YUAN FORTE CONTRO INFLAZIONE: CI SIAMO?

YUAN FORTE CONTRO INFLAZIONE: CI SIAMO?

Milano, 10 mag. - Aumenti dei tassi a ripetizione, innalzamenti dei coefficienti di riserva obbligatoria a più riprese, misure amministrative di controllo dei prezzi: le hanno tentate tutte a Pechino. Ma l'inflazione continua a salire. Adesso pare non sia più tanto lontano il momento in cui le autorità monetarie cinesi decideranno di usare un significativo apprezzamento del cambio per bloccare l'ascesa dell'andamento dei prezzi.

 

Ma davvero ci siamo? Mentre la rivalutazione dello yuan è al centro del programma dell'annuale US-China Strategic and Economic Dialogue in corso lunedì e martedì a Washington (questo articolo), tutti gli analisti se lo domandano di fronte a segnali che vanno in direzioni alterne. La maggioranza dei commentatori ritiene necessario un apprezzamento tra il dieci e il venti per cento dello yuan per raffreddare l'accelerazione dei prezzi.  JP Morgan ha annunciato di attendersi che il cambio con dollaro a fine anno si collochi a 6.3 yuan, con aggiustamenti delle politiche che saranno annunciati nei prossimi mesi.

 

Va anche ricordato comunque che un significativo apprezzamento dello yuan sul dollaro negli ultimi mesi si è già registrato. Ma anche se in queste settimane lo yuan ha fatto segnare i massimi da 17 anni contro il dollaro, i prezzi al consumo hanno continuato a salire, con il tasso di inflazione cinese che ha raggiunto il 5,5% il mese scorso, e le riserve di valuta estera del paese che sono schizzate a oltre US 3.000 miliardi dollari. Il fatto è che fino ad oggi la Banca Popolare della Cina ha gestito un apprezzamento molto graduale del peg dello yuan nei confronti del dollaro. La novità però è che diverse recenti dichiarazioni ufficiali da parte di alti dirigenti cinesi sembrano ormai in consonanza con ciò per cui gli Usa, affiancati da tanti altri paesi tra cui anche l'India, fanno pressione da tempo: un significativo apprezzamento dello yuan per domare l'inflazione e diminuire il deficit commerciale.

 

Il premier cinese Wen Jiabao ha dichiarato all'inizio di aprile che la Cina punterà ad uno yuan più flessibile come parte degli sforzi per combattere l'inflazione. Xia Bin, un consigliere della PBOC, ha detto di recente che non esclude una rivalutazione una tantum dello yuan, e che la banda di oscillazione della valuta può essere innalzata. Guardando allo yuan come uno strumento anti-inflazione, Pechino spera di allentare le pressioni sui prezzi che derivano dai prezzi delle importazioni. Lasciando la moneta apprezzarsi più rapidamente, la People's Bank potrebbe finalmente ridurre gli ingenti acquisti di dollari necessari per tenere il cambio all'interno della banda, che stanno iniziando a minare la sua capacità di gestire la politica monetaria interna (ogni volta che la banca centrale acquista valuta estera, immette moneta nel sistema, aumentandone l'offerta).  Inoltre, con un apprezzamento del cambio si riuscirebbe a ridurre il costo delle materie prime importate dall'estero, petrolio in testa.

 

Infine, ma su questo punto a Pechino sono meno entusiasti, un cambio più forte rallenterebbe la dinamica delle esportazioni rendendole meno competitive, lasciando capacità produttiva a disposizione per soddisfare la domanda interna. E nel contempo i cinesi troverebbero più conveniente acquistare all'estero beni oggi ritenuti troppo cari, con un beneficio anche in questo caso sulla dinamica dei prezzi al consumo interni.

