Rettore Università di Milano e Presidente CRUI

Rettore Università di Milano e Presidente CRUI

Milano, 08 nov. - Dottorati di ricerca per rafforzare le relazioni accademiche e culturali, corsi in inglese per superare l'ostacolo dell'italiano, ma anche promozione della nostra lingua in Cina e una migliore accoglienza degli studenti stranieri nelle nostre città. Sono questi, secondo Enrico Decleva, presidente della Conferenza dei rettori delle università italiane (CRUI) e rettore dell'Università degli Studi di Milano, alcuni degli ingredienti necessari per tenere le università italiane al passo con quelle europee e, in particolare, per favorire la collaborazione tra le nostre università e quelle cinesi.
Un obiettivo di importanza strategica, perché, come spiega Decleva, la Cina rappresenta una opportunità non solo per le aziende, ma anche per il mondo accademico. E l'Italia, nonostante i suoi limiti strutturali ed economici, ha ancora molto da offrire.

 

Rettore Decleva, a settembre di quest'anno è stato in viaggio con una delegazione dell'Università degli Studi di Milano a Shanghai, Beijing e Dalian. Che impressione le ha lasciato questa visita? 

 

Il viaggio è stato breve, legato soprattutto alla visita del quartier generale degli Istituti Confucio (Hanban) e al partner dell'Istituto Confucio dell'Università degli Studi di Milano, l'Università Normale del Liaoning [gli Istituti Confucio nascono dalla partnership tra istituzioni educative cinesi e straniere, ndr]. La volta precedente ero stato in Cina nove anni fa. Rispetto ad allora, ho riscontrato una differenza enorme. La dimensione del processo di crescita è evidente. Nove anni fa i cinesi dicevano di essere ancora un Paese in via di sviluppo con molta strada davanti, oggi la Cina è palesemente più avanti di tutti, o quasi.

 

Che idea si è fatto del mondo universitario cinese?

La Cina ha sperimentato una dinamica di sviluppo molto accelerata e una proiezione internazionale molto rapida anche sul fronte universitario. Ho percepito un clima di grande cordialità e di attesa nei confronti dell'Italia e dell'Università degli Studi di Milano, fermi restando i nodi strutturali di fondo: la condizione generale in cui versano i nostri atenei e l'aspetto linguistico. All'Università Normale del Liaoning stanno facendo partire una linea di insegnamento di italiano, ci sono sviluppi in atto. Ma in generale la dimensione ancora contenuta dei rapporti tra Italia e Cina sul fronte accademico è proporzionata alle capacità italiane. Per ora riusciamo a mandare in Cina solo un numero modesto di nostri studenti, non parliamo ancora di una dimensione di massa, ma credo questo sia il metodo giusto per ampliare progressivamente lo scambio.

 

Su quali fronti bisogna rafforzare la collaborazione tra atenei italiani e cinesi?

Oltre alla collaborazione culturale sulle lingue italiana e cinese, bisogna sviluppare anche la sfera di cooperazione più propriamente scientifica, per esempio nelle scienze biologiche e mediche. In questi ambiti c'è molto da fare in Cina. Per ora il nostro ateneo ha rapporti di questo tipo, in Asia, soprattutto con Giappone e Singapore. Inoltre, una delle richieste che giunge dai cinesi è quella di ottenere collegamenti per entrare a far parte di iniziative scientifiche e di progetti di ricerca internazionali. Purtroppo bisogna fare i conti con i nostri limiti: le difficoltà economiche che le nostre università affrontano incidono sulla nostra capacità di progettare e di richiamare elementi internazionali di valore. Se non si è competitivi, è difficile attrarre studiosi stranieri.

 

Su quali strategie devono puntare i nostri atenei per "conquistare" i cinesi?

Un nodo strategico è quello di istituire forme di cooperazione rispetto ai dottorati di ricerca: i numeri da gestire sono più piccoli, ma gli effetti sono rilevanti, perché un dottorato tra Cina e Italia garantisce la creazione di legami significativi per il futuro. Inoltre, qui come in Cina l'uso dell'inglese tra dottorandi è normale, il che consentirebbe almeno di aggirare il problema della conoscenza dell'italiano da una parte e del cinese dall'altra. Anche in questo caso, però, dobbiamo fare i conti con i nostri problemi. Dobbiamo rafforzare le strutture del dottorato, perché gli studenti stranieri, cinesi inclusi, saranno interessati a venire a fare un dottorato in Italia solo se sapranno che questo ha davvero lo stesso valore di un PhD internazionale.

 

La presenza dei cinesi in Italia sembra destinata ad aumentare.

Per Pechino è importante far migrare all'estero i propri studenti che negli atenei cinesi non trovano spazio. Trovare uno sbocco internazionale, per loro, è fondamentale. Anche da noi i cinesi sono destinati a diventare una presenza numerica importante. La tendenza dipenderà però da quanto la preparazione in Cina permetterà loro di superare le difficoltà di seguire corsi in italiano: ad oggi, alcuni studiano italiano solo sei mesi prima di iscriversi qui. Inoltre, bisogna capire a livello più sostanziale l'entità vera della presenza cinese: quello che è rilevante non è il numero totale [di chi si iscrive], ma la quantità di studenti che davvero arriva fino in fondo, opposto a quanti invece usano l'università solo come un modo per entrare in Italia.

