L'inquinamento di Delhi uccide anche le vacche sacre

L'India potrebbe strappare alla Cina il primato di Paese più inquinato del pianeta

L'inquinamento di Delhi uccide anche le vacche sacre

Nell’immaginario collettivo l’India è soprattutto la terra dei colori, degli odori, dei profumi intensi delle spezie. Tuttavia da alcuni anni a questa parte, soprattutto nelle grandi città, il cielo azzurro ha lasciato il posto a un triste grigio, i profumi delle piante e delle spezie vengono coperti da quelli dei gas di scarico e di altre sostanze inquinanti. Si perché l’India è diventata il secondo Paese al mondo per inquinamento.

L'India incalza il poco invidiabile primato della Cina

Il triste primato spetta alla Cina che lo detiene ancora saldamente, ma mentre il Paese del dragone sta adottando con una certa continuità tutta una serie di provvedimenti e quantomeno sembra aver stabilizzato i livelli (tuttora altissimi però), l’India ha visto peggiorare decisamente la situazione, in particolare dal 2010 ad oggi, con un aumento esponenziale delle concentrazioni di particelle Pm 2,5, il particolato più sottile, ovvero quello composto dalle particelle di diametro inferiore a 2,5 micron, che proprio per la loro sottigliezza riescono a penetrare con facilità nei polmoni, rappresentando un vero e proprio rischio per la salute. 

Secondo un rapporto di Greenpeace intitolato "Airpocalypse”, in India a causa dell’inquinamento muoiono 1,2 milioni di persone ogni anno. E sempre secondo questo rapporto ben 20 città indiane hanno un livello di Pm10 superiore a 168 microgrammi (in alcuni casi si arriva quasi fino a 300) laddove il limite massimo che, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, non dovrebbe essere superato è di 20 microgrammi.

Il grigio novembre di Delhi

A novembre scorso, dopo un picco dei livelli di inquinamento massimi registrato in primis a New Delhi, che aveva gettato il Paese in allarme, le autorità disposero una serie di misure eccezionali tra cui la chiusura delle scuole per alcuni giorni, la sospensione per cinque giorni di tutti i lavori di costruzione e demolizione, la proibizione per dieci giorni dei generatori diesel di elettricità e la chiusura temporanea di alcune centrali elettriche a carbone.

In quei giorni la capitale, New Delhi, era avvolta da una fitta coltre di nebbia e gli ospedali lamentarono un aumento notevole di ricoveri per malattie respiratorie. Pur riuscendo a contenere l’emergenza del momento, aggravata anche da un periodo di forte siccità, questi provvedimenti non sono però riusciti a risolvere il problema, e neanche a migliorarlo più di tanto, con conseguenze che si stanno rivelando disastrose.

Molti lamentano il fatto che il Paese tenda ad uno sviluppo non sostenibile, troppo veloce e soprattutto senza nessun rispetto per le tematiche ambientali. Si continua a costruire, ad ammodernare, a creare infrastrutture, ma per favorire la velocità e il risultato finale non ci si preoccupa della qualità dei materiali utilizzati e del loro impatto sull’ambiente. La corruzione della classe politica, altro vero nodo cruciale della questione, peggiora il tutto, perché eventuali vincoli ambientali vengono facilmente aggirati con ricorsi a mazzette e tangenti varie.

E i fiumi non stanno meglio

E purtroppo non è solo l’aria ad essere fortemente inquinata ma anche l’acqua. Lo Yamuna, il fiume che scorre nella capitale, raccoglie ogni giorno circa 3 milioni di litri di acque reflue. La situazione peggiore resta però quella del Gange, il fiume sacro per eccellenza, dove ogni giorno migliaia di indiani si immergono e fanno abluzioni sacre con cerimonie che si ripetono di continuo.

Nel Gange però vanno a finire anche tutti i residui delle attività industriali che gravitano lungo il suo bacino per cui il fiume, secondo i dati rilevati dall’OMS, ha un elevatissimo grado di concentrazione di tossine e batteri potenzialmente molto pericolosi per la salute. Il limite di tolleranza fissato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità è superato qui di oltre 3.000 volte. Un dato davvero preoccupante. E se fino a qualche anno fa l’inquinamento del Gange si rilevava soprattutto nella città di Varanasi, l’antica Benares, risparmiando la zona della città sacra di Haridwar nel nord la più vicina alle sorgenti della Madre Ganga, dove si riteneva che le acque fossero più pulite, ora non è più così. Negli ultimi due mesi, l’Alta Corte dello stato dell’Uttarakhand ha ordinato già per due volte la chiusura temporanea di hotel, ashram e degli impianti industriali che si trovano nei pressi del fiume, perché stanno continuando a far aumentare il tasso di inquinamento gettando rifiuti non controllati nelle acque.

Intanto sono stati decisi nuovi test e nuovi controlli per identificare con maggiore precisione quali sono gli agenti principalmente inquinanti e quale la loro provenienza esatta. La chiusura delle attività, turistiche e commerciali, ad Haridwar, ha anche un forte impatto sull’economia. Haridwar è meta ogni giorni di migliaia di persone, tra pellegrini, religiosi, e turisti. La chiusura delle strutture e la ridottissima ricettività della zona sta causando non pochi problemi all’economia locale.

La strage degli spazzini naturali

L’inquinamento, soprattutto quello dovuto alla plastica lasciata indiscriminatamente per le strade, sta anche cambiando le abitudini delle mucche che pascolano per le strade e, soprattutto, il loro numero. In una realtà rurale come è l’India, le mucche e gli altri animali che circolano per le strade del Paese, avevano il merito di mangiare la spazzatura, composta fino a qualche anno fa soprattutto di prodotti di origine vegetale. Non solo i resti di cibo, ma anche i piatti e contenitori sono fatti di foglie, erano cibo prelibato per le mucche. Queste, ora, non riescono a distinguere nei mucchi di immondizia i resti vegetali da quelli plastici per cui, ingurgitando tutto, rischiano salute e vita non riuscendo a smaltire la plastica. Da qui la decimazione della popolazione di animali selvatici. Lo stesso vale anche per gli uccelli rapaci, ai quali è demandato il compito di ripulire le carcasse anche umane come quelle dei tibetani o dei parsi, la comunità religiosa proveniente dall’Iran, che non cremano o seppelliscono i loro morti ma lasciano i loro corpi all’aperto in aree stabilite (i parsi, nelle cosiddette torri del silenzio) o fatti a pezzetti (i tibetani, che lascino i morti negli spazi aperti). Mangiando plastica, molti uccelli muoiono, riducendo quindi notevolmente la popolazione degli spazzini animali.