La scultura che piange quando piove 

Un anno dopo gli attentati la città è ripartita. Ferita ma in piedi, come il titolo dell'opera che ricorderà quella giornata 

La scultura che piange quando piove 

Bruxelles è una capitale che, più di altre, suscita in chi la frequenta e la abita sentimenti contrastanti. Nella comunità italiana prevalgono i detrattori, che la considerano grigia e piovosa e si innervosiscono per la rigidita’ dell’approccio belga: non ammette soluzioni fantasiose ai problemi ed è quindi molto diverso da quello a cui siamo abituati. I francesi, si sa, hanno da sempre un atteggiamento di superiorità rispetto ai “cugini” del nord, il cui accento provoca ilarità e che sono spesso i protagonisti delle loro barzellette, come i Carabinieri in Italia. Ma la città eè anche capace di farsi apprezzare: è vivace, internazionale, poliglotta, piena di giovani, offre opportunità e occasioni di incontri di tutti i tipi ed e’ scontato che si parlino diverse lingue anche durante le piu’ semplici cene fra pochi amici.

Quando un anno fa, il 22 marzo 2016, i 3 brussellesi di Schaarbeek, Ibrahim e Khalid El Bakraoui e Najim Laachraoui si sono fatti esplodere all’aeroporto di Zaventem e nella metropolitana nel cuore della città europea provocando 32 vittime oltre a loro stessi, Bruxelles è stata colpita al cuore della sua cultura internazionale. Solo un terzo delle persone uccise dalle bombe terroriste, era di nazionalità belga (11), mentre gli altri provenivano da 14 paesi diversi (compresa l’italiana Patricia Rizzo, che lavorava per la Commissione europea). Se poi si considerano gli oltre 300 feriti, le nazionalità di origine superano la ventina.

Con 1,2 milioni di abitanti Bruxelles non è certo una metropoli, ma la sua struttura amministrativa è complessa come lo è il paese: 19 comuni, ognuno con il suo sindaco e i suoi assessori, e poi una regione, Bruxelles capitale, con un “ministro presidente”, un governo, un parlamento. La città accoglie 120 istituzioni internazionali, non solo quelle comunitarie quindi, oltre a 159 ambasciate e oltre 2.500 diplomatici, che la rendono il secondo più importante centro di relazioni diplomatiche al mondo, dopo New York. Vi risiedono anche migliaia di giornalisti da tutto il mondo ed è la sede di circa 1.500 organizzazioni non governative. E’ difficile anche per i terroristi riuscire a paralizzare tutta questa attività, ma subito dopo gli attentati, le vie della città, le stazioni e la metropolitana si sono riempite di militari in tuta mimetica armati fino ai denti. Per un breve periodo, i mezzi del trasporto pubblico sono stati meno affollati, i negozi, soprattutto quelli del centro e turistici, hanno lamentato un forte calo delle vendite, ed è stato anche notato un aumento dell’uso della bicicletta (a Bruxelles è in graduale crescita da anni, ma la struttura della città non è particolarmente propizia e la percentuale degli spostamenti in bici è decisamente inferiore rispetto alle altre città del nord Europa).

La paura ha tenuto i giovani lontani da sale di concerti, bar e ristoranti per un periodo di tempo limitato cosi’ come soprattutto nei primi mesi si è ridotto il numero dei turisti. A distanza di un anno, le serate brussellesi sono tornate vivaci e affollate come prima. E, quando non piove, i giovani abitanti internazionali della città hanno ripreso a riempire, con un bicchiere di birra in mano, tutti gli spazi a disposizione fuori dai locali: soprattutto Place Luxembourg davanti al Parlamento europeo, Place Flagey vicino ai laghetti di Ixelles e la parte pedonale del centro davanti alla Borsa.

“Feriti ma sempre in piedi davanti all’inconcepibile” appare cosi’ il titolo adeguato per il monumento che il Belgio e le istituzioni europee hanno deciso di dedicare, un anno dopo, alle vittime del 22 marzo. L’opera è stata realizzata dallo scultore (e attore) di Bruxelles, Jean-Henri Compère e si trova nel cuore del quartiere europeo, a poche centinaia di metri dalla galleria in cui l’anno scorso l’attentatore del metrò si è fatto saltare in aria. La scultura è lunga una ventina di metri e alta due e pesa un paio di tonnellate: si tratta di due strisce di metallo (acciaio lucido e inossidabile) identiche, che si sollevano e incontrano a metà strada lasciando fra loro uno spazio “di dialogo e speranza”. Qualcuno le ha viste come le ali di un aereo, come due linee della metropolitana o come una vita spezzata. L’autore ha spiegato che quando, come spesso capita a Bruxelles, il cielo sarà grigio, la scultura sarà cupa e quando pioverà le gocce saranno come lacrime. Ma quando ci sarà il sole e nel cielo correranno le nuvole spinte dal vento del nord, il monumento brillerà, a rappresentare la speranza dopo il dramma.