Totò Riina è ancora il capo di ' cosa nostra' , va curato ma stia in carcere

Paolo Borrometi spiega perché l'ex (o attuale) capo di 'cosa nostra' dev'essere curato in prigione

Totò Riina è ancora il capo di '  cosa nostra'  , va curato ma stia in carcere

Il capomafia di 'cosa nostra', Totò Riina, deve essere curato al meglio, giacché come qualsiasi carcerato ha diritto di ricevere le migliori cure ma deve rimanere in carcere.

I 4 motivi perché Riina deve restare in carcere

  1. Da quando è stato arrestato nel 1993, il capo dei capi non è mai stato sostituito alla guida dell’organizzazione mafiosa e tale dato risulta in maniera incontrovertibile anche dalle Relazioni della Dia e della Dna degli ultimi anni.
  2. Un capomafia del suo carisma è capace di mandare ordini dal carcere, si vedano le conversazioni con il boss Lorusso, figuriamoci se fosse “libero” di tornare a Corleone.
  3. Per la lotta alle mafie sarebbe un colpo di devastante credibilità che lo Stato non può permettersi.
  4. Che segnale daremmo ai familiari delle vittime di mafia?

Dignità della morte assicurata anche in prigione

Le cure devono essere assicurate, ma è impensabile che Riina possa uscire dal carcere. Riina è detenuto nel carcere di Parma, nel quale vengono assicurate cure mediche eccellenti, così come è giusto assicurare la dignità della morte a chiunque, anche a criminali come il feroce Totò Riina, la stessa pietà che lui non ha mai dimostrato per tutte le vittime innocenti che ha condannato a morte. Per assicurare questa dignità, però, non è il caso di ricorrere a sconti di pena o a trasferimenti ai domiciliari.

Controllate bene quelle cartelle cliniche

Infine, forse è il caso che le sue cartelle cliniche vengano visionate da una commissione di esperti, visto che lo stesso Riina ha voluto fortemente partecipare, appena pochi giorni fa, all’udienza del possibile processo per le minacce di morte nei confronti di don Luigi Ciotti. In quella occasione, collegato in video, era parso in buone condizioni, quantomeno idonee per assistere allo svolgimento dell’udienza e lanciare l’ennesimo segnale della sua presenza. Una presenza che, chiunque creda nella giustizia, non può che augurargli di continuare ad avere, con tutte le cure necessarie, ma da dietro le sbarre di un carcere.