SHENZHEN, CHI TI HA ABBONDONATA?

SHENZHEN, CHI TI HA ABBONDONATA?

Milano, 03 set. - Sanshi er li: a trent'anni bisogna assumersi le proprie responsabilità, dice un proverbio cinese. Nelle ultime due settimane, questa verità è sembrata calzare a pennello al caso di Shenzhen, la città prescelta da Deng Xiaoping per diventare una delle quattro Zone economiche speciali della Cina postmaoista. Insieme con Zhuhai, Shantou e Xiamen, nel 1980 l'ex villaggio di pescatori del Guangdong fu così investito del compito di anticipare il processo di riforma nazionale. In occasione del trentesimo anniversario di quella iniziativa, il 20 e 21 agosto il premier Web Jiabao si è recato a Shenzhen per una visita "di studio" e per lanciare da lì un appello: la riforma deve continuare, Shenzhen deve riprendere il suo cammino di innovazione e farsi carico delle sue responsabilità di avanguardia del cambiamento.
Perché è stata necessaria una simile invocazione? Come d'uso nei discorsi dei leader della Repubblica popolare, gli appelli svelano innanzi tutto le carenze esistenti. Nel caso di Shenzhen, sembrerebbe che, a tre decadi di distanza, la città che è diventata uno dei centri economico-finanziari più importanti della Cina e il quartier generale della "fabbrica del mondo" abbia perso lo stimolo e l'impulso al cambiamento.

 


Solo poche ore prima del viaggio di Wen, il 19 agosto, sul forum del sito AoYi è comparso un lungo articolo intitolato «I problemi della riforma a Shenzhen». L'autore, Wo Wei Yi Kuang, vero nome Guo Zhongxiao, è una vecchia conoscenza del web cinese (e della città, di cui è originario): già nel 2003 aveva scatenato la rete con un pezzo intitolato «Shenzhen, chi ti ha abbandonata?». Ora, dopo un silenzio durato 7 anni, è tornato a infervorare gli animi. In meno di 2 ore, come riportava il 26 agosto il Nanfang Dushi Bao, l'articolo di Guo è stato letto da più di dieci mila persone, commentato da oltre 200 e ripreso da portali di informazione ad elevata popolarità come Tianya e Suosuo, e da siti di notizie di partito autorevoli come il Quotidiano del popolo online e l'agenzia Xinhua online.  Al centro dell'articolo postato da Wo Wei Yi Kuang sta la denuncia dello stallo in cui si trova Shenzhen. «Negli ultimi anni, la riforma a Shenzhen è stata una riforma fine a se stessa, una riforma che non ha osato portare reali cambiamenti, una riforma senza più spirito di iniziativa, che ha perso terreno rispetto alle innovazioni apportate in altre aree del Paese. Potremmo interpretare questa situazione come una fase di quiete temporanea o come un momento di valutazione e bilancio del cammino fin qui fatto, ma gli avvenimenti più recenti hanno portato la gente a non credere più nella riforma di Shenzhen». La colpa, secondo l'autore, è degli amministratori locali e del lento svanire del coraggio di innovare. In passato, dice Guo, «Shenzhen aveva realizzato alcune riforme alla garibaldina, prima che fossero approvate a livello centrale». Un esempio è quello della vendita dei terreni, una iniziativa che Shenzhen prese contro le regole allora vigenti: «Questa azione fatta dal basso verso l'alto – scrive Guo – alla fine provocò un cambiamento dall'alto verso il basso: poco tempo dopo la mossa di Shenzhen, la Costituzione cinese sancì a livello nazionale la possibilità di trasferire i diritti di utilizzo della terra».

 


Questo significa compiere il proprio ruolo di avanguardia della riforma, ma dal 2000 ad oggi, secondo l'autore, Shenzhen, per ogni nuova iniziativa, prima di «partorire il neonato» ha sempre aspettato di ricevere «il certificato di nascita». Il coraggio di innovare è andato perduto «a causa dell'estendersi della riforma sociale ed economica verso livelli amministrativi più profondi», cosa che ha reso necessarie «decisioni più scientifiche per mantenere al minimo i rischi e i danni della riforma». La situazione non piace per niente a Guo: «Dicono che Shenzhen è per la Cina come il sasso di cui si prova la stabilità prima di attraversare il fiume. Io invece credo che le riforme in Cina vadano fatte spostando i sassi per attraversare il fiume, e che Shenzhen e le zone costiere della Cina debbano se mai spostare i propri sassi un po' prima degli altri, un po' più velocemente degli altri».

