetto, con la sua sola presenza, possa garantire per tutti gli utenti della rete un adeguato livello di sicurezza.

Si rendono indispensabili, al riguardo, una maggiore e diffusa consapevolezza delle questioni in gioco e l’attivazione di forme di cooperazione tra tutti i soggetti coinvolti, dalle forze di polizia alle società che erogano servizi telematici, dagli enti pubblici ai cittadini e alle imprese e in generale alla moltitudine degli utenti internet.

Internet, questo sconosciuto

A questo riguardo è sicuramente molto importante l’azione della Polizia postale nelle campagne di educazione e sensibilizzazione volte alla promozione, soprattutto nelle scuole, di una corretta cultura dell’utilizzo del web. Questo consentirà infatti, in un prossimo futuro, di ridurre i comportamenti a rischio di utenti Internet ancora poco preparati ad affrontare un mondo che si presenta in parte inconosciuto assumendo a tratti i connotati di un vero e proprio “darkweb”.

Ne offre ampia testimonianza la recente indagine AGI-Censis condotta sul popolo della rete nell’ambito dell’iniziativa denominata “Diario dell’Innovazione”. Tra gli italiani che navigano in rete il 41,9% ammette di essere stato colpito almeno una volta nella vita da un virus che li ha costretti a resettare il proprio sistema informatico. Il 22,2% ha subito un caso di phishing fornendo a malintenzionati  informazioni personali, dati finanziari o codici di accesso. Il 17,9% ha visto clonati il proprio bancomat o carta di credito. Si tratta di dati elevati ma che non devono stupire se si considera che un 15-20% di utenza internet che non adotta neppure le cautele minimali per la sicurezza dei propri dati e account (selezionare buone password e cambiarle periodicamente, fare attenzione a non aprire allegati di dubbia provenienze, ecc.).

Non solo phishing e hacker

E’ evidente che solo con una diversa consapevolezza e con un atteggiamento maggiormente prudenziale l’impatto del cyber-crimine può essere attenuato. Anche perché sembra opportuno che le forze dell’ordine possano concentrare la propria attenzione sui rischi maggiori, dalla protezione delle infrastrutture critiche al contrasto delle maggiori attività illecite che utilizzano la rete per le proprie comunicazioni e azioni di reclutamento (dal terrorismo islamico alla pedo-pornografia fino ai reati finanziari ma maggior rilievo).

Allo stato attuale, proprio per quanto concerne la consapevolezza, si registrano segnali contradditori, in parte positivi e in parte negativi. Sul primo fronte sembra incoraggiante il fatto che la maggior parte degli utenti internet (il 76,8%) si esprimano favorevolmente in merito all’introduzione dell’obbligo di fornire un documento di identità all’atto di iscriversi ad un social network.

E’ segno evidente che i falsi account, la diffusione delle fake news, le identità posticce, i comportamenti scorretti protetti dall’anonimato vengono visti non solo come un fastidio da cui cercare di proteggersi, ma piuttosto come un pericolo in grado di “raffreddare il calore della rete” e rendere insicuri quegli spazi di recupero identitario e di senso di comunità che -  per molti utenti Internet - i social network stanno oggi rappresentando.

Ma alla stessa stregua si può pensare che la comodità dei servizi in rete (dall’home banking al commercio elettronico fino ai servizi erogati online dalla PA) sia troppo importante e apprezzata per accettare che venga compromessa da un livello generale di insicurezza. Nella nuova era Internet si porrà molto probabilmente il tema della perfetta coincidenza e sovrapponibilità tra profili reali e profili virtuali. La strada della sicurezza e della massima inclusione all’interno della rete passa per l’accettazione di questo principio.

Il paradosso della privacy

Sul fronte opposto, quello dei segnali negativi, non si può non segnalare il sempre più evidente “paradosso della privacy”: la riservatezza è un tema che apparentemente si colloca al centro dell’attenzione degli italiani salvo poi scoprire che da un lato più della metà degli utenti Internet tende a non leggere le informazioni sulla privacy dei siti Internet che frequenta, e dall’altro il 37,4% dei profili i profili attivi sui social network sono aperti e accessibili a tutti.

Concludendo, certamente la sicurezza informatica è un sacrosanto diritto, ma  è anche vero che senza un minimo di consapevolezza dei rischi in essere e di accortezza individuale difficilmente questo diritto troverà modo di sostanziarsi. Tutti noi abbiamo imparato che non ha senso sperare che nessuno ci rubi il motorino se lo lasciamo costantemente slegato e incustodito. E che una porta blindata è una minimale ma indispensabile cautela contro i furti in appartamento. Dovremo però cominciare ad utilizzare analoghe accortezze anche nell’utilizzo delle nostre “porte sul web”. Magari pretendendo – questo sì - che qualcuno ci aiuti a capire come fare.

 



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