Caro Piacentini, il piano per l'Italia digitale non va. Le spiego perché

Quattro anni di ritardo. Enfasi eccessiva. Schizofrenia strategica. Il mistero del nuovo sistema pubblico di connettività. E manca l’elenco dei beni e servizi necessari. Urgono correttivi

Caro Piacentini, il piano per l'Italia digitale non va. Le spiego perché
 Flavio Lo Scalzo /AGF
Diego Piacentini, commissario straordinario per l'attuazione dell'Agenda Digitale

Sono trascorsi più di quattro anni dal primo annuncio quando, qualche giorno fa, il presidente del Consiglio ha comunicato di aver approvato e firmato il piano triennale per l’informatica nella pubblica amministrazione. Il primo, naturale, commento non può che essere positivo. Servono determinazione e tenacia per chiudere un capitolo difficile, a lungo atteso e con una straordinaria portata innovativa per la macchina burocratica.

Il piano è un documento complesso, lungo e articolato, con dettagli sui progetti, sulle iniziative, sulle strategie che le amministrazioni devono in qualche modo attuare e s’inserisce in uno sforzo prezioso di programmazione che il Governo sta assicurando in tanti e diversi settori. Per i porti e gli aeroporti, per gli strumenti di sostegno alle imprese e alla ricerca, per la tutela della salute pubblica, per le politiche attive del lavoro.

L’azione politica ha riscoperto dopo molti anni d’indifferenza l’importanza di conoscere e di pianificare. E sta dando seguito a questo riconoscimento. Il piano per l’informatica pubblica è uno di questi tasselli. Un buon lavoro.

La digitalizzazione dei servizi pubblici è spesso oggetto di critica quando non di derisione. Siamo ultimi in Europa e nei Paesi più avanzati, abbiamo ancora un amore viscerale per la carta, abbiamo speso inutilmente una montagna di soldi, le infrastrutture e la cultura digitali sono carenti. Tutto vero. Ma è altrettanto vero che siamo un Paese che primo fra tutti ha saputo introdurre la fatturazione elettronica obbligatoria verso le amministrazioni, il certificato medico on-line, che dal 2010 garantisce la strada digitale a tutti i pagamenti effettuati dalle pubbliche amministrazioni centrali. Abbiamo digitalizzato il certificato di proprietà delle auto, la documentazione doganale, gli avvisi di matrimonio, le notifiche del sistema giudiziario, le comunicazioni che hanno obbligo di certificazione della ricezione, solo per fare alcuni esempi. E l’elenco è lungo.

L’Italia è guardata dagli altri Paesi europei come un esempio da seguire in moltissimi settori della digitalizzazione pubblica e troppo spesso tendiamo a dimenticarcene. Il piano triennale stesso tende a non far vedere il punto in cui siamo arrivati e i limiti del percorso compiuto. Quasi che per fare cose nuove sia sempre necessario ripartire da zero.

E questo porta al primo limite del documento appena approvato. È carico di un’enfasi eccessiva. Il nuovo paradigma, l’uscita dalle vecchie logiche, il superamento della cultura fin qui dominante sono le tracce di un linguaggio e di un’impostazione che tende ad affermare un ruolo primario a se stessi piuttosto che alle amministrazioni e ai loro clienti. La parola più frequente è Agid, la seconda Consip. Forse è stato scritto da loro e per loro.

Il tema del digitale è nel dibattito pubblico già troppo enfatizzato per buttare altra benzina sul fuoco. Qui si doveva mostrare più misura e più consapevolezza. Più misura per dire in che modo la strategia si declina, con quali strumenti, con quali tempi, con quali risorse. L’impianto concettuale sofisticato sembra offuscare una concretezza invece indispensabile. Più consapevolezza perché le amministrazioni ci si devono riconoscere. Un piano di lavoro, qualsiasi piano di lavoro, serve anche a dare senso di marcia a chi deve poi mettersi in cammino.

Se leggiamo il lungo allegato sui progetti delle amministrazioni centrali scopriamo che per il MIBACT ne sono previsti solo 2: Evoluzione rete fonia-dati e centralizzazione sedi periferiche;  Sito istituzionale e open data. La promozione del  turismo o dei beni culturali come la messa in rete delle bellezze e delle ricchezze del nostro Paese da dove passano?

