La Brexit vista dal Belgio: "Un amico che se ne va"

Il porto di Zeebrugge ora rischia di vedere crollare il traffico

La Brexit vista dal Belgio: "Un amico che se ne va"
 Foto di Francesca Ventura, Agi Porto di Zeebrugge

Dopo la Francia, il Belgio è il Paese dell’Europa continentale più vicino alla Gran Bretagna. Poche centinaia di miglia di mare, quello del Nord, separano le coste e i porti dei due Regni, e i legami fra i due Paesi sono storicamente molto forti. Fu addirittura proprio grazie alla volontà e alle pressioni di Londra che il Belgio è nato, nell’ormai lontano 1830.

Lo 'Stato cuscinetto' che si rivelò inutile

Fin da allora fu concepito come “stato cuscinetto” neutrale, posto strategicamente a separare le potenze egemoni del vecchio continente, Francia e Germania conflittuali nei secoli. E anche se le due guerre mondiali del Ventesimo avrebbero dimostrato l’inutilità di tale funzione, i britannici hanno sempre mantenuto un ruolo “protettivo” su questo piccolo alleato continentale. 

L'uscita del Regno Unito dall’Ue è dunque una prospettiva particolarmente dolorosa per il Belgio e lo è soprattutto vista dai porti del Nord, punto di passaggio privilegiato delle merci continentali (ma non solo) verso la Gran Bretagna. “C’e’ un aspetto emotivo nella Brexit – mi ha detto il ministro presidente delle Fiandre, Geert Bourgeois - E’ un amico che se ne va”.

Ora Zeebrugge teme il collasso

Il porto di Zeebrugge, la marina di Bruges, pochi chilometri a nord della celebre cittadina fiamminga dei pizzi e dei canali, ha molte ragioni di preoccupazione. Mentre il porto di Anversa ha un traffico più orientato verso la Scandinavia e il resto del mondo, nel caso di Zeebrugge, secondo scalo navale del Regno, il 45% dei collegamenti navali per il trasporto delle merci e’ proprio con i porti inglesi.

“Dopo il crollo degli affari di vent’anni fa, quando fu aperto il tunnel sotto la Manica – ha spiegato il direttore generale del porto, Joachim Coens - il traffico con il Regno Unito si stava riprendendo al ritmo di +5-6% ogni anno (nel 2015, +6,2%, ndr). Dopo il referendum del giugno scorso, c’è stata una netta frenata e nel 2016 l’aumento è stato inferiore al 2%, solo per l’effetto del cambio fra euro e sterlina”.

Ecco perché, assieme alle associazioni imprenditoriali belghe, alle Camere di commercio e alle autorità del governo fiammingo, il porto di Zeebrugge sta facendo pressioni sui negoziatori Ue. “Non ci deve essere un intento punitivo verso Londra, e non ci possiamo permettere di non raggiungere un accordo nei prossimi due anni – ha detto Coens – siamo fiduciosi che le istituzioni Ue si rendano conto di quanto questo penalizzerebbe non solo i britannici ma anche gli europei”.

Che ne sarà dell'export

Il Regno Unito è il quarto mercato di destinazione dei prodotti belgi (tessuti, macchine utensili, prodotti chimici e patate), che per l’87% provengono dalle regioni fiamminghe del nord, ha detto Bourgeois. A soffrire dell’imposizione di tasse doganali, secondo il responsabile del porto di Bruges, sarebbero soprattutto le esportazioni verso il Regno Unito di prodotti tessili e alimentari.

Dall’Italia arrivano 100 treni di container alla settimana, di cui la metà dal nord del Paese, tutti diretti nel Regno Unito”, ha osservato Coens. Trasportano auto (l’intera produzione Maserati e Lamborghini per la clientela extraeuropea passa di qui), ma anche prodotti alimentari e di abbigliamento. Il traffico in senso contrario è più limitato: dal Regno Unito l’Europa continentale importa un numero limitato di auto, qualche prodotto tipico (whisky, biscotti, tè, maglieria e tessuti scozzesi) ma soprattutto rifiuti da smaltire o riciclare.

Sono invece pochi i passeggeri che decidono di raggiungere l’isola britannica da Zeebrugge, ed è ormai un ricordo lontano il tragico naufragio del traghetto inglese “Herald of free enterprise”, pochi minuti dopo aver mollato gli ormeggi, che 30 anni fa esatti causò nelle gelide acque del Mare del Nord la morte di 193 persone.