 

Nel complesso, se sull'opportunità e la probabilità di una rivalutazione significativa dello yuan gli analisti sono tutti d'accordo, le visioni sono difformi circa la modalità di realizzazione di tale apprezzamento: un gradino un una tantum o una rivalutazione più graduale? In uno studio, citato dal Wall Street Journal, l'analista di Mellon Bank of New York  e appassionato Cina-watcher, Simon Derrick, avverte che, l'opzione graduale se da un lato potrebbe essere meno dirompente per gli esportatori cinesi, dall'altro finirebbe con l'incoraggiare un maggior afflusso di capitali verso il paese. Invece, suggerisce Derrick, alla Cina gioverebbe maggiormente con una rivalutazione una tantum, che sorprenderebbe il mercato, scoraggiando ulteriori afflussi, e agirebbe come uno strumento più aggressivo inflazione-combattimento.

 

Invece Tommy Xie, economista della OCBC Bank di Singapore ha dichiarato al sito China.cn.org "Dubito che la Cina sceglierà una rivalutazione una tantum, come del resto non vedo la rivalutazione come uno strumento in grado di aiutare la Cina a risolvere il problema di un massiccio afflusso di capitali, dato che a livello mondiale i mercati hanno ancora un eccesso di liquidità. Noi non vediamo una possibilità di una rivalutazione dello yuan nel breve termine. La nostra opinione circa uno yuan che vedrà una apprezzamento graduale rimane intatta", ha aggiunto Xie.

 

Prima del vertice BRICS dello scorso mese in cui la Cina ha esortato gli altri paesi membri del club  delle economie emergenti ad adoperarsi per rendere lo yuan la valuta di denominazione preferenziale per i commerci intra-area, la Reserve Bank of India ha affrontato il tema del surplus commerciale della Cina e ha esortato Pechino a rivalutare la sua moneta. Nel documento dal titolo  L'impatto della rivalutazione del Renmimbi sulla bilancia commerciale indiana, S. Arunachalaramanan e Ramesh Golait della Reserve Bank of India, hanno scritto che la Cina gode di un netto vantaggio per le proprie esportazioni grazie ad una valuta artificialmente sottovalutata. Il rapporto spiega che  "il mantenere il renminbi sottovalutato rispetto al dollaro e con un deprezzamento in linea con quello registrato sul mercato dalla valuta usa, senza tener conto dei fondamentali economici della Cina, fornisce costantemente e in maniera netta un vantaggio competitivo rispetto ai suoi concorrenti e partner commerciali, tra cui l'India ".

 

Insomma, il coro degli osservatori è sempre più unanime. Ma la vera notizia è che da qualche tempo, la reazione a Pechino non è più sdegnata, ma che anzi una rivalutazione cospicua dello Yuan non è più un argomento tabù.

 

 

di Lorenzo Stanca

 

Lorenzo Stanca, salernitano, 47 anni, tra i founding partners di Mandarin Capital Partner, il fondo di private italo-cinese che ha cominciato ad operare a fine 2007, Lorenzo Stanca vanta una carriera venticinquennale in istituzioni fianziarie di alto profilo.Precedentemente all'esperienza di Mandarin, Stanca era stato responsabile delle Strategie Operative al Sanpaolo Imi. Al Sanpaolo era arrivato nel settembre del 2005 proveniente dal gruppo UniCredito dove era stato Capo dell'ufficio studi e poi capo dell'area mercati in UniCredit Banca Mobiliare, la banca di investimento del gruppo, di cui era stato uno dei fondatori.
E' presidente dal 2006 del Gruppo Economisti di impresa, l'associazione italiana degli economisti che lavorano in azienda sia negli uffici studi che in altre posizioni. Lorenzo Stanca è autore di numerosi paper su riviste accademiche e co-autore di libri di economia e finanza (di recente è stato tra gli autori di "Cina: la conoscenza è un fattore di successo" e "L'elefante sul trampolino" pubblicati dall'Arel), oltre a pubblicare frequentemente articoli su riviste e giornali economici.

 

La rubrica "La parola all'esperto" ha un aggiornamento settimanale e ospita gli interventi di professionisti ed esperti italiani e cinesi che si alternano proponendo temi di approfondimento nelle varie aree di competenza, dall'economia alla finanza, dal diritto alla politica internazionale, dalla cultura a costume&società. Lorenzo Stanca cura per AgiChina24 la rubrica di economia e finanza.

 

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