Per l’Arma dei Carabinieri, vera eccellenza nell’innovazione, si trovano 16 progetti praticamente tutti legati alla evoluzione e manutenzione delle infrastrutture esistenti, metà dei quali già conclusi. Un lungo elenco di cose fatte o da fare in cui quasi nessuno finisce per riconoscere se stesso.

Il Piano esce incompleto e questo è un secondo motivo di preoccupazione. La legge è chiara (legge di stabilità per il 2016) - il Piano contiene, per ciascuna amministrazione o categoria di amministrazioni, l'elenco dei beni e servizi informatici e di connettività e dei relativi costi, suddivisi in spese da sostenere per innovazione e spese per la gestione corrente, individuando altresì i beni e servizi la cui acquisizione riveste particolare rilevanza strategica.

L’elenco è un elemento essenziale del Piano perché rende trasparente quanto e per cosa l’amministrazione sta investendo. Il sistema economico e industriale potrebbe prepararsi a cogliere queste opportunità. Grave a mio giudizio che esso manchi del tutto, salvo una tabellina con delle somme difficilmente comprensibili. Non si sono voluti dare i numeri e i beni e servizi da acquistare? Non si conoscevano le spese da sostenere e quelle sostenute? Si pensa che in fondo non è importante perché tutto alla fine deve transitare dalle Centrali di acquisto? Non si riesce a distinguere tra innovazione e manutenzione? Quale ne sia la ragione il piano è privo del suo corpo centrale.

Nel non dire cosa si dovrà acquistare si potrebbe però leggere anche un terzo punto di caduta del Piano nella sua versione attuale: la schizofrenia strategica. Si parla di basi di dati integrate, di interoperabilità, di superamento dei silos informativi, di sistemi nazionali per le informazioni ma nulla si dice del nuovo modello del Sistema pubblico di connettività. Il vecchio, straordinariamente innovativo, era stato disegnato nel 2005 e oggi viene cancellato.

Spc nel disegno originario era un sistema policentrico e non gerarchico dell’informatica pubblica, dal punto di vista tecnologico una sorta di anello al quale tutte le amministrazioni dovevano connettere il proprio sistema informativo mantenendone l’autonomia ma in quadro di linguaggi, regole e infrastrutture comuni. Nel quale le connessioni erano garantite da una rete gestita e di proprietà di operatori di tlc in competizione tra loro e aperta per favorire i nuovi ingressi: la QXN (rete qualificata di interscambio).

Di QXN il piano non ne fa cenno e presenta Spc alternativamente come un sistema hub&spoke (un solo centro e tanti raggi); un sistema a piani paralleli; un sistema a geometria variabile. La demolizione di Spc che il Piano ipotizza può avere delle ragioni ma richiede anche una soluzione alternativa, possibilmente univoca e chiara. Così oggi ancora non è.

Stesso discorso vale per i nodi che interconnettono la rete pubblica con le reti private, in primo luogo quelle per gli incassi delle pubbliche amministrazioni. Senza interconnessioni la rete pubblica resta un ostacolo insormontabile alla sinergia a favore dei servizi erogati alla clientela. Lo schema per pagare una multa o una tassa scolastica non può che essere che il cittadino sceglie di pagare come vuole, e usa la rete interbancaria, quella postale, i tabaccai o i bagarini in base alle sue preferenze. Per poterlo fare in Spc funzionava il Nodo dei pagamenti,  entrato in servizio nel 2011 ha visto l’adesione di centinaia di amministrazioni e decine di intermediari e oggi appare abbandonato a favore di una non meglio definita piattaforma.

Tante altre osservazioni si potrebbero fare: dalla confusione su come introdurre tecnologie cloud e contestualmente razionalizzare i Data Center alla scarsa importanza allo sviluppo dei dati territoriali in modo integrato tra amministrazioni, dalla paradossale creazione di una piattaforma unica per i dati (le banche dati si devono parlare tra loro e ogni amministrazione deve tenere in ordine le proprie) alla scarsa attenzione alla sicurezza informatica.

In questi giorni pioveranno su Piacentini critiche, suggerimenti, idee e forse qualche sberleffo se saprà farne tesoro e migliorare progetto e area di cantiere il piano triennale non sarà stato atteso invano. Per i complimenti aspettiamo di vederlo all’opera e con l’occasione rinnoviamo gli auguri di buon lavoro. 

 

Leggi anche questi due pezzi di Agi sul piano triennale