SFIDA DEMOGRAFICA DEL 'SECOLO CINESE'

SFIDA DEMOGRAFICA DEL 'SECOLO CINESE'

Milano, 01 giu. - Il sorpasso dell'economia cinese su quella statunitense avverrà nel 2016, dice l'ultimo rapporto del Fondo monetario internazionale. Tra cinque anni, dunque, la Repubblica popolare potrebbe raggiungere il primato mondiale, dando finalmente il via al "secolo cinese". Ma mentre Washington tenta realisticamente di fare i conti con il ridimensionamento della propria egemonia, a Pechino non si respira molta euforia.

 

In questi giorni, diversi commentatori hanno reagito con cautela alle previsioni del Fmi, sottolineando come il maggiore ostacolo alla corsa della Cina verso il primato mondiale sia il suo trend demografico. Lo afferma tra gli altri Cheng Yawen, studioso di questioni internazionali, nel suo editoriale pubblicato sullo Yanzhao Dushi Bao il 23 maggio. «Da quando, alla fine dello scorso anno, l'economia cinese ha superato quella giapponese raggiungendo il secondo posto al mondo, l'attenzione verso il "secolo cinese" è aumentata e molti si stanno chiedendo se il secolo cinese possa davvero giungere. Nel vicino futuro è assai probabile che ciò avvenga. Assai più difficile, invece, è che il potere strategico della Cina superi quello americano».

 

A generare queste incertezze è, spiega Cheng, la considerazione che «il ritmo di sviluppo attuale in Cina è dovuto al fatto che per metà del XX secolo la popolazione cinese è cresciuta molto più di quella di ogni altro paese, garantendo così una disponibilità incessante di risorse umane, prerequisito importante dello sviluppo di una industria ad altra concentrazione di forza lavoro». A breve, però, la situazione è destinata a cambiare: «In seguito al drastico controllo delle nascite, il "bonus demografico" della Cina svanirà. Si prevede che questo accadrà intorno al 2015. Gli Usa, invece, stanno mantenendo un tasso di natalità sano e stabile».

 

Questo cambiamento demografico «nei prossimi anni peserà molto sulle prospettive di sviluppo e nei rapporti reciproci», e inciderà negativamente sulle possibilità della Cina di superare stabilmente gli Usa dal punto di vista del potere nel sistema della grandi potenze. Questo perché «è la capacità riproduttiva della popolazione ciò che sostiene il potere strategico e la ricchezza di un Paese nel lungo periodo. Ma nei prossimi 10-20 anni - spiega Cheng citando dati a supporto di questa affermazione - la capacità riproduttiva cinese, che oggi è superiore a quella americana, diventerà inferiore».

 

E poiché «i paesi giovani hanno più vigore di quelli che invecchiano anno dopo anno, nella mappa politica mondiale del 2050 è assai probabile che gli Usa continueranno a mantenere il ruolo predominante che hanno oggi: il loro potere potrà calare lievemente, ma non del tutto. Perciò non ha senso soffermarsi sul declino americano di oggi. La popolazione statunitense è destinata a passare da un quarto di quella cinese a un terzo, e gli americani saranno in media più giovani dei cinesi. Dalla loro parte, del resto, gli Usa hanno la possibilità e lo spazio per sostenere un aumento demografico nel lungo periodo».

 

La Cina può quindi continuare «a parlare con soddisfazione della propria "ascesa" e della propria "rinascita", e di sicuro potrà contare su una posizione di maggiore rilievo negli atlanti del mondo in futuro, ma - ammonisce Cheng - nel lungo periodo il confronto tra Usa e Cina penderà sempre a favore degli Usa».

 

Se da una parte c'è chi teme l'invecchiamento anagrafico dei cinesi, dall'altra c'è anche chi, come Li Dejia, commentatore del Nanfang Dushi Bao, è preoccupato piuttosto dall'invecchiamento "spirituale" della società cinese. Una società dove, come dice il titolo dell'editoriale uscito il 25 maggio, «i giovani sono già vecchi», perché hanno perso l'ingenuità tipica della loro età.

 

«Ieri a pranzo - scrive Li - ho sentito un professore dire che oggi sono i vecchi, e non i giovani, ad avere coraggio, ad avere idee vivaci, ad essere più profondi e incisivi nel ripensare la società e persino ad essere più radicali e all'avanguardia. Gli studenti giovani invece, lamentava il professore, sembrano già esperti di tutto, hanno capito le regole segrete della società, vivono in modo più sofisticato e strategico e sono abituati alle ingiustizie. Questi giovani, diceva, oggi puntano soltanto a diventare dei bravi studenti agli occhi dei loro professori».

 

Alcune persone, scrive Li, per difendere i giovani «dicono che hanno addosso una pressione troppo forte e che questa pressione di trovare un lavoro, pagarsi una casa, sposarsi e avere figli non lascia loro il tempo di criticare la società, a differenza delle persone di mezza età e in età avanzata, che hanno già superato questi problemi e che possono dedicarsi a questo. I giovani possono soltanto adeguarsi alla società in cui si trovano, cercando di diventare un pesce nell'acqua per raggiungere almeno le sicurezze vitali di base».

 

L'editorialista però non è d'accordo: «Queste spiegazioni sono solo un modo di evitare le responsabilità. Per riflettere, infatti, non serve coraggio né bisogna spendere soldi, e il fatto di essere schiacciati dalle pressioni non è un buon motivo per smettere di ragionare».

 

Secondo Li, il problema dei giovani cinesi oggi è che «non sanno riflettere, o che hanno perso gradualmente la capacità di farlo. Oggi non sembra necessario riflettere, ma soltanto accettare, ed è così che ci siamo abituati a rinunciare alla riflessione. Nelle università cinesi, tanti accettano senza riflettere discorsi pieni di ideologia e di propaganda, così come accettano senza riflettere i concetti e le teorie che leggono su giornali e libri».

 

Come si è arrivati a questo? «Il fatto di non sapere riflettere è il risultato del non sapere leggere. Non sono soltanto gli studenti universitari a non leggere: neanche quelli iscritti ai master lo fanno. Ma se non si legge, non si sa da dove cominciare a pensare, a mettere in discussione, a criticare».

 

A questo si aggiunge un sentimento di impotenza e disillusione diffuso: «Alcuni dicono: "A che serve riflettere sulle cose? Ti ci puoi spaccare la testa, ma la società non migliora comunque". Reazioni di questo tipo sono proprio la dimostrazione che i giovani si considerano come vecchi esperti di ogni cosa. Hanno già chiari i limiti della società e hanno già imparato ad adattarcisi. Così però hanno perso l'ingenuità: l'ingenuità che spinge a combattere contro i mulini a vento; l'ingenuità di chi, in mezzo a una folla, grida che il re è nudo. Spesso sono solo i pazzi e i bambini ad avere questa ingenuità, ma è proprio da questo tipo di ingenuità che dipende la vitalità e la creatività di una società. L'avanzamento di una società dipende spesso da lottatori innocenti come bambini e da pensatori quasi pazzi». Per questo, ammonisce Li, «non bisogna sottovalutare la forza dell'ingenuità. Il problema della Cina di oggi è che i giovani, che in passato erano ingenui e un po' testardi, ora non lo sono più».

 

 

di Emma Lupano

 

Emma Lupano, giornalista professionista e dottore di ricerca sui media cinesi, cura per AgiChina24 una rassegna stampa bisettimanale volta a cogliere pareri autorevoli di opinionisti cinesi in merito a temi che si ritengono di particolare interesse per i nostri lettori

 

 

© Riproduzione riservata