In India c'è un ponte che non unisce, ma divide

La mastodontica opera del ponte Hazarika indispone la Cina. Perché può servire a portare carri armati al confine

In India c'è un ponte che non unisce, ma divide

La costruzione di ponti è una metafora spesso usata in tutto il mondo per simboleggiare unità, amicizia, costruzione di pace. In tutto il mondo, meno in India e Cina dove la costruzione di un ponte in uno stato del nord est del paese di Gandhi ha scatenato le ire di Pechino, facendo continuare il braccio di ferro, le tensioni e le divergenze tra le due superpotenze asiatiche.

Dopo il recente e secco no dell’India alla partecipazione al Forum One Bealt One Road fortemente voluto da Pechino (e relativo al mega progetto cinese della costruzione di una “cintura” per collegare Asia, Europa e Africa), i due Paesi si trovano di nuovo su posizioni contrastanti, specie dopo che l’India, lo scorso 26 maggio, ha inaugurato una grande ed innovativa infrastruttura, un ponte di 9,5 chilometri che, partendo dal villaggio di Dhola arriva a quello di Sadya, collegando due stati della Federazione indiana, l’Assam e l’Arunachal Pradesh, quest’ultimo che confina con la Cina lungo una frontiera mai riconosciuto da Pechino che ne rivendica anche molta parte del territorio. Un’opera mastodontica, che il premier Modi ha presentato con grande soddisfazione e orgoglio.

Il ponte, la cui costruzione è durata circa cinque anni, è stato chiamato Hazarika, in onore di Bhupen Hazarika, un famoso poeta e musicista originario proprio dell’Assam ed è ora il ponte più lungo del Paese (finora il più lungo era il Bandra Worli Sea Link a Mumbai). Modi, all’inaugurazione dell’opera ha parlato dell’inizio del rilancio economico, in particolare del nord est.

La Cina, dicevamo, non l’ha presa affatto bene dal momento che Pechino rivendica da sempre come parte del proprio territorio (lo chiama Tibet meridionale, ci sarebbe da interrogarsi anche sulla legittimità della proprietà cinese su quello settentrionale). Più volte Pechino ha esortato l’India ad evitare di costruire infrastrutture su territori comunque contesi.

E in effetti almeno sino a poco tempo fa New Delhi aveva tenuto un atteggiamento abbastanza cauto evitando di irritare Pechino. Ora però le cose sembrano stare cambiando, Modi ha un approccio meno moderato dei suoi predecessori tanto che ha già annunciato la costruzione di un altro ponte, ferroviario (che dovrebbe almeno nelle intenzioni diventare il più alto del mondo) nel Kashmir, e una linea di binari nelle isole Andamane, nel Golfo del Bengala, dove transitano navi cargo cinesi.

La sensazione è che l’India non voglia più avere un atteggiamento di soggezione o comunque di baso profilo nei confronti della superpotenza cinese e andare per la sua strada. Giusta o sbagliata che sia. E d’altra parte però non sorprende che tutto ciò a Pechino non piaccia: il ponte di Hazarika ad esempio serve proprio ai mezzi, in particolare ai carri armati indiani, ad avvicinarsi con maggiore facilità alle zone di confine contese con Pechino oltre, ovviamente, a favorire la mobilità terrestre e gli scambi nell’area.

Nel 1914, Sir Henry McMahon, diplomatico britannico, guidava la delegazione britannica nel negoziato da cui scaturì l’accordo di Shimla che sanciva i confini tra l’impero britannico (allora anche l’India ne faceva parte), il Tibet (allora davvero regione autonoma, prima dell’”invasione” cines) e la Cina. Quest’ultima non riconobbe la linea di confine che prese il nome del negoziatore britannico, diventato poi il confine conteso in Arunachal Pradesh tra India e Cina, attraverso il quale ancora oggi i due Paesi si scambiano colpi di mortaio.

Dopo aver combattuto con gli indiani una guerra nel 1962 per il predominio di vastissime aree di confine finita con una tregua, si è lasciato lo status quo con non poche schermaglie e con i cinesi che rivendicano il piccolo stato schiacciato tra Bhutan, Birmania, Tibet e stati indiani dell’Assam e Nagaland, al centro di una importante via carovaniera e di comunicazione.

Solo il mese scorso la Cina, cavalcando uno dei suoi cavalli di battaglia, aveva fortemente protestato con New Delhi per aver permesso al Dalai Lama di fare visita in quello Stato. La presenza del Dalai Lama in India (il leader spirituale vive in esilio a Dharamsala, nel nord dell’India, sin dal 1959) è da sempre motivo di frizione tra i due Paesi. Superpotenze i cui interessi nell’area (i cinesi si sono affrettati a stringere alleanza con il Pakistan in chiave anti-indiana) si scontrano, come fanno a livello mondiale. Nonostante si costruiscano ponti.