Vice direttore del Centre for International & Strategic Studies (CISS) dell'Università di Pechino

Vice direttore del Centre for International & Strategic Studies (CISS) dell'Università di Pechino

Roma, 20 mag.- Come descriverebbe la posizione della Cina sull'intervento in Libia?

Partiamo da una premessa: penso che l'Occidente tema che in Libia si possa ripetere una situazione analoga a quella di Ruanda e Somalia negli anni '90. Ma questa è solo una paura; io critico l'intervento in Libia perché nessuno può basarsi su paure e ipotesi per avviare interventi di questo genere. Ora, lo stallo che si è venuto a creare tra le truppe di Gheddafi e i ribelli è difficile da risolvere. La situazione adesso è più simile a una guerra civile e il Consiglio di Sicurezza dell'ONU è paralizzato. Ritengo che per arrivare una soluzione si debba ritornare alla mediazione politica e che si debba cercare un compromesso non solo tra Gheddafi e gli insorti, ma anche tra la NATO da un lato e Mosca e Pechino dall'altro. Io sono arcisicuro che il governo di Pechino si voglia sedere a un tavolo e trattare, perché i disordini in Libia hanno messo a repentaglio gli  investimenti cinesi e la Cina non vuole perdere il suo denaro.  Sono anche convinto che Pechino non aiuterà Gheddafi a mantenere il potere; la Cina vuole semplicemente favorire un processo di transizione che porti gradualmente Gheddafi ad andarsene. Al momento ci sono quindi due opzioni: continuare a combattere, e nessuno sa per quanto tempo e a quali costi, oppure ritornare alla diplomazia coinvolgendo anche Mosca e Pechino.

Cosa intende per periodo di transizione? Come si potrebbe articolare?

C'è bisogno di saggezza e praticità, anziché di attenersi a proclami del tipo "Gheddafi è cattivo e deve andarsene subito". C'è bisogno di una risposta del Consiglio di Sicurezza dell'ONU, serve che la NATO adotti un nuovo approccio per la Libia del futuro. Ad esempio si potrebbe fissare un periodo di transizione di 6-9 mesi scaduto il quale Gheddafi dovrà lasciare il potere. Così, in Libia si riconfigurerebbe l'assetto del potere. Subito dopo le Nazioni Unite potrebbero sostenere  un governo provvisorio formato da tre forze: i familiari di Gheddafi, le forze anti-Gheddafi e alcune personalità elette o raccomandate dal popolo. In questo modo si potrebbe condurre il paese alle elezioni nel giro di un anno, e la Cina sosterrebbe questo tipo di soluzione.

Quali sono a suo avviso le cause dello scoppio delle rivolte in Libia?

Penso che l'insurrezione in Libia sia dovuta a ragioni tribali, e anche in qualche misura all'età media della popolazione. Conosco la Libia: anche se è un paese piccolo, si tratta di un paese dove la lealtà politica è dispersa tra differenti linee tribali. Gheddafi ha commesso un errore: ha ritenuto che distribuire una parte dei proventi del petrolio tra la popolazione fosse sufficiente a tenerla buona. Ma circa la metà della popolazione è compresa tra i 18 e i 25 anni d'età, la disoccupazione è al 35%, e il popolo si sente  frustrato perché l'economia è debole e il potere è concentrato nelle mani di una sola famiglia. Così, quando la rivoluzione dei gelsomini si è diffusa molto velocemente attraverso l'intera regione, il destino della Libia è stato determinato dalla combinazione di questi fattori.

Non pensa che alla base dell'intervento di Francia e Gran Bretagna ci siano anche delle ragioni di natura energetica?


Si tratta di uno dei tanti elementi in gioco, ma non è l'unico, come abbiamo visto. Sicuramente, quella di bombardare è un'idea sconsiderata, che in qualche modo sta riportando in Africa vecchi, cattivi ricordi del colonialismo, e questa è un'altra delle ragioni per le quali ritengo che la NATO debba aprire un dialogo d'emergenza con Mosca e Pechino. In questa chiave, penso che l'Italia abbia un interessante potenziale da spendere: le relazioni tra Cina e Italia sono tra le migliori che la Cina intrattiene con uno dei paesi membri dell'Unione europea. Francia e Gran Bretagna hanno dato inizio all'attacco, quindi per loro non è facile fare un passo indietro, ma l'Italia si è aggiunta dopo, e se si muovesse velocemente potrebbe provare a creare un ponte. L'Italia dovrebbe giocare un ruolo più ampio, più attivo. La Libia costituisce un grande banco di prova per la comunità internazionale: guardiamo alla situazione in Pakistan, in Siria, in Yemen. Sono tutte situazioni potenzialmente esplosive, anche per questa ragione è necessario trovare al più presto un rimedio alla crisi libica.

di Antonio Talia



Questa intervista appare nel Dossier di AgiChina24 "COME LA CINA PERCEPISCE L'EUROPA" 

 

© Riproduzione riservata