 


In una situazione in cui «la riforma del sistema economico non riesce ad andare più a fondo, la riforma del sistema di governo è in ritardo, la riforma del sistema amministrativo esita senza avanzare e la riforma del sistema di controllo sociale si occupa degli aspetti meno importanti senza procedere su quelli principali, è difficile per le persone sperare in cambiamenti dall'alto verso il basso». La forza «dal basso verso l'alto, invece cresce tenacemente nonostante le pressioni. La riforma è morta, ma la forza per cambiare – registra Guo, con un tono che suona quasi minaccioso - esiste ancora». Parole che hanno scatenato un dibattito che ha coinvolto la maggior parte delle testate cinesi. Tra i tanti commentatori, è interessante l'appello lanciato da Zhu Lijia, direttore del Dipartimento di ricerca sull'amministrazione pubblica dell'Istituto nazionale di studi sull'amministrazione, pubblicato sulle pagine dello Huaxia Shibao il 28 agosto. Nel richiamare Shenzhen al suo ruolo di modello per le riforme, lo studioso chiede che il processo di cambiamento del Paese continui mettendo finalmente al centro la società.

 


«Nel primo trentennio di riforma, dal 1950 al 1978, abbiamo costruito il socialismo mettendo la politica la centro;  nel secondo, dal 1978 al 2010, abbiamo costruito il socialismo mettendo l'economia al centro; nel terzo, i prossimi 30 anni, dobbiamo costruire il socialismo mettendo la società al centro». Per Zhu il 2010 rappresenta un punto di svolta nello sviluppo cinese: il momento in cui attuare un  importante cambiamento concettuale passando dalla gestione da parte del governo alla gestione da parte della società. Secondo lo studioso, insomma, è giunto il momento di «sviluppare le organizzazioni sociali di ogni tipo e di promuovere il controllo pubblico dell'amministrazione», anche per alleggerire il governo da ulteriori preoccupazioni.
Un esempio è quello di «sviluppare le organizzazioni sindacali, affinché, per risolvere i problemi, il governo non affronti più i lavoratori in modo diretto, ma lasci che siano i sindacati che li rappresentano a discutere con gli imprenditori». Un altro esempio è quello di promuovere le associazione professionali, utili contro scandali come quelli legati alla sicurezza dei prodotti alimentari: «Se esistesse un'associazione indipendente dei produttori di latte in polvere, questi si disciplinerebbero da soli, senza bisogno di ricorrere al governo».


Il concetto di controllo pubblico, segnala Zhu, deve però fare i conti con le resistenze degli stessi dipartimenti governativi che, «di fronte a una riforma che distribuisce il potere e rende più influente la società, temono l'indebolimento del proprio controllo». Nonostante questo, secondo l'autore solo con un cambiamento in questa direzione la Cina potrà mantenersi stabile e in pace.  Shenzhen, in questi anni «con alcune innovazioni in ambito amministrativo ha influenzato ogni settore della società». Nel suo ruolo di avanguardia della riforma nazionale, però, secondo Zhu Shenzhen «deve fare un passo avanti nella riforma del sistema politico. Le innovazioni apportate finora sono rimaste irrisolte – molto fumo e poco arrosto. Il nocciolo della riforma politica sta nell'ampliare la partecipazione delle masse. Nelle riforme fatte da Shenzhen quanto spazio è stato lasciato alla partecipazione popolare?».  Le resistenze al cambiamento, per lo studioso, dipendono dalle «contraddizioni e dei problemi accumulati nel corso della riforma, che sono diventati un ostacolo per lo stesso procedere della riforma. Alcune regioni e alcuni dipartimenti hanno sfruttato i cambiamenti per ottenere benefici a livello locale, di dipartimento oppure individuale. Rimandando così le opportunità migliori. E soffocando gli spazi per la vera riforma».

 

di Emma Lupano


Emma Lupano, sinologa e giornalista, cura per AgiChina24 una rassegna stampa bisettimanale volta a cogliere pareri autorevoli di opinionisti cinesi in merito a temi che si ritengono di particolare interesse per i nostri lettori

 

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