 

Aumentare l'offerta formativa in inglese favorirebbe l'internazionalizzazione dei nostri atenei?

Certo, ma noi dobbiamo fare anche l'università per gli italiani, ed è molto oneroso organizzare bene corsi in inglese. Comunque i corsi in lingua stanno aumentando, per esempio quest'anno all'Università degli Studi di Milano abbiamo attivato un corso di Medicina in inglese, anche se con qualche difficoltà: abbiamo dovuto svolgere il test di ingresso soltanto in italiano, perché così prevedono le norme. Anche alla facoltà di Scienze politiche abbiamo un corso magistrale di politica ed economia completamente in inglese. Le università che hanno ambizioni avranno sempre di più una offerta in inglese, rivolta anche agli studenti italiani. Questo processo dipenderà però anche dal "valore" economico che avranno per i nostri atenei i flussi di studenti stranieri. Ad oggi, i numeri sottolineano la nostra inferiorità rispetto all'Europa. E poi ci sono discipline che non avrebbe senso studiare in inglese, come storia dell'arte. In questi casi, sapere l'italiano è utile alla materia.

 

La Cina rappresenta una opportunità per il nostro sistema universitario?

Sì. I rapporti con la Cina saranno uno degli assi portanti del mondo futuro e scambiare competenza, processi culturali e relazioni sarà fondamentale. Inoltre, l'apertura della Cina a un paese come il nostro che investe poco nell'università è rilevante anche dal punto di vista economico: gli atenei cinesi sono in grado di ospitare e pagare i nostri studiosi. Certo, bisogna anche trovare docenti italiani che siano disposti a recarsi in Cina e che magari sappiano un po' il cinese. Lo stesso Istituto Confucio è portatore di fondi importanti, in una situazione di difficoltà di cui non si vede la fine.

 

Su quali risorse possono contare gli atenei italiani rispetto a quelli di altri Paesi, anche in termini di immagine?

 

Al di là di tutte le nostre disavventure con la malavita e con i rifiuti, l'Italia rimane ancora un Paese di grande attrattività di per sé. I cinesi apprezzano la nostra civiltà antica, avendo anche loro recuperato il senso della loro lunga storia e della lunga gloria dell'Impero di mezzo. L'Italia per loro è ancora importante per l'Impero romano e il Rinascimento. L'aspetto della civiltà è una cosa che ancora conta per il successo dell'Italia nel mondo. Le arti, la musica, la moda, il design sono centrali nell'attrazione degli studenti stranieri, ma bisogna ovviamente vedere anche l'interesse specifico e la domanda esistente da parte dei diversi Paesi. Dal punto di vista dei processi, invece, altri Paesi sono più attrattivi di noi, grazie alle strutture e a una organizzazione che noi ci sogniamo. Per questo le università italiane devono fare un salto, mettendo a disposizione strutture che siano più efficaci, operative e professionali. Il tema linguistico, comunque, rimane fondamentale.

 

In ambito accademico ci sono eccellenze su cui l'Italia più contare per attrarre cervelli stranieri?

 

Abbiamo strutture scientifiche di livello europeo, abbiamo i Politecnici che sono molto validi, ma non sono meglio di altri. Il nostro obiettivo non è ancora quello di primeggiare, ma di mantenerci a distanza ravvicinata dai primissimi. In questo momento, come atenei italiani, il nostro problema è di non essere troppo distaccati dai migliori.

 

Quali sono gli altri Paesi strategici nel processo di internazionalizzazione degli atenei italiani?

Tra i nostri obiettivi primari c'è certamente l'Asia: Cina, Giappone, Corea, Vietnam. L'India è importante, ma il suo interesse verso di noi è ancora modesto. Il problema fondamentale, comunque, rimane quello di alzare il livello della nostra capacità di interlocuzione a livello internazionale. Partiamo da una situazione abbastanza modesta, ma potremmo migliorare, anche nei servizi, nel giro di qualche anno. L'aspetto dei servizi e della promozione non deve però essere affidato ai singoli atenei. Devono essere le intere città a farsene carico, visto che è loro interesse attrarre gli studenti. Servono alloggi, più informazioni e in generale l'impegno a rendere le nostre città più accoglienti per i giovani stranieri. Per esempio: Milano è la città della Scala, ma cosa se ne fanno gli studenti stranieri, oltre che passarci davanti? Bisogna che attività che sono oggi destinate a un pubblico ristretto diventino invece il centro dell'offerta per gli studenti, trovando un raccordo tra le diverse realtà del territorio. Naturalmente ci vuole la capacità di pensare queste cose. Invece, nel caso di Milano, sembra che i lombardi vadano in direzione opposta, chiedendo di venire sempre prima degli altri. Invece è proprio degli altri che i lombardi hanno bisogno.

 

di Emma Lupano

 

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